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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.
In gennaio 2024 il tema delle responsabilità di quotidiani, settimanali  e Radio-TV che riservano spazio alla informazione medica viene opportunamente ripreso con molta ricchezza di dati da David Frati sulla rivista “Forward” (Pensiero Scientifico Editore) che sfrutterò ampiamente. Particolarmente delicato è l’equilibrio tra informazione medica ai cittadini da parte di giornalisti medici che scrivono sui media e interessi delle aziende farmaceutiche. Una pregiudiziale a questo proposito sarebbe quella che coloro che trattano di malattie e terapie dovrebbero usare prima di tutto un linguaggio comprensibile per coloro che leggono, evitando ad esempio di ricorrere ad acronimi poco accessibili ai non addetti ai lavori. “La delicatezza della salute delle persone –scrive al riguardo Frati su Forward– con la possibilità di influenzarne indebitamente le scelte in questo ambito, imporrebbe un’etica professionale ferrea”. Altrimenti il rischio di scarsa precisione, di poca comprensibilità e persino di disinformazione è sempre elevato. Chi scrive di salute deve evidentemente fornire ai lettori interessati informazioni il più possibile veritiere, equilibrate e soprattutto utili, perché la diffusione di dati confusi magari in bona fide o, peggio ancora, volutamente falsi, risulterebbe inammissibile. Bisogna che il medico  (giornalista o anche no) verifichi pregiudizialmente la fonte della notizia che fornisce in quanto basarsi solo sulla autorevolezza della rivista che l’ha pubblicata non è sufficiente. Per un dottore che voglia essere un “buon” giornalista (ma non tutti in questa categoria professionale possono fregiarsi di questo aggettivo) è oggi assolutamente necessario avere familiarità con certe competenze specifiche, considerando poi che la mole di studi che egli dovrebbe consultare prima di divulgare una notizia è spaventosa (e impossibile!): basti pensare che gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche nel 2023 sono stati milioni (+ mezzo milione di studi clinici da completare), per cui una selezione a priori è inevitabilmente necessaria. Inoltre, problematico per il giornalista che voglia verificare le fonti di informazione c’è il rischio non teorico delle frodi. A tal proposito L. De Fiore e G. Domenighetti scrivevano: “Con una certa frequenza pure autori, direttori di riviste, revisori, editori scientifici, persino società scientifiche sono talvolta tentati da comportamenti irrituali, eticamente biasimevoli o francamente illegali”. Nel 2023 questa concreta possibilità ha comportato il ritiro di oltre 10.000 studi clinici controllati risultati però in seguito non convincenti, un numero 5 volte maggiore di quello di 10 anni fa. Per il giornalista che voglia essere serio non c’è infine posto per l’ “infotainment”, intraducibile neologismo inglese che si propone di riunire informazione e intrattenimento, obiettivi tra loro poco compatibili.

Il fumo è un fattore cancerogeno e incide sia sulla durata che sulla qualità della vita. Venti sigarette al giorno infatti tolgono 5 anni di vita ad un soggetto che inizi a fumare da giovane e per ogni settimana di fumo si calcola che si perda circa un giorno di vita. Nel sesso femminile il consiglio di non fumare o di smettere ha pure una motivazione specifica in quanto questo “vizio” danneggia notoriamente le donne in gravidanza. In passato tale rischio è stato sottovalutato e lo si deduce da un lavoro pubblicato nel 2023 sull’ “International Journal of Epidemiology” che ri-analizza con attenzione proprio i rischi del fumo di sigaretta (e della caffeina) nelle donne gravide. Nello studio citato i dottori R,J. Selvaratnam et al dell’Università di Cambridge non solo confermano i dati già noti, e cioè che nelle gravide che fumano la probabilità di partorire pre-termine è quasi 3 volte maggiore rispetto alle non fumatrici, ma segnalano pure il rischio per il neonato che nascere pre-maturo. Alla nascita egli risulterà dunque sottopeso e di conseguenza più esposto in primis a infezioni del tratto respiratorio. In dettaglio, lo studio ha analizzato 914 gravide delle quali circa il 78,5% risultavano non esposte al fumo durante la gestazione, il 12% erano solo saltuariamente fumatrici e il 9,5% fumatrici abituali. In queste ultime un parto spontaneo pre-termine si registrava 2,6 volte più frequente, una cifra doppia questa, rispetto a quella riscontrata in una  meta-analisi precedente. Anche la crescita intrauterina   risultava più ritardata di 4 volte. Alla nascita, infatti, i bimbi nati da madri fumatrici pesavano  in media il 10% in meno (3,87 kg) di quelle non fumatrici. L’aumentato rischio dei nati sottopeso si traduce inoltre in più frequenti problemi medici durante lo sviluppo post partum del neonato come pure in una salute più precaria durante la  vita adulta. Diversamente da studi precedenti i ricercatori di Cambridge non hanno invece rilevato un ruolo negativo del fumo nelle gravide per quanto attiene alla pre-eclampsia (ipertensione e proteinuria elevata). Il prof. Gordon Smith, del ripartimento di Ostetrica e Ginecologia dell’Università di Cambridge, scrive testualmente: “Noi sapevamo da tempo che il fumo durante la gravidanza non faccia del bene al bambino in grembo, ma il nostro studio dimostra che esso è potenzialmente molto più nocivo di quanto ritenuto in precedenza”. E ancora: “Noi speriamo che i nostri dati incoraggeranno soprattutto le donne incinte, o quelle che progettano una gravidanza, di smettere di fumare”.Tale auspicio è dunque un ottimo motivo per smettere di fumare e di rimanere  “tobacco free” anche a parto avvenuto, traendone benefici sia per sé che per il figlio appena nato. E pure il partner, se è  fumatore, dovrebbe tenerlo ben presente: al fumo passivo del bambino concorrerebbe anche lui.

