Circa 50 anni fa ad Ancona si riunivano gastroenterologi da tutta Europa. Tema del convegno era stabilire quanti esami di routine per la diagnostica epatologica fossero pleonastici. Si concludeva che alcuni esami erano doppioni inutili, in primis le due transaminasi, SGOT (o AST) e SGPT (o ALT). La SGOT è un enzima presente nei mitocondri della cellula epatica, mentre la SGPT si trova in maggior parte nel citoplasma. Subito dopo la scoperta dei due enzimi nel 1955, ad opera dei clinici italiani De Ritis, Coltorti e Giusti, si è ipotizzato un diverso loro significato e un valore diagnostico del rapporto SGOT/SGPT: esso sarebbe 1 in caso di danno epatico virale e maggiore di 2 se dovuto a eccesso alcolico. Di fatto, l’importanza di tale rapporto per definire l’origine dell’epatite è nulla anche perché ci si avvale oggi di ben altri mezzi, senza poi dimenticare la possibile co-esistenza di ambedue le cause. La scarsa utilità di saggiare entrambe le transaminasi non sembri una (discutibilissima) opinione personale: in realtà, non esistono studi clinici rigorosi pubblicati negli ultimi 50 anni che dimostrino l’utilità concreta del doppione. L’inerzia diagnostica è tuttavia una malattia cronica per cui si continua imperterriti a richiedere tutti e due gli enzimi. Un’altra perplessità riguarda il saggio ormai frequentissimo del TSH (ormone ipofisario erroneamente ritenuto spesso tiroideo dai non addetti). Ma dosare il TSH è del tutto immotivato se non si sospetta una malattia della tiroide, endocrinopatia questa piuttosto semplice da diagnosticare clinicamente anche da un medico non specialista. Altro esempio di errore costoso oltreché inutile è quello di insistere con esami di laboratorio e strumentali quando la diagnosi è già certa e ulteriori conferme sono del tutto pleonastiche. La questione “esami inutili” è stata affrontata recentemente dagli ematologi USA nell’ambito della campagna “Choosing wisely” (Scegliere saggiamente) sentendo anche il parere di specialisti di ben 65 società diverse già impegnate in raccomandazioni atte a risparmiare test irrilevanti. Le raccomandazioni principali sono cinque: 1. No a tecniche di imaging nell’embolia polmonare a meno che il sospetto non sia molto forte, 2. No ai test di trombofilia di routine in sospetto di infertilità; 3. No a emocromo/esami ematochimici se gli stessi sono stabili da tempo (e non è intervenuto un fatto nuovo); 4. No a trasfusioni di globuli rossi in assenza di instabilità emodinamica; 5. No a Pet, TAC o RM come follow up di routine in pazienti oncologici asintomatici, se non è individualmente indicato. Risparmio intelligente che consentirebbe di largheggiare con esami meno gettonati ma molto utili per più di un motivo, come la proteina C-reattiva e l’uricemia. Raccomandazioni “medie”, naturalmente, da modulare caso per caso.