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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Immaginiamoci che un internauta voglia trovare informazioni in rete concernenti le cellule staminali in genere, e, in particolare, le cellule staminali mesenchimali (CSM) usate da D. Vannoni (nè-medico, nè-biologo) e M. Andolina (pediatra).  In uno dei tantissimi siti (http://it.wikipedia.org/wiki/Cellula_staminale_mesenchimale) egli troverà che le CSM originano unicamente dal “mesoderma”, foglietto intermedio della cosiddetta blastocisti (siamo al 5° giorno di gestazione, quando le cellule sono già 180), situato tra “ectoderma” (situato all’esterno) ed “entoderma” (situato all’interno). L’ectoderma genera solo cellule nervose e cutanee, mentre l’entoderma solo quelle che rivestono il tratto digestivo, con ghiandole annesse (fegato e pancreas), e quello respiratorio. Le CS del mesoderma danno origine esclusivamente a tessuti di tipo connettivale (osso, cartilagini, cuore e cellule dei vasi, muscolari, adipose). Le CSM si trovano quindi nel midollo osseo (lo 0,01 % di tutte le cellule). Un altro sito (http://bliyzquotidiano.it/salute/cellule-staminali-ilmetodo-stamina) cliccato dall’internauta rimarca le diverse potenzialità delle cellule staminali. Le “totipotenti”, derivando dalle primissime divisioni dell’uovo fecondato, possono generare l’organismo intero. Dalla fase di morula (circa 16 cellule), la totipotenza si perde e le staminali diventano “pluripotenti”  e poi “multipotenti”, in grado cioè di generare i già citati foglietti germinativi ecto-, meso- ed entoderma. Infine, le staminali “unipotenti” adulte, capaci di generare solo un singolo tessuto. Anche il secondo sito ribadisce comunque che le CS mesenchimali possono differenziarsi, sia in vivo che in vitro, solamente in cellule ossee, cartilaginee, muscolari e cardiache. Inevitabile allora la perplessità dell’internauta che si chiede come mai le CSM della Stamina sono usate in malattie non del connettivo ma neuro-degenerative e per di più molto diverse una dall’altra: atrofia muscolare spinale, sindrome di Niemann Pick, leucodistrofia metacromatica, morbo di Krabbe, paralisi da asfissia da parto e altre ancora). Inoltre, contrariamente quanto dichiarato da Davide Vannoni, il metodo per “forzare” le CMS a generare “innaturalmente” neuroni non è stato mai né brevettato, né pubblicato. Sconcerto finale dell’internauta: i veri ideatori nel 2005 del trattamento con CSM, i russi V. Klymenco e E. Shchegelskaya, venuti in Italia per insegnare il metodo a Vanoni, sono tornati nel 2009 in Ukraina facendo perdere le loro tracce. E proprio nel 2009 nasce la Stamina Foundation. Il nostro navigatore scopre infine, sempre più sconcertato, che 6 anni dopo, nel 2015, Vannoni, da tempo accusato dalla procura di Torino di abuso di professione medica, truffa, ciarlataneria e associazione per delinquere, chiede il patteggiamento.

Una pletora di informazioni peraltro eterogenee, suggeriscono che dieta e stili di vita concorrono non poco allo sviluppo dei tumori. Assodato che alcuni fattori acquisiti contano davvero (ad esempio il fumo), l’impatto di altri per non pochi tumori sarebbe largamente meno importante di quanto ritenuto in passato, specie se rapportato al peso delle mutazioni del DNA. Una ricerca pubblicata nel 2015 da ricercatori del John Hopkins Kimmel Cancer Center, che ha esaminato tessuti di organi diversi affetti da tumore, avrebbe infatti sorprendentemente dimostrato che per 22 tipi di cancro su 31 (2/3), la causa principale è “quasi” esclusivamente la sfortuna (“bad luck”), espressa da una mutazione spontanea del DNA avvenuta nelle cellule staminali. Una mutazione sulla quale dieta e stili di vita incidono in effetti poco o niente. I fattori acquisiti hanno invece rilevanza negli altri 9 cancri, in concorso con eventuali geni pro-tumorali presenti già di base. Niente di apparentemente nuovo, in quanto sfortuna, ereditarietà e ambiente sono da tempo considerati  anche dai non addetti la piattaforma  predisponente allo sviluppo tumorale. Tuttavia, la novità consiste nel fatto che gli autori dello studio hanno creato un modello matematico che sembra concretamente in grado di quantificare il contributo di ogni singolo fattore. Per esempio, mentre nei 22 tumori (comprendenti tra l’altro il cancro del duodeno e diversi tumori del distretto cefalico e del collo) le mutazioni casuali nelle staminali avrebbero un peso preponderante, negli altri nove, includenti il cancro polmonare, del fegato e della tiroide, a prevalere sarebbero i fattori ambientali e ereditari (potenzialmente combinati anch’essi con la “bad luck”). E sul concetto di sfortuna casuale, i ricercatori della John Hopkins University insistono anche nel caso degli accaniti fumatori che raggiungono un età avanzata senza ammalare di cancro. Ciò si attribuisce solitamente al fatto che essi hanno ereditato buoni geni dai loro genitori, ma la verità è che la maggior parte di costoro ha avuto semplicemente “buona fortuna”, a conferma che l’influenza nociva di alcuni stili di vita di può anche essere modesta. Il rischio di mutazioni e quindi di sviluppo tumorale è tanto più spiccato quanto maggiore è il numero totale delle divisioni cui le staminali vanno incontro. Usando metodi statistici, i ricercatori avrebbero stabilito che tale rischio potrebbe essere definito in base alla percentuale di divisioni di cellule staminali del 65%. I cancri del seno e della prostata non erano inclusi nella ricerca della John Hopkins proprio per l’impossibilità di ricavare dati relativi alle divisioni delle cellule staminali in quegli organi. In scienza, diversamente che nelle pseudo-scienze, le “verità” acquisite sono continuamente oggetto di revisione.

