MALATTIE INTESTINALI CRONICHE: CURARE I SINTOMI O LE LESIONI CHE LI CAUSANO? (19 aprile 2016)
Apr 20Sono non pochi gli ambiti della medicina in cui le esigenze del medico non collimano con quelle dei pazienti. Al paziente interessa soprattutto veder scomparire i propri disturbi, mentre al medico sembra più importante guarire le alterazioni anatomiche che sono alla base dei disturbi stessi. Banale dire che per entrambi l’optimum sarebbe che ambedue gli obiettivi venissero raggiunti. La questione si pone ovviamente per le malattie “croniche” che per definizione non sono passibili di guarigione. Caso emblematico è quello della Colite Ulcerosa (CU) e del Morbo di Crohn (MC). A ingarbugliare ulteriormente le cose è il fatto che la severità dei sintomi in queste malattie non correla strettamente con la gravità delle lesioni anatomiche. La sintomatologia può infatti regredire con le cure senza che migliorino significativamente le alterazioni della mucosa intestinale documentate con la colonscopia. Per di più, la definizione di guarigione anatomica non è ancora standardizzata per cui è anche arduo concordare su quanto realmente conti lo stato mucosale nel predire la frequenza delle recidive. In ogni modo, la pratica clinica sembra suggerire che quando il miglioramento dei sintomi e quello endoscopico corrono paralleli, il rischio di recidiva è più basso. Del resto, la tendenza alle recidive di CU e di MC è una realtà ineludibile che sembra inoltre variare pure a seconda del trattamento che ha provocato la remissione clinica. La terapia si avvale in effetti di farmaci molto diversi per meccanismo di azione, efficacia ed effetti collaterali. Un’accurata revisione 2015 su “Recenti Progressi in Medicina” fornisce dati molto interessanti al riguardo. Evitando dettagli troppo tecnici si può dire che nei pazienti affetti da MC e CU di media gravità e portati a guarigione clinica momentanea con gli aminosalicilati (i farmaci più comuni), la remissione endoscopica sembra più soddisfacente, benché con ampie oscillazioni, rispetto a quella ottenuta con altri farmaci (cortisonici, immuno-modulatori, anticorpi monoclonali). In linea di massima, il miglioramento endoscopico, che per altro è più frequente nella CU rispetto al MC, fa prevedere un decorso con minore tendenza alle recidive, minore ricorso al ricovero e minore necessità di soluzioni chirurgiche. L’opportunità di una verifica colonscopica anche nei pazienti al momento asintomatici è ancora sub judice e così dicasi dell’utilità di una sorveglianza istobioptica e non solo endoscopica nei pazienti trattati per 10 anni o più al fine di controllare una possibile evoluzione tumorale. Gli studi clinici controllati di confronto tra una strategia e l’altra sono scarsi e basati su casistiche non omogenee e limitate, ciò che impedisce la formulazione di Linee Guida tassative. Indubbiamente per CU e MC è doveroso un aggiornamento continuo.