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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

Più di un secolo fa l’anemia perniciosa (AP) era letale e già l’abbiamo rimarcato in rubrica anni fa. Tuttavia, mentre le strepitose vittorie della medicina (anche meritevoli del Nobel) sono presenti succintamente nei media solo qualche giorno, i casi di cronaca nera, specie se a sfondo sessuale, sopravvivono molto più a lungo. Cerco di rimediare minimamente a tale gap ricordando la storia dell’AP che inizia nel 1855 quando Th. Addison descrive un paziente pallido, prostrato e senza forze, con lingua liscia color magenta. Altri malati lamentano anche formicolio alle dita, disturbi gastrointestinali e neuromuscolari, con movimenti scoordinati e andatura incerta. Si scopre ben presto in essi calo di globuli rossi circolanti (più grandi che di norma), produzione midollare di essi disordinata, atrofia dello stomaco e ipo-acidità del succo gastrico. Agli inizi del ‘900 R. Cabot registra che i pazienti di AP muoiono entro 3 anni dall’esordio. Prognosi drammatica, dunque, fino al 1926 quando G. Minot e W. Murphy  dimostrano in pochi giorni un netto miglioramento clinico e un aumento di globuli rossi nutrendo i malati con fegato crudo, carne di montone e frutta. In 2-4 mesi l’AP guarisce e così pure gli eventuali disturbi neurologici. Ai 3 ricercatori viene assegnato il Nobel nel 1934. Restava però da individuare il fattore epatico responsabile della guarigione dell‘AP. Significative al riguardo le seguenti 3 tappe: 1. 1948: K. Folkers isola la vitamina B12 (cobalamina); 2. 1955: A. Todd e D. Hodgkin scoprono la struttura tridimensionale della vitamina B12; 3. In contemporanea R. Woodward realizza la sintesi della B12. Anche a questo trio di ricercatori viene assegnato il Nobel nel 1973. A seguire, W. Castle ipotizza che ci sia un rapporto tra atrofia/anacidità gastrica ed efficacia curativa del fegato, e sospetta l’esistenza nel succo gastrico normale di un fattore necessario all’assorbimento della B12 contenuta nelle carni. Per  verificarlo il ricercatore si fa un bel hamburger, aspira il proprio succo gastrico per poi trasferirlo con sonda in un malato di AP. Già pochi giorni dopo Castle registra nel paziente un aumento di globuli rossi: è la conferma che nello stomaco dei normali è presente un fattore (“intrinseco”) necessario per l’assorbimento nell’intestino tenue (ileo) della B12 (fattore “estrinseco”). In seguito, nel sangue del 90% dei malati di AP si scopriranno anticorpi contro le cellule parietali delle ghiandole gastriche (proprio quelle che producono sia il fattore intrinseco che l’acido cloridrico) e nel 50% di essi anticorpi specifici unicamente contro questo fattore. L’AP viene per questo collocata spesso tra altre malattie auto-immunitarie (che possono pure coesistere). La sconfitta dell’AP è un esempio entusiasmante di come procede la medicina seria basata su prove. A questa non ci sono…alternative (mi si passi lo “jeu de mot”).

