Un normale cittadino potrebbe presumere che coloro che gestiscono le politiche sanitarie lo facciano sulla base di informazioni scientifiche messe loro a disposizione. Questo, però, non è sempre vero e il problema è giustamente oggetto di attenzione da molti anni, ma progressi concreti in questa direzione non se ne vedono. La questione è stata opportunamente ripresa sul sito “dottprof.com” da Luca De Fiore, a capo di Pensiero Scientifico Editore, il quale sottolinea come per risolverla sia “necessario passare da un ottica di disseminazione delle informazioni sui risultati della ricerca a un modello non lineare ma bidirezionale”. La frase in termini più espliciti significa che le informazioni fornite da chi fa ricerca biomedica dovrebbero pervenire con periodica regolarità a coloro che gestiscono la sanità pubblica (i cosiddetti “decision makers”) e che sono pertanto deputati alla programmazione dei servizi sanitari e, in generale, alle norme regolatorie in campo sanitario. Da parte loro proprio questi ultimi dovrebbero facilitare un automatico flusso dei dati scaturiti dalla ricerca per poter essere aggiornati e pertinenti nelle scelte che faranno. Questa “bidirezionalità”, facile da auspicare, é difficile da attuare. Intanto, dei due interlocutori, “decision makers” e ricercatori, i primi cambiano spesso e non di rado sono in disaccordo con le linee programmatiche dei predecessori. I ricercatori dal canto loro tendono a usare un linguaggio troppo tecnico e corrono così non di rado il rischio di fornire informazioni tardive e di comprensione non immediata. “In altre parole -per De Fiore- non sono disponibili quando servono e giungono quando è troppo tardi per servirsene”. Un recente articolo pubblicato a questo proposito nel supplemento N°1 2018 del Journal of Public Health, firmato da C.C. Poot et al, analizza la portata dei vari passaggi in tema di comunicazione tra i due interlocutori. Le fasi possono sintetizzarsi in “cosa”, “come”, “a chi” e “perché”. Tutti questi momenti hanno il loro valore, ma gli autori trovano che l’elemento più cruciale e gestito per di più nel modo peggiore è il “come”, vale a dire il linguaggio che viene usato. Il contenuto dell’informazione deve essere anzitutto comprensibile ai gestori politici, poi l’informazione deve essere succinta e suggerire ai “decision makers” azioni realizzabili concretamente anche in situazioni che spesso sono diverse da quelle vigenti nella sperimentazione dei ricercatori. Secondo gli autori dell’articolo l’importanza del linguaggio usato per “disseminare” proficuamente i risultati di una ricerca è purtroppo sottostimata, quando invece richiederebbe una competenza che non si improvvisa e che dovrebbe essere coltivata e pesata con attenzione se si vuole pervenire in buona fede ad una interazione ottimale tra politica sanitaria e ricerca.