La sicurezza dei farmaci acquistati in farmacia dovrebbe in teoria essere controllata esaurientemente, ma qualche dubbio ce lo solleva Dante quando dice nel XVI Canto del Purgatorio che ”Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. Al cittadino viene per esempio consigliato dal Ministero di segnalare spontaneamente al proprio medico o al farmacista un’eventuale reazione avversa (=effetto indesiderato, o ADR nell’acronimo inglese). Al paziente si raccomanda pure  di informarsi sul foglietto illustrativo del medicinale se questa ADR è già prevista e con quale frequenza e gravità, ma il successo di questi avvertimenti lascia perplessi. Di fatto, poche volte i pazienti ritornano da chi li ha in cura per segnalargli una ADR che essi sospettano sia stata causata dal preparato loro prescritto. Per mia esperienza, i pazienti vittime di una presunta ADR si rivolgono di  rado anche al farmacista e, se poi lo fanno, più che per segnalare l’inatteso effetto collaterale é per chiedere altri farmaci per sostituire quello sospetto e/o per curare la ADR. Anche per tale motivo è piuttosto  raro che il farmacista compili il modulo previsto per segnalarla alle autorità sanitarie competenti. Insomma, la sorveglianza post-marketing dei farmaci, apparentemente ben normata in teoria, mostra in pratica parecchi buchi. D’altronde pure eventuali studi clinici controllati fatti “prima” della commercializzazione di un medicinale da parte delle aziende, sono preziosi per stabilire la sua efficacia, ma non la sua sicurezza. Inoltre, amche quando  il paziente -evento raro- si rivolge al medico e/o al farmacista per segnalare una ADR sospetta, l’esito del colloquio si rivela spesso infruttuoso perché, specie nelle città, il rapporto tra paziente, medico e farmacista è tutt’altro che al top. Il riconoscimento e la segnalazione spontanea di una sospetta ADR reazione avversa diventerebbe, ma solo in teoria, un’importante informazione per la farmacovigilanza. Come fonte per una eventuale denuncia di reazione avversa restano i foglietti illustrativi (moti come “bugiardini”), ma il problema di fondo più ancora della segnalazione è la “ricerca attiva“ di ADR con non facili indagini ad hoc. In verità, la normativa europea richiederebbe a tutti (pazienti e operatori sanitari) di segnalare una ADR sospetta, già nota o no, e diverse sono le modalità per comunicarla compilando una scheda elettronica online o cartacea da inviare via fax al responsabile della struttura di farmacovigilanza di appartenenza oppure al titolare dell’Autorizzazione alla Immissione in Commercio. A tal fine c’è un documento in internet dell’Agenzia Italiana del Farmaco che spiega come fare una corretta segnalazione di ADR. Tuttavia, ci si chiede quanto agevole sia per il normale cittadino mettere in pratica  tali raccomandazioni. Temo che il nostro Dante abbia ragione anche in questo caso.