Si osserva spesso che eventi oltremodo drammatizzati da qualcuno possono lasciare del tutto indifferenti altre persone. Si può constatare questa “diversità caratteriale” persino in fratelli o gemelli. La differente emotività sembra in buona parte prescindere dal censo, ma le cause che la sollecitano possono non essere le stesse: nei ceti più bassi, ad esempio, essa è favorita dalla costante preoccupazione di come affrontare i numerosi problemi esistenziali quotidiani. Ma pure attori/cantanti o miliardari (che non nomino per evitare seccature), sono caratterialmente così notoriamente così emotivi da sniffare per vincere la tensione durante le apparizioni in pubblico (a parte quelli che si drogano per “rilassarsi al meglio” in certi incontri privati). Sembra ragionevole pensare che l’emotività possa correlarsi in qualche modo sia ai geni che all’ambiente familiare e/o professionale. Tuttavia distinguere quanto pesi da una parte l’influsso dell’ambiente e, dall’altra, quello del genoma è un’impresa non facile, per cui il ruolo effettivo dell’ereditarietà sulla nostra emotività non è ben definito. Uno studio datato sulla rivista “Journal of Neuroscience” da ricercatori guidati dalla  dottoressa Rebecca Todd, rivelerebbe che responsabile della nostra emotività di fronte ad eventi stimolanti positivi o negativi concorra una mutazione genetica. Lo dimostrerebbe l’abnorme attività registrata con RM in alcune aree cerebrali, non rilevabile nei soggetti che non hanno subita la suddetta mutazione genetica. Il gene mutato responsabile di tale attivazione e conseguente iperemotività, noto come ADRA2b, assicura la memoria “emotiva” delle nostre sensazioni belle o brutte. Sotto il profilo evolutivo, ciò servirebbe a non ripetere esperienze rischiose. Secondo  ricercatori di Zurigo, che qualcuno riesca a “rivivere” emozioni forti positive o negative meglio di altri, sarebbe dunque frutto proprio della mutazione del gene ADRA2b: questa porterebbe alcune persone a trattenere meglio il vissuto stimolando la produzione del neurotrasmettitore noradrenalina, che è responsabile pure dello “stoccaggio” dei ricordi. I ricercatori lo hanno ricavato studiando due gruppi di volontari, alcuni africani del Ruanda e gli altri europei. A tutti sono state mostrate immagini “positive” (matrimoni, famiglia), “negative” (guerra e devastazioni) e “neutre” (oggetti d’arredo). Solo i volontari sia africani che europei in cui era registrabile la mutazione del gene ADRA2b ricordavano meglio degli altri le fotografie positive e negative loro mostrate in precedenza, e reagivano emotivamente di conseguenza, indipendentemente dalle loro precedenti esperienze di vita. Alle immagini neutre i gruppi con e senza mutazione reagivano invece allo stesso modo. Insomma, pure una mutazione genetica modulerebbe l’intensità e il modo di come percepiamo le vicende del modo che ci circonda.

L’Italia è il Paese che nel mondo consuma più acqua minerale, circa 12 miliardi di litri all’anno pari a 200 litri  pro capite. Di questa peculiarità ce ne accorgiamo di persona quando ad esempio torniamo in macchina dall’Inghilterra: già in Francia il numero delle acque minerali cresce e in Italia, poi, ci imbattiamo in un’autentica…orgia (oltre 700!). Uno dei motivi di tale consenso è la convinzione che l’acqua  imbottigliata sia più controllata. La Dr.ssa Lima  (in collaborazione con altri esperti italiani ed europei) anni fa ha condotto un’analisi di 158 marche in commercio, pubblicandone poi i risultati su un numero di “Le Scienze” datato, ma ancora valido. Per non creare allarmi immotivati va pregiudizialmente sottolineato che in generale le acque imbottigliate in Italia (molte anche in Trentino–AA) risultano di buona qualità, a prescindere dal contenitore. Tuttavia, dall’articolo citato emergevano alcuni particolari che suggeriscono comunque la necessità “di nuove regole per fissare i limiti di certi componenti dannosi per la salute”. Non si tratta solo dei minerali contenuti in ogni acqua e principalmente acquisiti durante il suo percorso sotterraneo, diversi pertanto a seconda della tipologia del terreno (nelle acque “minerali” il loro contenuto non deve essere superiore ad 1 grammo/litro e in quelle “oligominerali” a 200 milligrammi/litro). Una ulteriore attenzione è necessaria agli “elementi traccia”, presenti in microgrammi/litro. Si tratta di quantità minime dato che 1 microgrammo corrisponde a un millesimo di milligrammo e quindi a un milionesimo di grammo. Tuttavia, ciascuno di questi elementi, se assunto a lungo termine deve essere considerato per suoi possibili effetti tossici e persino cancerogeni. Per alcuni di essi, quali alluminio, arsenico, boro, cloro, fluoro, solfati e nitrati esistono dei limiti di concentrazione imposti dagli enti regolatori, ma non per tutti: per esempio, non per il berillio che pure è considerato dallo IARC cancerogeno di gruppo 1, o per l’uranio, la cui tossicità biochimica  è molto maggiore del danno radioattivo. Quello che stupisce è che i controlli al riguardo sono 4 volte più rigorosi per l’acqua potabile che non per le acque imbottigliate, per le quali è previsto un  controllo all’anno da parte dei produttori che non sono tenuti per legge a riportare in etichetta la concentrazione degli elementi traccia ricercati. L’analisi delle acque imbottigliate ha invece dimostrato che per molti elementi potenzialmente tossici (una ventina) la ”concentrazione può superare il limite imposto dalla normativa vigente per le acque potabili.” Secondo la UE anche per l’acqua di rubinetto sarebbero tuttavia auspicabili un’analisi chimica più dettagliata e pure studi epidemiologici (retrospettivi e prospettici) che quantifichino la tossicità a lungo termine, dato che il consumo di acqua è…a lungo termine.

