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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

L’obiettivo della ossigenoterapia iperbarica (OTI) è quello di far giungere disciolto nel sangue ossigeno puro al 100% ad una pressione superiore di 2-2,8 volte quella atmosferica. L’OTI, ha dimostrato la sua efficacia nella cosiddetta malattia dei cassoni  (o dei palombari o dei sub): nella risalita del sub, se la decompressione è troppo rapida, i gas disciolti nel sangue passano allo stato gassoso formando bolle che costituiscono emboli pericolosi specie per il sistema nervoso. Anche in altre situazioni l’OTI può risultare utile, quali intossicazioni da monossido di carbonio, politraumi, ascessi cerebrali da actinomiceti, infezioni delle parti molli, gangrene di vario tipo e altro ancora. Un recente articolo pubblicato nella rivista PlosOne suggerisce l’efficacia della OTI nella “fibromialgia” (FM), patologia misteriosa e orfana  fino ad ora di una certa definizione delle cause e  di terapie soddisfacenti. La FM è una sindrome muscolo tendinea più frequente nelle donne che provoca dolori diffusi su una ventina di specifici punti e marcato affaticamento, associati spesso a rigidità al risveglio, cefalea formicolio alle estremità, disturbi del sonno. Alcuni ipotizzano un’abnorme percezione del dolore secondaria a traumi pregressi. La cronicità dei disturbi e il loro difficile controllo favorisce un atteggiamento ansioso-depressivo che può ostacolare anche le relazioni interpersonali. La FM si associa non di rado con malattie altrettanto mal definite quali la “sindrome della fatica cronica” e delle “gambe senza riposo”. La diagnosi è eminentemente clinica e prevede l’esclusione di un artrite reumatica. L’attività fisica è utile e deve accompagnare la terapia con antidolorifici/antinfiammatori e farmaci che migliorano il sonno notturno, ma l’efficacia  è poco soddisfacente. Vivo Interesse dunque per lo studio israeliano di PlosOne su 48 donne da almeno 2 anni affette da fibromialgia e sottoposte alla OTI 5 volte/settimana, 90 minuti a seduta, per un totale di 2 mesi. Il miglioramento clinico si è registrato in tutte. Con una scansione speciale nota come SPECT (una specie di TAC che usa i raggi gamma) eseguita prima e dopo l’OTI i ricercatori  hanno documentato che il miglioramento clinico si associava alla normalizzazione di alterazioni cerebrali preesistenti al trattamento (in primis in aree frontali e posteriori). L’OTI avrebbe consentito di ridurre/eliminare l’uso degli antidolorifici. Inoltre, secondo gli autori dello studio, l’effetto terapeutico grazie alla rigenerazione neuronale indotta dalla OTI, è persistente e non solo momentaneamente sintomatico. L’interesse è scontato, ma lo studio è pubblicato nella modalità “open access”, cioè non necessariamente sottoposto a un preventivo parere di esperti. Ciò fa auspicare studi di conferma metodologicamente ineccepibili da parte di altri gruppi.

In marzo 2018 la Federazione Nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (FNOMCEO) ha preso posizione su parecchie questioni, tra cui la discriminazione tra medici maschi e femmine in termini di reddito. Riporta il Relatore F. Anelli che i medici donne nel mondo guadagnano in media il 23% in meno dei colleghi maschi, ciò che per l’ONU costituisce “il più grande furto della storia”. Da un’altra fonte, il rapporto Adepp, risulta che il reddito delle donne non supera il 50 % di quello degli uomini. La  discrepanza, almeno in Italia, è particolarmente marcata a seconda dell’aria geografica: ad esempio, il reddito medio delle professioniste in Trentino-Alto Adige ”si posiziona intorno ai 30 mila euro l’anno, mentre quello delle professioniste calabresi si aggira introno ai10 mila euro l’anno”. La discriminazione concerne non solo il reddito ma anche la rappresentatività delle donne medico nei vari settori della medicina (delle donne chirurgo ne abbiamo appena trattato in rubrica), come pure nelle istituzioni e negli ordini professionali .Solo 11 sono le medichesse che risultano Presidenti dell’Ordine, ciò che contrasta con il numero progressivamente crescente delle donne laureate in medicina. In Italia i medici donna sono oggi 159.669, 11,825 le odontoiatre e 4.439 le iscritte a entrambi gli albi. In totale dunque ”quasi 176 mila professioniste che, in tutte le fasce di età sotto i 50 anni, hanno <sorpassato> per numero i colleghi uomini”. Questa contraddizione tra numero alto e reddito basso è criticata da Anelli, che promette soluzioni adatte a correggere una tale palese ingiustizia. A questo scopo la Federazione ha istituito un “Tavolo permanente di confronto tra l’esecutivo nazionale e le presidenti OMCEO E CAO (Commissione Albo Odontoiatri)”. Referente di questo tavolo è una donna (AM Calcagni) e un’altra donna medico (E  Bottiglieri) è stata nominata referente del Comitato Centrale, sempre con l’obiettivo di contribuire meglio alla linea politica della FNOMCEO. C’è insomma la dichiarata esigenza di inserire in ogni commissione dell’Ordine e della CAO una presidente  donna.  Una giovane collega ha scritto al riguardo: ”Noi come donne chiediamo di lavorare per la Federazione per accrescerne la forza e la credibilità, convinte che non è la FNOMCEO che si deve occupare di noi, siamo tutti noi, uomini e donne,che dobbiamo occuparci unitariamente della Federazione”. Chi scrive plaude ovviamente alla nuova strategia “pro-medichesse” dell’Ordine, ma attende però che alle parole seguano dei fatti. Per  troppo tempo l’Ordine ha glissato su questa e su altre questioni importanti, più attento non di rado a faccende burocratiche che a sanzionare comportamenti deontologicamente scorretti o colleghi che esercitano in base a presupposti pseudoscientifici con conseguenze talora anche molto serie.

