Per prevenire l’embolia in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare (FANV), cioè non dovuta a malattia reumatica o a protesi mitralica, non esiste solo il coumadin. Già nel 2011 segnalavamo l’arrivo di apixaban, dabigatran e rivaroxan, agenti i cui vantaggi sul coumadin sarebbero: 1. Non necessità di controlli periodici ematici per monitorare l’INR (da mantenersi tra 2 e 3); 2. Rischio ridotto di embolia, emorragia e decessi; 3. minore interazione con farmaci e cibi. Mentre il coumadin riduce la disponibilità di vitamina K (uno dei fattori di coagulazione), i nuovi anticoagulanti inibiscono il cosiddetto “fattore X-attivato” e quindi la formazione di trombina, proteina specificca capace di convertire il fibrinogeno circolante solubile in fibrina insolubile (“conditio sine qua non” del trombo). Essi sono indicati specie nei fibrillanti ad alto rischio (pregressi ictus o TIA, età over 75, diabete, ipertensione, scompenso cardiaco). A questi 3 agenti si deve ora aggiungere l’edoxaban, che ha le stesse indicazioni. Ogni progresso, se documentato, è benvenuto, dato che più di 6 milioni sono i pazienti con FANV in Europa, e che il trombo-embolismo da trombosi venosa profonda fa registrare più di un milione di eventi/anno, con 370 mila decessi. L’edoxaban, già approvato dalla FDA e commercializzato in Giappone, Stati Uniti e Svizzera, è stato da poco raccomandato per l’approvazione in Europa dall’ EMA e la presenza nelle farmacie italiane è prevista per il 2016. L’approvazione deriva dai risultati di due studi clinici (di fase 3) pubblicati dal New England Journal of Medicine e attuati in 29.000 pazienti con FANV ad alto rischio, reclutati in più di 1000 centri di una cinquantina di Paesi. Da un monitoraggio a lungo termine (in media 3 anni) di pazienti con FANV o affetti da trombosi venosa profonda, trattati con edoxaban alla dose di 60 o 30 mg/die, risulta che l’efficacia di cura è “non inferiore” a quella del coumadin nella prevenzione dell’ictus, ma superiore a quella del coumadin quanto a prevenzione dei sanguinamenti (- 20%) e a riduzione della mortalità cardiovascolare(- 14%). Questi studi rigorosi e su casistica così ampia sembrano convincenti, ma chi scrive preferirebbe disporre di studi comparativi non tra edoxaban e coumadin, ma tra edoxaban e i 3 succitati antitrombina, i quali pure avevano dimostrato analoghi vantaggi sul coumadin. Questo per escludere che si tratti dell’ennesimo farmaco “me-too” (letteralmente “anch’io”), cioè medicinale fotocopia simile ma non migliore dei precedenti, in grado tuttavia di espandere il mercato e quindi i costi sociosanitari. Dato l’eccesso di eventi emorragici segnalato nei trattati con i precedenti anti-“fattore X-attivato” , una sorveglianza post-marketing nei soggetti trattati con edoxaban è inoltre altamente auspicabile.