L’artrite del ginocchio (gonartrite) è aumentata del 60% negli ultimi 20 anni. L’acido ialuronico (IAL) è un polisaccaride di massa molecolare tra 6.500 e 10.900 kDalton, presente normalmente nella cartilagine del ginocchio e nei circa 2 ml di liquido sinoviale dove, alla concentrazione di  2,5 – 4 mg/ml, svolge un’azione lubrificante e antiurto. In caso di gonartrite l’IAL viene “rimpicciolito” fino ad una massa molecolare di 2700-4500 kDalton e rimosso in 11 ore, una velocità doppia rispetto a quella registrabile nel ginocchio sano (circa 20 ore). L’iniezione intra-articolare di IAL (con polimeri da 100 a 10.000 kD) si prefigge di correggerne il deficit e di ottimizzare la lubrificazione, incrementando le proprietà viscoso-elastiche del liquido sinoviale. I sette preparati di IAL approvati dalla FDA contengono dai 10 ai 30 mg di IAL. Per sei sono previste 3-5 iniezioni intra-articolari settimanali, mentre per un settimo preparato è prevista una iniezione unica di 48 mg. È tuttavia controverso e non provato che la maggiore massa molecolare di IAL aumenti l’efficacia della terapia. La letteratura è ricca di dati contradditori così come contrastanti sono i risultati di diverse meta-analisi (valutazioni complessive degli studi pubblicati relativi all’efficacia) pur basate sugli stessi dati. La più recente revisione di David J Hunter dell’Università di Sydney (marzo 2015), conclude pertanto che l’efficacia della terapia con IAL intra-articolare è dubbia, semmai di breve durata e indistinguibile di fatto da quella del placebo. Non è nemmeno confermato  che di essa possano beneficiare i pazienti più giovani e con gonartrite meno severa. La terapia intra-articolare con IAL è poi controindicata in pazienti allergici allo IAL, in donne gravide, in pazienti di età pediatrica o con infezioni in atto, anche peri-articolari. Una valutazione a 6 mesi permetterà di ipotizzare un altro ciclo, da taluni ritenuto utile (ma perché?) anche se i risultati del primo sono stati deludenti. Data la contraddittorietà dei dati circa l’efficacia e l’alto costo della terapia intra-articolare con IAL, per Hunter il consenso a tale terapia non è al momento giustificato, ciò che contrasta con l’ampio uso che se ne fa. In sintonia con Hunter si dichiarano la Osteoarthritis Research Society International, che pure considera placebica tale terapia, l’American Academy of Orthopaedic Surgeons e l’American College of Rheumathology. Tuttavia, se il paziente non risponde minimamente ad altri provvedimenti pregiudiziali la cui importanza va continuamente rimarcata e ribadita (calo di peso in primis, terapia fisica, e anti-infiammatori), per qualcuno l’IAL intra-articolare può essere “subordinatamente” considerato, una concessione di logica discutibile per altri medici (e tra questi  per chi scrive).