In Tibet forse si vive meglio e si pone maggiore attenzione ai problemi dello spirito, ma intanto il materialista Occidente manda gli uomini sulla luna, ci fa un pensierino su Marte e in medicina rende possibili cure impensabili fino a decenni fa. Come altre pratiche alternative anche la medicina tibetana manca di ogni documentazione di efficacia. Naturalmente ciascuno è libero di crederci e di curarsi come crede, ma le istituzioni devono vigilare perché le cure di efficacia solo millantata e quelle di validità assodata non siano messe sullo stesso piano e che solo le seconde siano pagate con i soldi dei contribuenti. Uno di queste istituzioni è l’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization), fondata nel 1945, che nel contesto dell’ONU ha il compito di promuovere la pace, la giustizia, i diritti umani e (dal 1972) di proteggere i siti considerati patrimonio dell’umanità. Il termine “scientific” sottolinea il ruolo anche scientifico dell’organizzazione, ciò che rende ineffabile la storia seguente. Nel 2017 l’UNESCO è stato coinvolto in una singolare polemica tra Cina e India. Ambedue queste Nazioni chiedono all’UNESCO che sia riconosciuta loro la paternità della medicina tradizionale tibetana e che questa sia inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità. Una richiesta da lasciare esterrefatti, per di più rivolta a un ente che si occupa di tutelare ben altri patrimoni dell’umanità (2017 nel mondo e 53 solo in Italia!). Commentando la notizia sul Corriere della Sera, il fisico Carlo Rovelli fa presente che molte sono le medicine tradizionali, alternative o no, prive di valenza scientifica  e sarebbe il colmo che queste fossero considerate tout court patrimonio dell’umanità. Se L’UNESCO dovesse rispettare e tutelare tutte le tradizioni -insiste Rovelli- dovrebbe forse includere nella lista dei patrimoni dell’umanità i salassi usati secoli fa dalla medicina ufficiale senza alcuna motivazione logica? E aggiunge il fisico: “Se un’istituzione garantisce o promuove in nome di un generico «rispetto di qualsiasi tradizione» questa istituzione viene meno al suo dovere”. Le riserve sul singolare coinvolgimento dell’UNESCO da parte di Cina e India valgono naturalmente per tutte le medicine tradizionali, convenzionali o alternative, a meno che nei secoli la loro efficacia non si sia poi documentata in modo scientifico. In conclusione, l’UNESCO non ha il compito di riconoscere tutto ciò che é “tradizionale” perché altrimenti -rileva ancora provocatoriamente Rovelli -“dovrebbe includere nei patrimoni dell’umanità oltre ai salassi,  la schiavitù, il lavoro forzato minorile, il diritto dei mariti di picchiare le mogli e i sacrifici umani”. Una persona o uno Stato (ahimé!) possono credere nelle cure che vogliono, tibetana inclusa, ma senza pretendere un improprio riconoscimento dell’UNESCO.