Parlare di “Trapianto di microbiota fecale” (TMF) può indurre nei lettori un istintivo ribrezzo ma,  conoscendo  in cosa consiste, ci si deve ricredere. Protagonista del  TMF è in effetti il  “microbiota”, termine con cui si indica la totalità di microbi intestinali (in primis nel colon), che concorrono al benessere del nostro organismo. Si tratta complessivamente di circa 10 bilioni di cellule batteriche (1 bilione = 1 milione di milioni!), un vero e proprio organo all’interno dell’intestino che, se fosse solido, peserebbe circa 2 kg. Nei soggetti normali  i batteri “buoni”  (in primis Lactobacillus acidophilus e L .bifidus) prevalgono su quelli patogeni e si parla di “eubiosi”, mentre “disbiosi” indica l’alterazione di tale equilibrio che può favorire i batteri “cattivi”. Nell’eubiosi il microbiota garantisce una risposta immunitaria ottimale, facilita l’assorbimento di vitamine K e B12, e contrasta la resistenza agli antibiotici. Ebbene, da anni risulta che proprio l’infusione di microbiota fecale ricavato da soggetti normali rappresenta un innovativo approccio terapeutico in alcune situazioni di grave disbiosi refrattaria agli antibiotici (che paradossalmente, possono talora esserne la causa!). Una di queste  è la “Colite pseudo-membranosa”, infezione potenzialmente letale provocata dal batterio “Clostridium difficile”. L’infusione per via rettale o orale di una sospensione di microbiota, ottenuta da feci debitamente pre-trattate ad hoc da donatori sani, può risultare salvavita. Nessun ribrezzo dunque perché deve essere chiaro che il TMF nulla ha a che vedere con la “coprofagia” (= “ingoio di escrementi” propri o altrui), evento piuttosto comune negli animali, ma nell’uomo osservabile solo in alcuni soggetti psicopatici. In studi recenti,  l’efficacia  del TMF per infusione orale con sondino o per via colonscopica è stata confrontata con quella dell’assunzione per via orale di capsule che contengono il microbiota proveniente da  soggetti sani. L’efficacia risulta la stessa ma questa via di somministrazione è ovviamente molto meno disturbante per i pazienti e assai meno costosa (308 dollari  la via orale con capsule vs quasi 900  quella per via colonscopica). Dati recenti mostrano pure l’utilità di trattare con TMF pazienti che sviluppano  grave alterazione della flora batterica a seguito di terapie antitumorali (ad es. per melanoma e per leucemia mieloide acuta). Infine due rilievi: 1. Mancano dati sul TMF nell’iper-accrescimento batterico dell’intestino tenue (SIBO, acronimo inglese che sta per “small intestinal bacterial overgrowth”), dove si completano digestione e assorbimento dei nutrienti. Questa disbiosi è frequente in soggetti nei quali il colon è stato rimosso chirurgicamente; 2. In Italia i centri abilitati al TMF sono più di uno ma c’è da chiedersi se ospedali e case di cura siano a conoscenza che esiste questa opportunità.

Più di dieci anni fa (sic!) alcuni quotidiani nazionali ospitavano articoli sulla riforma universitaria in Italia che, per  alcuni politici, avrebbe dovuto prevedere la valutazione (periodica) dei docenti universitari. Questa verifica la si sarebbe dovuta affidare ad organismi di controllo europei e i docenti arruolati per un terzo non sarebbero dovuti provenire dalla stessa sede universitaria. Lo scopo era quello di evitare il perpetuarsi dello sfacciato nepotismo allora vigente nel nostro Paese (non scomparso peraltro in alcune università) e non solo a Medicina. Nepotismo espresso da due realtà: il “familismo”, cioè la presenza di molti familiari (figli, generi, nuore, cognati) nell’ateneo e persino nella stessa facoltà, e il “localismo”, che invece è la nomina dei docenti in base a criteri politici territoriali “di casa”, più facilmente condizionanti i soggetti nominati. In ambedue i casi, il merito del nominato non è certo il parametro ritenuto prioritario. L’auspicato controllo iniziale mi veniva  commentato allora dal prof. Gabriele Mazzacca, cattedratico di Gastroenterologia dell’Università di Napoli (e grande amico), il quale mi sottolineava come molte buone intenzioni di rinnovamento sbandierate da decenni per contrastare questa anomalia vergognosa non si erano mai tradotte in atti concreti e non solo al Sud. Responsabili non erano solo personaggi politici, ma gli stessi rettori e senato accademico che, salvo eccezioni, risultava non ci avessero troppo creduto nella “rivoluzione meritocratica”. Nella sua chiosa Mazzacca ricordava pure che una cinquantina d’anni prima di quando egli si era laureato in Medicina, i docenti a Napoli erano una ventina mentre la metà proveniva da altre sedi, a possibile dimostrazione che un qualche inserimento meritocratico “extra” forse c’era stato. Dieci anni dopo la sua laurea, nella stessa Facoltà i docenti di prima e seconda fascia erano diventati molte decine e tutti nati e cresciuti in quella stessa università.  Il cattedratico concludeva che se qualcuno vuole davvero una selezione meritocratica dei docenti deve “anzitutto selezionare le commissioni giudicatrici concorsuali”. Altrimenti, a causa di pressioni politiche o di altro genere, c’è il rischio che la scelta cada volutamente su docenti mediocri che diventerebbero tra l’altro facili ostaggi dei nominatori. Si riuscirà mai a realizzare la ”scelta solo meritocratica”? – vien da chiedersi. È da sperare che nel progettare la futura Facoltà di Medicina a Bolzano, ciò avvenga a cominciare dalla scelta di docenti di livello che ovviamente, almeno all’inizio, arriverebbero da fuori. Personalmente mi auguro davvero che così accada, affinché  la nostra città possa beneficiare dell’aumento di medici ben preparati. E c’è pure da auspicare che una volta laureatisi essi siano invogliati in vario modo (e un po’ anche “forzati”), a rimanere…bolzanini.

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