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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

OXFAM è l’acronimo inglese (definitivamente adottato nel 1965) di una organizzazione internazionale ”non profit” nata in Gran Bretagna nel 1942, per assicurare allora un supporto alimentare alle donne e ai bambini greci stremati dalla guerra. Con OXFAM, che riceve annualmente una trentina di milioni di sterline dal Regno Unito, sono oggi  confederate varie ONG di una novantina di Paesi che si avvalgono complessivamente di migliaia di collaboratori locali.  Gli intenti di sono indiscutibilmente nobili: portare aiuto idrico, alimentare e igienico-sanitario alle popolazioni più povere e disastrate in ogni parte del mondo, migliorarne le qualità di vita, realizzare progetti di sviluppo e di ricostruzione in loco. OXFAM Italia, ad esempio, ricorda, sul web, due interventi: il primo é l’impegno profuso in Cambogia dopo la caduta nel 1979 di Pol Pot, dittatore responsabile con i suoi Khmer Rossi dello sterminio di più di 1,5 milioni di cambogiani (il 20% della popolazione!); il secondo é l’aiuto urgente alla popolazione etiope durante la carestia del 1984.  Ma gli interventi benemeriti non si contano e chi scrive confessa che, quando ne è stato informato, ha sempre sottoscritto e diffuso le iniziative avviate da questa organizzazione. Colpo al cuore agli inizi dell’anno: Times rivela che funzionari e volontari di OXFAM, profittando del loro ruolo istituzionale, hanno commesso abusi sessuali di vario genere nelle aree di intervento.  Mark Goldring, numero uno di Oxfam, pur a conoscenza dei fatti, avrebbe cercato di coprire lo scandalo. Gli abusi vengono d’altronde confermati dalla garante interna dell’organizzazione Helen Evans, e vanno dallo stupro, allo sfruttamento sessuale di ragazze, anche minorenni, costrette a prostituirsi per fame in territori di guerra come in Ciad nel 2006 o ad Haiti, devastata dal terremoto del 2010. Per lo scandalo sollevato dal Times la numero  2 della ONG Penny Lawrence si è dimessa, ritenendo assolutamente inadeguata la reazione dei dirigenti di Oxfam agli abusi commessi da alcuni loro membri nel contesto di missioni umanitarie. Fatti così gravi e indecenti da essere definiti “un fallimento morale” anche dalla ministra inglese della Cooperazione Internazionale Penny Mordaunt. In verità, risulterebbe che nel 2011 OXFAM avesse avviato una indagine interna rilevando una serie di abusi che avrebbero portato al licenziamento di 4 membri dello staff e indotto alla dimissione altri tre membri, ma lo stesso Goldring ha dovuto ammettere di non aver approfondito sui misfatti, dato che il rapporto parlava solo di “comportamenti sessuali inappropriati e molestie” ma non di “potenziali crimini sessuali che coinvolgevano minorenni”. Ulteriore accusa a OXFAM è di non avere rivelato alle altre agenzie umanitarie chi fossero i membri dello staff responsabili degli abusi, con conseguente imprudente reimpiego di personaggi immorali in altre zone critiche. Ciò sarebbe effettivamente successo per Roland van Hauwermeiren, membro senior (68 anni) dell’organizzazione, il quale, pur coinvolto nell’ingaggio di prostitute ad Haiti nel 2011, è diventato capomissione per “Action Against Hunger” (Lotta contro la fame) in Bangladesh dal 2012 al 2014. Personalmente, chi scrive crede ancora in OXFAM e nei progetti umanitari che porta avanti. Tuttavia, anche per questa organizzazione e altre ONG, ma ciò vale per ogni altra categoria professionale (politici, medici, preti, forze dell’ordine, giornalisti, avvocati, giudici), essenziale è che se esistono anche poche mele marce in categorie sostanzialmente sane, queste non vadano coperte ma denunciate ed espulse. E’ quanto mi sembra stia opportunamente facendo in questi giorni anche Medici senza Frontiere dopo le scandalose rivelazioni di abusi sessuali compiuti da alcuni suoi associati. Altrimenti, come e di chi fidarsi?

