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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

E’ comune credenza che il sodio contenuto nel sale da cucina (cloruro sodico, NaCl) aumenti la pressione e faccia male al cuore. Tuttavia, l’equazione “più sale = maggiore rischio cardiovascolare” non è un dogma e richiede dei distinguo ben analizzati di recente (2013) in un  articolo dal titolo molto esplicito: “Salt in health and disease – A delicate balance”, ossia il sale in salute e in malattia – un bilancio non semplice. L’articolo sottolinea intanto pregiudizialmente che l’NaCl prima di essere visto come rischio va considerato una molecola essenziale per la vita, nozione ben nota sin dall’antichità. Platone lo considerava addirittura un afrodisiaco e un cibo per gli dei. L’eventuale carenza di sodio spinge istintivamente sia uomo che animali a consumare cibi/bevande ricche di sale ma nell’uomo, purtroppo, è difficile distinguere tra “voglia naturale” (spia di necessità) e “piacere gustativo” acquisito. Quest’ultimo, a sua volta, è influenzato dalla minore appetibilità del cibo insipido, dalla cultura, dalle abitudini etniche e pure dall’ampia disponibilità di NaCl. La letteratura circa i rapporti tra sale e ipertensione è ampia, fatta di studi retrospettivi osservazionali, di sperimentazioni prospettiche e, infine, di varie meta-analisi (valutazioni complessive quali-quantitative di tutti gli studi pubblicati). Le conclusioni della maggioranza (ma non della totalità!) di tali studi, giustificano la raccomandazione di ridurre l’introito di sale che per l’OMS non dovrebbe superare i 5 g al giorno. Tale riduzione si associa “in generale” a calo della pressione e forse anche della mortalità per cause cardiovascolari. Inoltre, il ridotto introito di NaCl aumenterebbe pure la sensibilità ai farmaci ipotensivi dei pazienti ipertesi in precedenza refrattari alla terapia. Queste conclusioni paiono ragionevoli, ma non mancano nell’articolo riflessioni ben motivate. Si ricorda ad es. che l’associazione sale/pressione alta non significa di per sé correlazione causale. In secondo luogo, la sensibilità al NaCl può variare considerevolmente da individuo a individuo e a seconda che il soggetto sia sano o già cardiopatico. Ne consegue che fissare un limite di NaCl da non superare che sia uguale per tutti è problematico e discutibile. Inoltre, si deve sapere che un troppo basso introito salino persistente può comportare effetti collaterali, quali un aumentato livello ematico di lipidi, catecolamine, renina e aldosterone (ormoni, questi ultimi, che aumentano la pressione). Infine, una dieta iposodica eccessiva in soggetti cardiopatici in terapia diuretica o con diabete di 1°o di 2° tipo comporta un incremento del rischio cardiovascolare. Insomma moderazione ma, rubando l’espressione a  Plinio il Vecchio, è proprio il caso di aggiungere “cum grano salis”.

Grillo in rubrica, quindi esclusivamente in ottica medica, a prescindere dalle sue critiche al mondo politico che tra l’altro sono in buona parte condivise, almeno a parole, da tutti i partiti. In ottica medica perché nel 1998,  durante un performance teatrale replicata per due anni, il Beppe si è lasciato andare ad affermazioni scioccanti circa AIDS e HIV. Poteva trattarsi di una boutade o magari di una incauta adesione a ipotesi scettiche formulate a quel tempo. Il fatto è che, dopo più di dieci anni di evidenze contrarie a ciò che Grillo sosteneva, non c’è stata alcuna sua ritrattazione personale, nonostante che la LILA (Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS) gli abbia richiesto con una lettera aperta una dichiarazione correttiva al riguardo. Grillo in quella trasmissione (e nel video che ancora circola) sollevava seri dubbi sull’esistenza del nesso tra HIV e AIDS  e sulla pericolosità del farmaco AZT. Un dubbio molto pericoloso in sintonia con altri “negazionisti” (immancabili in ogni ambito, vedi la negazione dell’olocausto), tra i quali qualcuno anche qualificato ma isolatissimo (P. Duesberg, Kary B Mullis). A fine 2012 Valentina Avon, della LILA, scrive testualmente: ”Le sirene del negazionismo rischiano di portare al naufragio di ogni speranza di vita, all’illusione che forse i medici non hanno capito nulla, che