L’omicidio di Giulia Tramontano bella donna di  29 anni incinta al settimo mese da parte del suo convivente Alessandro Impagnatiello è doppiamente orrendo comportando anche la morte della creatura che Giulia teneva in grembo.  Orrore vero, notizie e commenti quotidiani sui media per giorni ma ben presto poco spazio sarà dedicato dai media  sul come si potrebbe “una buona volta” ridurre significativamente la violenza sulle donne e punirne a dovere gli autori. Il problema è indubbiamente molto complesso anche perché le cause sono multifattoriali, eppure qualcosa si dovrebbe fare e non solo inorridire momentaneamente per il singolo misfatto. Intanto, servirebbe una sensibilizzazione costante dell’opinione pubblica da parte dei media, e non solo dettagli di cronaca nera, un’educazione civica e sessuale in famiglia e nelle scuole, e una normativa chiara e efficace per i soprusi. Senza questi peculiari ”vaccini”, l’obbrobrio peggiorerà, specie in periodi critici (pandemie, guerre, frustrazioni, povertà in aumento). Limitarsi a intervenire “dopo” sarebbe come filmare generosamente le case crollate in zone altamente sismiche, proponendosi poi di ricostruire nelle stesse aree senza prima avere realizzato solidi provvedimenti strutturali (“Honni soit qui mal y pense”). Un rapporto ONU del 2021 mostrava che delle 81.100 vittime di omicidi in tutto il mondo, vittime belliche escluse, 45 mila (più del 56%) riguardavano donne e ragazze e che gli assassini risultavano essere prevalentemente mariti, partner o altri dell’entourage famigliare.  Una qualsiasi donna o quella più “a rischio perché già violentata  o minacciata più volte, non viene di fatto protetta dalle minacce ricevute e da violenze reiterate, le quali soprattutto per paura vengono denunciate solo da una minoranza esigua delle vittime sopravvissute. Le forze dell’ordine sono disarmate e possono al massimo intervenire soltanto “dopo” che la violenza e/o l’omicidio sono stati commessi. Le pene, infine, risultano di norma troppo blande o inutili. Sotto il profilo medico ho già rimarcato che pure i medici in genere  e le riviste di medicina nostrane di femminicidio e di violenza sulle donne se ne disinteressano, mentre così non avviene ad esempio negli Stati Uniti. L’autorevole New England Journal of Medicine (NEJM) anni fa era intervenuto a proposito del ruolo medico con un articolo in grande evidenza dal titolo “Intimate-partner violence – What Physician can do” (Violenza subita dal  partner – Cosa può fare il dottore). In esso si chiedeva se e in quale modo un dottore non possa anch’egli collaborare per combattere efficacemente violenze e femminicidi che inevitabilmente penalizzano maggiormente (ma non solo!) le classi più povere. Secondo il NEJM il 40% circa delle donne  nel corso della loro vita sono state aggredite o risultano oggetto di stalking o di violenza o peggio, ciò che non dovrebbe sfuggire all’attenzione di un curante anche se consultato per altri motivi. Secondo l’articolo alle pazienti con segni psichici  e fisici anche solo sospetti  di violenza il medico dovrebbe porre  con tatto domande idonee, precisate nell’articolo stesso. Femminicidi a parte, le conseguenze fisiche delle donne aggredite consistono in lesioni gastrointestinali, dolore cronico, disordini psichici (depressione, crisi di panico, anorgasmia) e neurologici (episodi sincopali, epilessia), aumento della pressione arteriosa e in molti casi, ovviamente, lesioni ginecologiche. Certo il responsabile maggiore del poco rispetto e della violenza sulle donne non è solo la