Negare che il tennis piaccia al Direttore di questo quotidiano, a me e a tanti altri sarebbe sfacciataggine pura. Ciò non impedisce tuttavia di commentare oggettivamente questo sport in ottica salutistica. Opinione diffusa è che il tennis sia uno sport non ideale in quanto causa di sviluppo asimmetrico dei muscoli in particolare di braccia, spalle e scapole. I tennisti seniores ricordano certamente l’ipertrofia del deltoide e del muscolo scapolare di Bjorn Borg, resa particolarmente evidente grazie al suo uso di magliette molto attillate. Chi scrive ha potuto inoltre disporre anni fa delle radiografie della grandissima Billie Jean King, dove ciò che colpiva, oltre all’ipertrofia muscolare, era pure un asimmetrico sviluppo osseo di omero, radio e ulna. Non manca però chi obietta intanto che asimmetria non significa necessariamente rischio maggiore di una qualsiasi patologia. Gianfranco Beltrame, specialista in medicina dello sport, di recente intervistato sul Corriere da Antonella Spervoli, ridimensiona l’asimmetria causata dal tennis e sottolinea invece molti aspetti biologici positivi di questo sport. Ispirandosi a quanto scrive ad hoc il British Journal of Sport Medicine egli  rileva che il tennis è uno sport completo sia aerobico che anaerobico. Per capirci, aerobico è uno sport praticato con esercizi di lunga durata e bassa intensità che necessitano di ossigeno per ossidare zuccheri e grassi con conseguente sintesi di quel carburante energetico che è l’ATP. Aerobici sono in primis il nuoto, il ciclismo, la corsa dagli 800 metri in su, la cyclette, la camminata spedita. A beneficiare dello sport aerobico è soprattutto l’apparato cardiopolmonare. Diversamente, i principali sport anaerobici sono sollevamento pesi, corsa veloce, sci alpino e body building, richiedenti durata breve e intensità elevata dell’esercizio muscolare. In questo caso l’organismo l’energia necessaria la ricava non dall’ossigeno ma dalla degradazione del glicogeno dei nostri muscoli con aumento della loro massa. Il tennis – afferma Beltrame- è sport completo, sia aerobico che anaerobico, fatto com’è di scatti improvvisi ma anche di movimenti più lenti e prolungati. Questo sport individuale ha inoltre un valore educativo, anche per i ragazzini,  insegna loro gestire la tensione psicologica, a rispettare l’avversario e a decidere la tattica di gioco molto di più di quanto non avvenga nei giochi di squadra. Quanto alla simmetria, questo eventuale “difetto” si è ridotto in assoluto grazie a una preparazione ginnica pre-tennistica e all’uso di racchette molto più leggere. D’altronde l’asimmetria vistosa riguarderebbe comunque una esigua minoranza di professionisti e non certo le migliaia di giocatori amatoriali. Di “giocatori asimmetrici” nei nostri tennis club se ne vedono in effetti molto pochi, specie tra i seniores.