negare la patologia la faccia sparire. Succede che la gente muore per questo. È successo anche di recente”. E le cifre sono eloquenti. Si calcola che dalla scoperta ad oggi l’AIDS ha fatto già circa 25 milioni di vittime. Nel solo 2005 (cifre ufficiali dell’ONU) si sono registrati  3,1 milioni di decessi (570 mila bambini!) e il numero  di infettati ha raggiunto all’incirca i 3 milioni. In Italia, si registrano 6 nuovi casi di pazienti HIV-positivi ogni 100 mila persone (con un trend in aumento a Bolzano, in Sicilia e Val d’Aosta). Il Centro Operativo Aids (COA) segnala che nel 2001 più del 25% degli HIV-positivi aveva già sintomi sospetti  e più della metà risultava già in fase di malattia avanzata. Se non adeguatamente e tempestivamente trattati (ed è dal Meeting di Vancouver del 1996 che i farmaci antivirali hanno cominciato ad arrivare), i malati di AIDS continuano dunque a morire, in Italia e nel mondo. Negare questo scenario è dunque molto grave per cui ritengo che Grillo, “alcune” posizioni del quale certo non mi dispiacciono, dovrebbe rispondere personalmente alla LILA, non negandosi e non delegando semplicemente qualche membro del M5S a farlo, come fino ad ora è successo. Ricordiamoci anche -e fa bene la LILA a rimarcarlo- che la vita degli HIV-positivi è drammatica non solo per le sofferenze psicofisiche, ma pure per i rapporti con i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro. Drammi veri, insomma, su cui non scherzare.

“Seconda luna di miele per il morbo di Parkinson?” è il titolo di un recentissimo  editoriale che vale la pena di commentare. Il Parkinson (P), come altre volte si è ricordato in rubrica, è una malattia neurodegenerartiva progressiva dovuta alla scomparsa di una quota di cellule nervose che producono il neurotrasmettitore dopamina. Il P colpisce soggetti non più giovani e, a causa dell’aumento dell’età media, è ipotizzabile un raddoppio dei malati nel 2030. La terapia per via orale con L-dopa (precursore della dopamina) risulta a lungo efficace sui disturbi motori quali tremore, difficoltà di iniziare un movimento e lentezza nell’eseguirlo, rigidità muscolare e inespressività del volto. E’ questo periodo di miglioramento prolungato iniziale che è considerato la “luna di miele” del P, una fase seguita da un andamento “ad alti e bassi” meno soddisfacente. La neurostimolazione chirurgica con elettrodi infissi nel cervello (specie nel nucleo subtalamico) è già prevista da anni, ma solo per i pazienti più gravi di P refrattari al L-dopa per cui dei ricercatori si sono chiesti se la neurostimolazione non potrebbe essere vantaggiosa pure in pazienti con P iniziale (e così magari ritardare il deterioramento cognitivo). A tal fine lo studio in pazienti con P iniziale ha confrontato l’efficacia della terapia con solo L-dopa  con quella  dell’associazione L-dopa + neurostimolazione. La valutazione clinica si è basata su questionari specifici rispostati dai pazienti e anche su parametri oggettivi stabiliti da esperti neurologi. La terapia associata è risultata più efficace del solo L-dopa sia nell’allungare i periodi di miglioramento nei movimenti sia prolungando complessivamente la durata degli stessi, rendendo così più ipotizzabile il ritardo dei sintomi tardivi del Parkinson. Quest’ultimo esito costituirebbe la “seconda luna di miele” cui allude il titolo dell’editoriale. Risultati interessanti, ma i quesiti non mancano: 1. I dati ottenuti in pazienti selezionati (under 60, eccellenti condizioni generali,  ottima risposta al L-dopa, senza alcun segno di demenza) non è detto che siano validi per “tutti” i malati di Parkinson; .2. La neurostimolazione è attuabile solo in centri con particolare esperienza specifica e non può quindi ritenersi una cura routinaria. 3. Si ignorano gli effetti a lungo termine;  4. Il costo elevato non può essere ignorato; 5. Il numero di suicidi risulta maggiore nel gruppo curato con neurostimolazione, ciò che impone un attento monitoraggio dei pazienti trattati. 6. Un ritardo di comparsa dei sintomi più gravi del P riguardanti la funzione cognitiva, ciò che rappresenterebbe il più significativo progresso terapeutico, è al momento solo ipotizzabile. Vigile attesa, dunque, per verificare le conseguenze della seconda luna di miele.