mancata educazione sessuale “ragionevolmente adeguata” nelle scuole superiori, ma in una certa misura essa vi concorre. Lo stesso dicasi per l’educazione che i giovani ricevono (o meglio “non” ricevono) al riguardo in famiglia  dove la confidenza tra genitori e figli in questo ambito lascia spesso a desiderare. Eppure, sentimenti e sessualità sono componenti naturali preziosi che di fatto influenzano profondamente la crescita psicologica, la sensibilità, le vicende e i comportamenti dei giovani (e delle persone in generale). Qualcuno ha rilevato come si corra il rischio che le problematiche sentimentali-sessuali del giovane vengano così affrontate non con il concorso di una ponderata e pacata educazione famigliare e scolastica, ma visionando filmini pornografici rintracciabili facilmente anche sui cellulari, in molti dei quali, poi, la violenza è d’obbligo. Sembra assurdo, ma pure la informazione sulla fisiologia e psicologia del sesso e del rispetto reciproco dei due eventuali partner è frettolosa anche in chi si laurea in medicina. Scrivendo questo articolo ho interpellato giorni fa un collega molto valido, fresco di laurea (Ateneo del Nord), chiedendogli se questo glissare in alcune facoltà su temi attinenti alla fisiologia del sesso (e persino all’anatomia degli organi ad esso predisposti!) è stata almeno in parte corretta nei decenni. Ricevo conferma che nulla è cambiato rispetto ai miei tempi. Falsi pudori, ignoranza specifica e violenza più enfatizzata della sana attrazione naturale, immiseriscono quel grande valore esistenziale che è l’Amore (anche passionale, e perché no?) tra due persone, quello con la A maiuscola, che non è mai peccaminoso quando non prescinde dal necessario rispetto reciproco tra uomo e donna.

L’omicidio di Giulia Tramontano bella donna di  29 anni incinta al settimo mese da parte del suo convivente Alessandro Impagnatiello è doppiamente orrendo comportando anche la morte della creatura che Giulia teneva in grembo.  Orrore vero, notizie e commenti quotidiani sui media per giorni ma ben presto poco spazio sarà dedicato dai media  sul come si potrebbe “una buona volta” ridurre significativamente la violenza sulle donne e punirne a dovere gli autori. Il problema è indubbiamente molto complesso anche perché le cause sono multifattoriali, eppure qualcosa si dovrebbe fare e non solo inorridire momentaneamente per il singolo misfatto. Intanto, servirebbe una sensibilizzazione costante dell’opinione pubblica da parte dei media, e non solo dettagli di cronaca nera, un’educazione civica e sessuale in famiglia e nelle scuole, e una normativa chiara e efficace per i soprusi. Senza questi peculiari ”vaccini”, l’obbrobrio peggiorerà, specie in periodi critici (pandemie, guerre, frustrazioni, povertà in aumento). Limitarsi a intervenire “dopo” sarebbe come filmare generosamente le case crollate in zone altamente sismiche, proponendosi poi di ricostruire nelle stesse aree senza prima avere realizzato solidi provvedimenti strutturali (“Honni soit qui mal y pense”). Un rapporto ONU del 2021 mostrava che delle 81.100 vittime di omicidi in tutto il mondo, vittime belliche escluse, 45 mila (più del 56%) riguardavano donne e ragazze e che gli assassini risultavano essere prevalentemente mariti, partner o altri dell’entourage famigliare.  