Innamorarsi è inteso da molte persone come un evento puramente emotivo, a volte lento e a volte così repentino da essere definito “colpo di fulmine” o “amore a prima vista”. Ci si innamora senza una ragione precisa, benché in fase di innamoramento si registrino modificazioni psicofisiche evidenti: i pensieri si concentrano quasi ossessivamente sulla persona di cui si è innamorati, i sogni che la riguardano sono frequenti, gli sguardi dell’innamorato sono eloquenti. Anche la predisposizione al sesso, individualmente variabile e più o meno consapevole, è una componente importante dell’azione ossitocinica, in sintonia con il testosterone, noto ormone della libido anche bella donna. L’innamoramento chiama comunque in causa il cervello e riguarda in particolare i nuclei ipotalamici che producono l’ormone “ossitocina” che raggiunge la parte posteriore dell’ipofisi da dove sarà poi rilasciato in circolo. Oltre all’ossitocina molti altri sono gli ormoni che concorrono alla “biochimica dell’amore e della sessualità” (testosterone, feniletilamina, dopamina, noradrenalina), ma l’ossitocina ha un ruolo peculiare. Ad es., ad essa in primis si deve l’amore materno, l’intensità del legame madre-bambino, le contrazioni uterine durante il parto, la maggiore produzione di latte nel post-partum). I rapporti tra innamoramento e ossitocina, già noti da tempo, sono stati ripresi più di recente da un gruppo di ricercatori dell’Università di Birmingham i quali confermano che l’ossitocina agisce sulla corteccia cerebrale frontale e prefrontale, aumentando la trasmissione del mediatore GABA che, regolando l’eccitabilità delle cellule nervose, rende generosi, disponibili, empatici, più portati cioè a capire gli altri e a socializzare, proprio come accade a un soggetto “che beve uno o due drink”. E infatti i ricercatori hanno scoperto che l’alcool produce effetti simili a quelli dell’ossitocina e concorre con essa alla propensione di sentirsi attratti. Molti ricercatori, tra cui I. Mitchell, ritengono che l’ossitocina serva pure ad affrontare meglio le situazioni stressanti (ma l’innamoramento non è esso stesso uno stress?). Insomma, esagerando un po’, l’innamoramento rassomiglia alla ubriacatura leggera che attenua le inibizioni di chi è sobrio e timido. L’ossitocina favorisce pure l’orgasmo nei due sessi ma nell’uomo, subito dopo l’eiaculazione, i persistenti alti livelli di questo ormone hanno un effetto opposto e cioè inibiscono l’eccitazione. Una delle tante dimostrazioni del ruolo pronubo dell’ossitocina viene da ricerche sui giovani: nei ventenni viventi more uxorio i valori di ossitocina sono più alti di quelli dei single, e tanto più elevati quanto maggiore risulta essere l’affinità di coppia “Chi non sa più innamorarsi ha qualcosa che non va” – cantava Ornella Vanoni: alludeva a un deficit di ossitocina e a pochi cin cin?

Assistiamo a violenze quotidiane di ogni genere ed è alquanto diffuso il tentativo di individuare un responsabile unico. La diffidente ostilità nei confronti della “razza nera” è un esempio piuttosto frequente. Si ignora però, e mi dispiace per Hitler che si riteneva di pura razza  ariana, che…siamo tutti Africani!  È in Africa, infatti, che si  sono sviluppate le più importanti specie del genere Homo che hanno caratterizzato le varie tappe dell’evoluzione umana. In Africa, furono ritrovati nel 1974 i resti fossili di “Lucy” (questo il suo nomignolo), un ominide femmina risalente a 3.250.000 anni fa. Molto dopo, all’incirca 200.000 anni fa, ma sempre in Africa, nacque l’Homo sapiens, specie alla quale appartengono “con identico DNA” tutte le popolazioni del pianeta. Le differenze esteriori, la più vistosa è il colore della pelle, sono conseguenza nell’arco di tempi lunghissimi dell’adattamento all’ambiente che ciascuna popolazione ha dovuto compiere. Un aneddoto emblematico ad hoc riguarda  Albert Einstein: sbarcando a Ellis Island negli Stati Uniti nel 1933 per sfuggire al nazismo che voleva sterminare la “razza ebraica”, dovendo compilare un modulo che prevedeva la voce “razza”, avrebbe scritto semplicemente “umana”.