La cronaca recente impone di ritornare sull’argomento “cellule staminali”, a tutela specie dei bambini affetti da gravi patologie e dei loro genitori che devono assolutamente essere aiutati ma non illusi. Sottolinea pregiudizialmente Roberta Villa sul periodico Janus, che le staminali equiparate da una norma europea del 2007 ai farmaci, al pari di questi devono essere autorizzati in base a studi controllati che ne dimostrino efficacia clinica e mancanza di effetti collaterali. È vero che se non esiste alcuna terapia per un morbo raro è previsto un uso compassionevole di cure sub judice, purché però esista almeno qualche dato suggestivo della loro di utilità. Grazie a questo appiglio, la Stamina propone la cura con cellule staminali, il cui promotore è il prof. Vannoni, non medico ma docente di psicologia della comunicazione. Lo stesso Vannoni- ricorda la Villa- è già stato accusato dal Procuratore Guariniello di associazione per delinquere finalizzata “alla truffa  e alla somministrazione di prodotti medicinali imperfetti e pericolosi per la salute pubblica”. Ma veniamo alla storia recente di Sofia, bimba affetta da  “leucodistrofia metacromatica”, rara neurodegenerazione progressiva che comporta paralisi e cecità grave, portata alla ribalta dalla trasmissione “Le Iene”, lodevolmente impegnata in altre occasioni nello svelare truffe e ingiustizie. Nella trasmissione veniva stigmatizzato, il fatto che si neghi alla piccola l’unica cura (affermazione con sani intenti ma del tutto gratuita) per una malattia così drammatica. Si dichiarano in sintonia con tale protesta testimonials d’eccezione (ma certo non in ambito scientifico!) quali Celentano, Fiorello, Gina Lollobrigida. Avversi, invece, alla cura della Stamina sono il mondo accademico e la stessa Telethon che non può certo essere tacciata di intralciare la ricerca di nuove strade e l’erogazione di cure salvavita. Il suo direttore Naldini rivolgendosi sul Corriere della Sera ai genitori di Sofia e ai ”simpatizzanti” acritici delle staminali, dice che “ricorrere a cure miracolistiche senza una convalida scientifica non è il meglio che si possa fare neanche per il figlio che si ama”. In totale accordo il prof. Bruno Dallapiccola, genetista insigne e Direttore Scientifico del Bambin Gesù di Roma, per  il quale trattamenti cosi incontrollati come le staminali della Stamina non possono assolutamente rientrare nelle terapie compassionevoli. A sua volta,  Elena Cattaneo, Direttore del Centro di ricerca sulle staminali dell’Università di Milano, conferma che la Stamina non ha mai fornito dettagli sulle proprie  cellule staminali. Sembra solo che queste, una volta prelevate dal midollo osseo del paziente, siano processate  in modo diverso (?) da quello in uso negli altri laboratori autorizzati, e poi iniettate nel paziente (anche per via spinale). E’ davvero inaccettabile per il Prof. B. Dallapiccola che la proposta alla Stamina di far testare le loro cellule nel centro specifico autorizzato dal Ministero San Gerardo di  Monza, sia caduta nel vuoto, mentre la terapia priva di ogni controllo oggettivo, sia data per efficace in TV, con prevedibile coinvolgimento emotivo dei telespettatori. Proprio per la totale assenza di controlli sulle cellule della Stamina, di protocolli sperimentali e di pubblicazioni “peer review” su riviste internazionali, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ne ha vietato l’uso, fedele al sacrosanto principio del “primum non nocere”. Tale atteggiamento prudente è recepito anche dai genitori più responsabili e meno emotivi.  