Milioni di persone in tutto il mondo hanno bisogno di trasfusioni e migliorano o si salvano grazie ad esse, un privilegio di cui anche in questo caso beneficiano molto più ampiamente le popolazioni dei paesi più ricchi. Per il Medio Oriente in fiamme le trasfusioni sono evidentemente l’ultimo dei problemi di chi ci vive. Nel ricco Occidente l’impiego delle trasfusioni come mezzo di cura si è sempre più perfezionato a partire dal ‘900 specie al fine di evitare reazioni del soggetto trasfuso e di migliorarle tecniche di conservazione nelle banche del sangue sia di sangue intero che di specifici costituenti, in primis “pappe” eritrocitarie, fatte cioè da soli globuli rossi. Tuttavia, dibattuta è ancora la questione se è meglio il sangue “giovane” rispetto al sangue “vecchio”. Istintivamente si pensa che sia meglio il sangue fresco in accordo con opinionisti…d’altri tempi. Ovidio racconta nelle “Metamorfosi” del vecchio Pelea rinvigorito dal sangue “giovane e fresco” (sic!) datogli da Medea, e Plinio il Vecchio descrive i netti benefici in chi beveva il sangue fresco dei gladiatori morenti. Un recente studio controllato di H.H. Heddle e collaboratori riguarda la mortalità di circa 20 mila pazienti (selezionati dagli iniziali 31 mila) ricoverati in 6 ospedali degli Stati Uniti trasfusi con sangue di gruppo “0” o “A” tra il 2012 e il 2015. Il gruppo A di tali pazienti (6936 soggetti) era trasfuso con sangue conservato a breve termine (in media per 13 giorni), mentre il gruppo B (13922 soggetti) riceveva sangue conservato a lungo termine (in media per 23 giorni). Un decesso (parametro “forte”) si è registrato nel 9,1% del primo gruppo e nell’8,7% del secondo. Queste cifre percentuali si accordano con analoghi dati di letteratura riguardanti soggetti trasfusi considerati ad alto rischio come quelli sottoposti ad intervento cardiochirurgico, i ricoverati in reparti di terapia intensiva o con grave anemia secondaria a tumore maligno. Complessivamente, i risultati nella popolazione ospedaliera normale o nei pazienti ad alto rischio non differiscono molto tra loro e non suggeriscono significativi vantaggi clinici quali, ma non solo, una ridotta mortalità nei soggetti trasfusi con sangue “giovane” rispetto a quelli trasfusi con globuli rossi conservati da più lungo tempo. Insomma, sembra non esserci alcuna correlazione significativa tra l’età dei globuli rossi e la mortalità dei pazienti trasfusi, e ciò in accordo con precedenti meta-analisi di studi in neonati, bambini e pazienti nelle unità di terapia intensiva. Un concomitante editoriale di commento a questo studio, sulla stessa rivista, è concorde nello sdrammatizzare l’età degli eritrociti conservati, purché entro e non oltre i suddetti limiti. Il titolo è piuttosto divertente: “Globuli rossi: invecchiare con grazia nelle Banche del sangue”.