Le etnie, invece, sono tutt’altra cosa e anche chi non è razzista fa dei ragionevoli distinguo. Esse sono comunità di persone che condividono lingua, religione, abitudini alimentari, credenze varie, riti, usi, tradizioni. Queste differenze culturali, a prescindere dalla razza che è unica, possono provocare (a volte comprensibilmente) atteggiamenti ostili o vero odio nei confronti di altre etnie, odio spesso permeato, benché non sempre, da componenti religiose. Ci sono esempi clamorosi e sconcertanti. Nella basilica del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, le risse tra monaci armeni e greco-ortodossi sono eventi frequenti specie durante la Pasqua Greco-ortodossa per la cerimonia del Fuoco Sacro (nel corso della quale i fedeli ritengono che sia lo Spirito Santo ad accendere le candele). In Irlanda del Nord il conflitto tra cattolici  protestanti (stessa razza e stessa lingua, stesso Dio) prima del 2007 aveva fatto registrare 3500 morti (in una popolazione di meno di 2 milioni di abitanti!) e circa il 70% dei ragazzi tra 18 e 25 anni non hanno manco oggi rapporti abituali con i coetanei dell’altra comunità irlandese. E l’etnia araba? Sunniti  (il 90% dei mussulmani nel mondo, in primis in Arabia Saudita) e sciiti (in primis in Iran), pur credendo nello stesso Allah e andando insieme alla Mecca sono in perenne conflitto aperto o mascherato. Insomma, anche chi non è razzista, come chi scrive, certe etnie ha il diritto di non digerirle, quelle per esempio che considerano la donna una schiava da “adoperare”, che non la lasciano studiare, né votare, né guidare la macchina o che (il massimo dell’orrore!) praticano l’infibulazione delle bambine. Concludo allora con un auspicio di sapore deamicisiano: che ogni etnia, se vuole essere accettata internazionalmente, si attivi a firmare e a rispettare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani formulata a Parigi (10/12/1948). Il primo articolo della Dichiarazione recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Auspicio patetico, lo so bene.

La infusione sottocutanea continuativa di insulina (ISCI) incontra sempre maggior favore nei diabetici di tipo 1 sia adulti che bambini. Il diabete di tipo 1 è com’è noto causato da una carenza di insulina dovuta all’aggressione di autoanticorpi contro le beta-cellule delle isole pancreatiche secernenti quest’ormone. La ISCI avrebbe sensibile vantaggio sulla terapia con dosi iniettive multiple di insulina (DMI) e tuttavia agli esordi del suo impiego, la infusione continuativa di insulina sembrava associarsi, specie in pazienti pediatrici, ad una maggiore fequenza di crisi ipoglicemiche e a un maggiore aumento di acido acetacetico, acido beta-idrossibutirrico e acetone sia nel sangue (chetonemia) che nelle urine (chetonuria).  Nel soggetto normale con adeguata disponibilità di glucosio i corpi chetonici ematici e urinari sono presenti solo in tracce, ma diventano dosabili quando appunto lo sfruttamento del glucosio è impedito dalla insulino-carenza e il fabbisogno energetico è garantito da un esaltato catabolismo degli acidi grassi liberi. La brusca ipoglicemia (evento temibile nel diabetico) produce disturbi svariati la cui natura, specie se la gravità è modesta, può anche inizialmente sfuggire: malessere, palpitazioni, disturbi di  vista, languore, affaticabilità, mal di testa, tremori, sudorazione, pallore, sonnolenza, irritabilità. Quelli più gravi sono invece eclatanti, costituiti da perdita momentanea di coscienza (svenimento), coma ipoglicemico e persino decesso se l’ipoglicemia è profonda e prolungata. Per stabilire i rischi della somministrazione sottocutanea continuativa di insulina si è condotto pertanto  un importante studio di coorte multicentrico, pubblicato nel 2017 sulla rivista statunitense JAMA, relativo a 30.579 pazienti con diabete di tipo 1 arruolati in 446 centri diabetologici di Germania, Austria, Svizzera e Lussemburgo, di cui 14.119 in infusione sottocutanea continuativa di insulina e 16.460 trattati tradizionalmente con dosi multiple di questo ormone. Tutti i pazienti venivano seguiti per 12 mesi di cura, durante i quali come parametri fondamentali di valutazione venivano scelti gli eventi ipoglicemici severi e la cheto-acidosi, mentre criteri secondari erano l’andamento della glicemia e la variazione della dose necessaria complessiva di insulina. Da questo studio emerge che i diabetici, specie ma non solo bambini e adolescenti, trattati con infusione sottocutanea continuativa di insulina vanno effettivamente incontro a meno crisi ipoglicemiche, a meno episodi di coma, a minor rischio di cheto-acidosi, a un calo maggiore di emoglobina glicata e a un più ridotto fabbisogno insulinico. Dati interessanti per un malato diabetico e casistica molto rispettabile, ma la mancata randomizzazione (assegnazione a caso del trattamento) impone ulteriori conferme metodologicamente più rigorose.

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