L’obiettivo della ossigenoterapia iperbarica (OTI) è quello di far giungere disciolto nel sangue ossigeno puro al 100% ad una pressione superiore di 2-2,8 volte quella atmosferica. L’OTI, ha dimostrato la sua efficacia nella cosiddetta malattia dei cassoni (o dei palombari o dei sub): nella risalita del sub, se la decompressione è troppo rapida, i gas disciolti nel sangue passano allo stato gassoso formando bolle che costituiscono emboli pericolosi specie per il sistema nervoso. Anche in altre situazioni l’OTI può risultare utile, quali intossicazioni da monossido di carbonio, politraumi, ascessi cerebrali da actinomiceti, infezioni delle parti molli, gangrene di vario tipo e altro ancora. Un recente articolo pubblicato nella rivista PlosOne suggerisce l’efficacia della OTI nella “fibromialgia” (FM), patologia misteriosa e orfana fino ad ora di una certa definizione delle cause e di terapie soddisfacenti. La FM è una sindrome muscolo tendinea più frequente nelle donne che provoca dolori diffusi su una ventina di specifici punti e marcato affaticamento, associati spesso a rigidità al risveglio, cefalea formicolio alle estremità, disturbi del sonno. Alcuni ipotizzano un’abnorme percezione del dolore secondaria a traumi pregressi. La cronicità dei disturbi e il loro difficile controllo favorisce un atteggiamento ansioso-depressivo che può ostacolare anche le relazioni interpersonali. La FM si associa non di rado con malattie altrettanto mal definite quali la “sindrome della fatica cronica” e delle “gambe senza riposo”. La diagnosi è eminentemente clinica e prevede l’esclusione di un artrite reumatica. L’attività fisica è utile e deve accompagnare la terapia con antidolorifici/antinfiammatori e farmaci che migliorano il sonno notturno, ma l’efficacia è poco soddisfacente. Vivo Interesse dunque per lo studio israeliano di PlosOne su 48 donne da almeno 2 anni affette da fibromialgia e sottoposte alla OTI 5 volte/settimana, 90 minuti a seduta, per un totale di 2 mesi. Il miglioramento clinico si è registrato in tutte. Con una scansione speciale nota come SPECT (una specie di TAC che usa i raggi gamma) eseguita prima e dopo l’OTI i ricercatori hanno documentato che il miglioramento clinico si associava alla normalizzazione di alterazioni cerebrali preesistenti al trattamento (in primis in aree frontali e posteriori). L’OTI avrebbe consentito di ridurre/eliminare l’uso degli antidolorifici. Inoltre, secondo gli autori dello studio, l’effetto terapeutico grazie alla rigenerazione neuronale indotta dalla OTI, è persistente e non solo momentaneamente sintomatico. L’interesse è scontato, ma lo studio è pubblicato nella modalità “open access”, cioè non necessariamente sottoposto a un preventivo parere di esperti. Ciò fa auspicare studi di conferma metodologicamente ineccepibili da parte di altri gruppi.