Da anni tutti gli enti regolatori internazionali, l’Associazione Italiana del Farmaco, e anche la nostra  piccola rubrica in almeno 4 occasioni, mettono in guardia circa la crescente resistenza in tutto il mondo agli antibiotici  (AB), di cui c’è effettivo abuso, e circa le pesantissime conseguenze che ne possono derivare. L’abuso ha cause multiple: uso di AB in malattie da virus insensibili agli antibatterici, esigenza del paziente di guarire in fretta (“tutto e subito”), timore dei medici di non prescrivere AB e doverne rispondere se poi affiora una  infezione microbica (pure di questa “Medicina difensiva” se n’è scritto altre volte). Soprattutto i non addetti sottostimano poi che l’efficacia degli AB non è comunque (quasi) mai del 100%, in quanto alcuni ceppi batterici riescono a resistere all’antibiotico usato e pure a trasmettere geneticamente questa resistenza alle generazioni successive di batteri. Questo proliferare di ceppi resistenti ha comportato una  perdita di efficacia degli AB nei confronti di batteri prima da essi debellati. La soluzione di questo grave problema, poco percepito dalla popolazione eppure di drammatica importanza, non può che essere programmata e tentata internazionalmente. L’OMS da anni insiste sulla necessità di una rete mondiale per il monitoraggio delle antibiotico-resistenze registrate nei vari Paesi, i quali andrebbero informati e aggiornati di continuo. Purtroppo, in un intervista a Doctor33, il commissario straordinario dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi rivela che “solo 129 dei194 Paesi membri hanno fornito dati nazionali…e tra questi, solo 42 hanno rintracciato i dati relativi a tutte le 9 coppie di batteri-antibiotici risultate essere le principali minacce per la salute pubblica.” Tra queste, principalmente Stafilococco aureo e meticillina, Escherichia coli e cefalosporine, Klebsiella pneumoniae e carbapenemi (AB beta-lattamici a spettro antibatterico molto ampio). Ricciardi si sofferma pure sul possibile impatto che possono avere gli AB usati impropriamente negli animali che poi diventano nutrimento per gli uomini: anche in veterinaria l’antibiotico-terapia deve essere infatti regolamentata e giustificata da una malattia batterica accertata. Gli allevamenti nel nostro Paese -dice Ricciardi- di per sé sono controllati meglio che altrove, ma il problema vero è il comportamento degli allevatori: per esempio, in Italia e Francia, per prevenire l’influenza negli allevamenti si sono somministrati AB a iosa, pur essendo notoriamente l’influenza una malattia virale. Il proverbio italiano “Uomo avvisato mezzo salvato” (“gewarnt ist halb gerettet”, direbbero gli amici di lingua tedesca), vale anche per i seri pericoli dell’abuso immotivato di AB. Dovrebbero ricordarselo responsabilmente sia pazienti che medici.

Dire che il fumo fa male è così scontato che quasi annoia chi ne continua a parlare e infastidisce sempre chi fuma. Insistere sulla necessità di smettere non dovrebbe però indispettire se si considera che i fumatori vivono 10-20 anni meno dei non fumatori. Non sono dunque pleonastici uno studio USA dal titolo eloquente “Smoking and Mortality-Bejond Established Causes” (Fumo e mortalità – Al di là delle cause [già] accertate) e il relativo editoriale di commento, pubblicati sul New England Journal of Medicine del 12/2/2015. Da essi risulta che in USA le morti causate dal fumo sono 480 mila/anno, correlate con 21 malattie ben note che rendono però ragione solo del 83% dei decessi, a significare che c’è un 17% di morti causate da malattie fino ad ora non attribuite al fumo. Un’ associazione tra queste ultime e il tabacco esiste suggerendo che i rischi del fumo sono ancor maggiori del previsto. Ricordando ai lettori non esperti nello specifico che “rischio relativo” (RR) esprime la probabilità (non la certezza!) di sviluppare una malattia se esposti a una certa condizione (il fumo nel nostro caso), risulterebbe che in chi fuma il RR di decesso per cancro del seno aumenta del 30% e quello per tumore della prostata del 40%. Pure il RR di morte per ischemia intestinale è maggiore di 6 volte, e quello per insufficienza renale, cardiopatia ipertensiva e pneumopatie poco comuni è doppio o più del doppio. Anche il RR per tumori rari o di origine sconosciuta cresce di 3 volte. Oltre ai già citati 480 mila decessi all’anno, altre 60 mila morti sarebbero pertanto attribuibili a patologie un tempo non sospettate di essere fumo-correlate. In più occasioni si è ricordato per altro che “associazione” non significa automaticamente “correlazione”, ma la sola possibilità che una tale equazione concretamente sussista impone che il legame venga definito al meglio, ciò che lo studio del NEJM ha cercato di fare. Nonostante l’oggettiva riduzione del consumo di sigarette nel mondo dal 1960, il 20% di persone adulte negli USA (pari a 42 milioni) continua a fumare e, proprio a causa della patologia di cui sfuggiva un legame diretto col  fumo, il numero dei decessi fumo-indotti è da ritenersi sottostimato. Anche nei fumatori deceduti per le patologie un tempo non attribuite al fumo esiste un rapporto diretto tra numero complessivo di sigarette fumate e incidenza di cancro. Solo per il cancro della prostata una rapporto numero/mortalità non è dimostrato, benché il rischio nei fumatori che hanno smesso risulti diminuito  in proporzione al numero di anni di sospensione del fumo. E se l’“Homo sapiens”, invece di comprare un pacchetto di sigarette che avvisa esplicitamente dei danni da esse prodotti, dirottasse i propri soldi a organizzazioni che lottano contro le malattie o la fame nel mondo?

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