Mesi fa le società scientifiche di diabetologia (Sid, Amd Siedp) e le associazioni dei pazienti con diabete (Fand, Diabete Forum, Agd, Aniad) sono scese in campo in modo ufficiale “per ribadire questo semplice ma vitale messaggio: l’unica terapia per il diabete tipo 1 è l’insulina. Sospenderla significa rischiare di morire”. Sembrerebbero pleonastiche queste affermazioni dato che è ultra assodato da decenni che il diabete ti tipo 1 è dovuto a insufficiente produzione pancreatica di insulina, ma pleonastiche non sono dato che ogni tanto qualche furbone, giocando con la vita dei pazienti, mette in circolazione notizie false che li illudono di poterne fare a meno grazie a diete e a integratori speciali senza la schiavitù delle iniezioni giornaliere. Questa bufala la si deve al giornalista Adriano Panzironi che su un’emittente locale conduce una trasmissione di medicina alternativa in cui vengono offerte ai pazienti cure miracolose per un vasto numero di malattie, tra le quali il diabete mellito. Il giornalista, mai stato iscritto all’Ordine dei Medici, dopo una recente trasmissione di  “Le Iene” è stato denunciato sulla sua pagina Facebook dall’ex presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) E. Bonora, con l’accusa di essere “il giornalista che fa guarire da tutte le malattie” con una  speciale alimentazione e con l’assunzione di alcune pasticche, guarda caso!, vendute proprio dallo stesso Panzironi. In una nota congiunta le società scientifiche e le associazioni dei pazienti  sopra menzionate rilevano che in un Paese dove domina sovrana la disinformazione scientifica questo è molto grave specie in un campo come la medicina dove “c’è chi per evidenti interessi commerciali, può permettersi di promettere indisturbato di guarire le malattie più disparate, dall’Alzheimer, al diabete di tipo 1, grazie ad una dieta miracolosa corredata da integratori” che tra l’altro costano non poco e sono pagati di tasca propria dal paziente. Ma oggi grazie a TV, cellulari e rete “Basta un microfono, una telecamera, un sito web e la fake news è servita”. Per questo diabetologi e associazioni di pazienti “si augurano che al più presto le istituzioni sanitarie e le autorità competenti intervengano nei confronti di questi personaggi televisivi, per evitare che qualche persona con diabete possa riportare serie conseguenze, seguendo i loro consigli, infarciti di concetti pseudo-scientifici <orecchiati> qua e là ed enunciati come verità assolute”. Chi scrive, tuttavia, si domanda come mai si auspichino interventi istituzionali (sanitari e legali) a difesa del malato che già dovrebbero essere operativi da anni, anzi da sempre. È tempo dunque che per chi abusa della professione e induce a scelte potenzialmente fatali come la sospensione dell’insulina (ma non è omicidio?), vengano automaticamente applicate sanzioni severe.

Problema ricorrente è se il caffè fa bene o male e la letteratura non è omogenea. L’attenzione spesso si è concentrata sulle sostanze contenute nel caffè e sui loro effetti “teorici” più che sulla registrazione oggettiva degli effetti su grandi numeri di consumatori. Mesi fa un articolo sul British Medical Journal intitolato “Coffee consumption and health: umbrella review of meta-analyses of multiple health outcomes” (Consumo di caffè e salute: rassegna a largo raggio di meta-analisi di vari esiti sulla salute) ha rinnovato l’attenzione a benefici e rischi del caffè pubblicando la più vasta revisione esistente di ben 219 meta-analisi. Da non dimenticare che una meta-analisi non è uno studio singolo, ma una raccolta qualitativa e ponderata di studi controllati i più omogenei e rispettosi possibile di alcuni requisiti metodologici, riguardanti sia osservazioni retrospettive che studi randomizzati prospettici. L’analisi della casistica complessiva analizzata dai ricercatori, veramente ragguardevole, é troppo complicata sotto il profilo metodologico e non ci consente di entrare nei dettagli. Basti ribadire che gli autori hanno cercato di definire il rapporto tra consumo di caffè e disparate conseguenze sulla salute in popolazioni adulte di varia etnia, in tutti i Paesi e in varie aree. In parziale disaccordo con indagini del passato, lo studio sul BMJ dimostrerebbe che nei soggetti usi a consumare da 3 a 4 tazze di caffè al giorno c’é una riduzione del rischio di mortalità generale, di mortalità cardiovascolare e di patologia cardiovascolare. Rispetto ai consumatori di quantità inferiori o in non bevitori di caffè risulterebbe diminuito pure il rischio di  patologia tumorale e di malattie neurologiche, metaboliche ed epatiche. L’abuso di caffè potrebbe essere dannoso solo nelle donne incinte (parto prematuro, microsomia fetale, malformazioni), nelle quali aumenterebbe pure il rischio di fratture ossee (assente nei maschi). Gli stessi autori, consapevoli che gli studi osservazionali (che sono maggioritari nella loro ricerca) offrono spesso il fianco a distorsioni interpretative, prudentemente auspicano ulteriori studi prospettici randomizzati. I dati devono inoltre essere corretti (ciò che gli autori per altro hanno fatto) eliminando fattori confondenti, in primis il fumo eventualmente concomitante. Caffè non significa naturalmente solo caffeina, ma centinaia di altri composti attivi,  antiossidanti in primo luogo, che non si perdono con la tostatura benché diversi a seconda che il caffè sia filtrato o no, come nell’espresso. È bene infine ricordare che una tazzina di espresso (35-40 cc) contiene circa 50 mg di caffeina, mentre una tazzina con la moka (50 cc) ne contiene più di 100, pressappoco la stessa quantità presente in una tazza di caffè “filtrato” all’americana. Conclusione: “in medio stat virtus” anche per il caffè.

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