Tra questi c’è Renato Pocaterra-  lo ricorda Roberta Villa- padre di una bimba affetta da “atrofia muscolare spinale”, il quale rimarca che specie a bambini tarati si deve ancor più rispetto che ai sani per evitare il rischio che essi siano usati come cavie senza un minimo di prova. “Genitori diffidate dei nuovi Di Bella”, titola ad hoc  Elena Dusi su Repubblica. E il Ministero? Anch’esso vittima delle pressioni di un opinione pubblica sensibile ma disinformata, concorre ambiguamente alle perplessità. Da un lato dà ragione (e come potrebbe non farlo!) all’AIFA, sottolineando che questo è l’unico  ente ad avere la facoltà di autorizzare cure compassionevoli, dall’altro non contesta/contrasta i giudici se essi decidono diversamente. Capita così che un magistrato autorizzi e un altro neghi la stessa cura per la stessa malattia e persino in due fratelli (già accaduto!). In effetti è singolare che per ottenere una cura ritenuta arbitrariamente efficace, dei cittadini siano pronti a rivolgersi a dei giudici inevitabilmente impreparati circa il potenziale delle staminali (non necessariamente vantaggioso!), i quali possono così risultare più decisivi degli enti regolatori ufficialmente preposti alla sanità pubblica. E perché mai questi Enti sarebbero sadicamente felici di  negare una cura a dei bambini colpiti da patologie così drammatiche?

Più di un anno fa l’allora Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni aveva promosso il sito www.infoenergydrink.it con l’obiettivo di  “favorire il consumo consapevole delle bevande analcoliche energizzanti”. La rivista Dialogo sui Farmaci (DSF), nella rubrica “Cane da Guardia”, si è soffermata su questa iniziativa criticando in primo luogo che nel sito non si evidenzino gli effetti della caffeina in tali drink. Infatti, a certe dosi e specie negli adolescenti, nervosismo, insonnia, batticuore e nausea sono reazioni piuttosto frequenti. E’ vero che la quota di caffeina in 250 ml di tali bibite non supera quella di una tazzina di caffè, ma è vero anche  che il consumo di energizzanti spesso non si limita ad una sola lattina. DSF stigmatizza pure che nel sito non si segnali che la taurina, altro costituente dei drink, potenzia l’effetto eccitante della caffeina e che si sorvoli sul rischio di sovrappeso e diabete dovuto agli zuccheri semplici contenuti negli energizzanti. Tale rischio negli adolescenti è così concreto in USA che si è proposto in quel Paese (vedi rubrica del 19/1/2010) di tassare “a monte” le bevande zuccherate per compensare il costo socio-sanitario del danno prodotto. Viene inoltre trascurata nel sito la relazione tra bevande energizzanti e consumo alcolico. Questa “dimenticanza” è per DSF particolarmente riprovevole perché sono proprio adolescenti e giovani adulti “i maggiori consumatori di questi cocktail, noti per ridurre la percezione dello stato di ebbrezza.” La ridotta percezione di euforia facilita a sua volta l’abuso alcolico saltuario, quello più pericoloso per i giovani alla guida di una vettura, con conseguente maggior rischio di incidenti stradali. DSF si chiedeva pertanto se non sia opportuno che ”le iniziative governative rivolte ai giovani siano basate su reali bisogni di salute, piuttosto che atte a istituzionalizzare delle campagne promozionali travestite da messaggio informativo”. In effetti, il sito succitato veniva considerato dal Ministro una fonte attendibile e utile a sfatare “falsi  miti e allarmismi”. Un’ulteriore  perplessità nei confronti di tale avallo istituzionale nasce dal fatto che le due citazioni del ministero riguardanti il sito Energy Drink sono state entrambe realizzate in collaborazione con l’Associazione Italiana dei Produttori di Bevande Analcoliche, uno sponsor piuttosto…singolare. Sembrava pertanto non astrusa l’ipotesi avanzata un anno dopo dal Consiglio dei Ministri di tassare anche da noi le bibite zuccherate, a vantaggio della salute dei giovani e delle casse dello stato (ricavo approssimativo intorno ai 250 milioni di euro). Tuttavia, per motivi se non misteriosi poco chiari, già nel settembre 2012 la tassa sulle bibite zuccherate (e sui superalcolici) svaniva come neve al sole.

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