Una qualsiasi donna o quella più “a rischio perché già violentata  o minacciata più volte, non viene di fatto protetta dalle minacce ricevute e da violenze reiterate, le quali soprattutto per paura vengono denunciate solo da una minoranza esigua delle vittime sopravvissute. Le forze dell’ordine sono disarmate e possono al massimo intervenire soltanto “dopo” che la violenza e/o l’omicidio sono stati commessi. Le pene, infine, risultano di norma troppo blande o inutili. Sotto il profilo medico ho già rimarcato che pure i medici in genere  e le riviste di medicina nostrane di femminicidio e di violenza sulle donne se ne disinteressano, mentre così non avviene ad esempio negli Stati Uniti. L’autorevole New England Journal of Medicine (NEJM) anni fa era intervenuto a proposito del ruolo medico con un articolo in grande evidenza dal titolo “Intimate-partner violence – What Physician can do” (Violenza subita dal  partner – Cosa può fare il dottore). In esso si chiedeva se e in quale modo un dottore non possa anch’egli collaborare per combattere efficacemente violenze e femminicidi che inevitabilmente penalizzano maggiormente (ma non solo!) le classi più povere. Secondo il NEJM il 40% circa delle donne  nel corso della loro vita sono state aggredite o risultano oggetto di stalking o di violenza o peggio, ciò che non dovrebbe sfuggire all’attenzione di un curante anche se consultato per altri motivi. Secondo l’articolo alle pazienti con segni psichici  e fisici anche solo sospetti  di violenza il medico dovrebbe porre  con tatto domande idonee, precisate nell’articolo stesso. Femminicidi a parte, le conseguenze fisiche delle donne aggredite consistono in lesioni gastrointestinali, dolore cronico, disordini psichici (depressione, crisi di panico, anorgasmia) e neurologici (episodi sincopali, epilessia), aumento della pressione arteriosa e in molti casi, ovviamente, lesioni ginecologiche. Certo il responsabile maggiore del poco rispetto e della violenza sulle donne non è solo la mancata educazione sessuale “ragionevolmente adeguata” nelle scuole superiori, ma in una certa misura essa vi concorre. Lo stesso dicasi per l’educazione che i giovani ricevono (o meglio “non” ricevono) al riguardo in famiglia  dove la confidenza tra genitori e figli in questo ambito lascia spesso a desiderare. Eppure, sentimenti e sessualità sono componenti naturali preziosi che di fatto influenzano profondamente la crescita psicologica, la sensibilità, le vicende e i comportamenti dei giovani (e delle persone in generale). Qualcuno ha rilevato come si corra il rischio che le problematiche sentimentali-sessuali del giovane vengano così affrontate non con il concorso di una ponderata e pacata educazione famigliare e scolastica, ma visionando filmini pornografici rintracciabili facilmente anche sui cellulari, in molti dei quali, poi, la violenza è d’obbligo. Sembra assurdo, ma pure la informazione sulla fisiologia e psicologia del sesso e del rispetto reciproco dei due eventuali partner è frettolosa anche in chi si laurea in medicina. Scrivendo questo articolo ho interpellato giorni fa un collega molto valido, fresco di laurea (Ateneo del Nord), chiedendogli se questo glissare in alcune facoltà su temi attinenti alla fisiologia del sesso (e persino all’anatomia degli organi ad esso predisposti!) è stata almeno in parte corretta nei decenni. Ricevo conferma che nulla è cambiato rispetto ai miei tempi. Falsi pudori, ignoranza specifica e violenza più enfatizzata della sana attrazione naturale, immiseriscono quel grande valore esistenziale che è l’Amore (anche passionale, e perché no?) tra due persone, quello con la A maiuscola, che non è mai peccaminoso quando non prescinde dal necessario rispetto reciproco tra uomo e donna.

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