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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Il 2% circa degli adulti soffre di allergia/intolleranza alimentare, percentuale che raddoppia nei bambini, ma con possibile normalizzazione in età scolare. “Allergia” o “intolleranza”, spesso confuse, sono due realtà molto diverse e che nulla hanno a che fare con le tossinfezioni alimentari causate da cibi contenti tossine sviluppatesi durante le varie fasi della catena alimentare. L’allergia è una reazione immunitaria provocata da anticorpi (immunoglobuline, “IgE”) sollecitati da dosi anche minime di un allergene alimentare riconosciuto come “estraneo”. Tale allergene, innocuo ai più, interagisce in chi è allergico con lo specifico anticorpo prodotto da cellule “immunocompetenti” (linfociti e plasmacellule), interazione che avviene alla superficie di cellule ricche di granuli (“mastzellen”) presenti nelle mucose (nasali, bronchiali, congiuntivali e intestinali) e nel sangue (“granulociti basofili”) provocando il rilascio dei granuli che sono ricchi soprattutto di istamina negli spazi extra-cellulari e nel sangue. A tale rilascio si devono i sintomi (starnuti, naso che cola, asma, gonfiore labiale/linguale, orticaria, prurito, nausea, vomito, diarrea). Raro, ma possibile, anche uno shock anafilattico potenzialmente letale. Maggiormente allergizzanti risultano essere: proteine del latte vaccino quali caseina e lattoalbumina (il lattosio, che è uno zucchero, non c’entra), formaggi  e yogurt, arachidi, noci/mandorle, frutta, legumi, pesci, crostacei. Cottura e lavorazione industriale riducono di molto il rischio allergico. Diversamente, l’intolleranza non è una reazione immunitaria, ma un fenomeno “dose dipendente” provocato da alimenti non degradabili quando superano appunto una certa quantità. Le intolleranze più note sono quella al lattosio da deficit dell’enzima lattasi nella mucosa del tenue (“alattasia”) e quella al glutine (“celiachia”). Negli alattasici Il lattosio provoca crampi addominali, brontolamenti, irregolarità dell’alvo  (yogurt e formaggi stagionati sono di solito tollerati), mentre nei celiaci il glutine può causare crescita rallentata, sottopeso, astenia, diarrea, crampi e, più subdolamente, ferrocarenza e aumento delle transaminasi. Va anche detto che se i test diagnostici per le intolleranze al lattosio o al glutine sono pochi ma agevoli e attendibili, quelli per le allergie sono parecchi (più routinari i test cutanei e i RAST test), ma di interpretazione più problematica. Per altri test “alternativi”, in genere attuati non nelle istituzioni ma in laboratori privati, manca una validazione convincente. Pertanto un approccio valido per capire qual è il responsabile dell’allergia rimane ancora quello di verificare gli effetti dell’eliminazione di un alimento sospetto e poi quelli della successiva sua riassunzione.

Una o più vitamine hanno ovviamente un ruolo decisivo nei pazienti che ne siano carenti, evento piuttosto infrequente nei Paesi occidentali o nelle persone che si alimentano normalmente e in modo vario. Esempi ben noti sono l‘efficacia della Vitamina C nello scorbuto, della D nel rachitismo, della K nell’insufficienza epatica, della B12 nell’anemia perniciosa. Qualcuno ritiene tuttavia che i polivitaminici possano essere utili  pure per prevenire patologie cardiovascolari anche in soggetti non carenti. Di fatto, alcuni studi osservazionali condotti ad hoc hanno prodotto risultati  contradditori. Per verificare se il rischio cardiovascolare diminuisce effettivamente nei soggetti trattati a lungo termine con cocktail vitaminici è stato condotto uno studio prospettico in medici di sesso maschile, pubblicato nel 2012 sulla rivista JAMA. Dal 1997 al 2011 sono stati controllati 14.641 medici, di età media 64 anni (e mai meno di 50) assumenti in modo continuativo vitamine in quantità superiore a quella presente in una dieta normale oppure semplice placebo. Parametri di valutazione erano la comparsa di un infarto miocardico o di un ictus, e il numero totale degli eventuali decessi conseguenti a tali accidenti cardiovascolari. I casi rilevati di infarto e di ictus sono stati in totale 1732, ma  non è emersa alcuna differenza, né clinica né statistica, tra i medici trattati con vitamine e quelli trattati con placebo (rispettivamente 11 vs 10,8 eventi, confronto espresso dagli esperti per 1000 anni/persona). Anche la mortalità complessiva conseguente alla suddetta patologia cardiovascolare è risultata sovrapponibile tra i due gruppi (5 vs 5,1 sempre per 1000 anni/persona). Le conclusioni risultano le stesse a prescindere dal fatto che i partecipanti allo studio avessero avuto o meno una patologia cardiovascolare al momento dell’arruolamento allo studio. Dunque l’assunzione giornaliera di polivitaminici per più di 11 anni di trattamento e relativo follow-up sembra inefficace almeno all’interno di una popolazione costituita da medici, benché tali conclusioni non possano automaticamente estendersi a non medici, al sesso femminile e ai soggetti con meno di 50 anni. Lo studio farebbe per altro ipotizzare un beneficio (modesto sotto il profilo statistico), sulla mortalità complessiva per tumore e consentirà forse di dire qualcosa sull’eventuale ruolo preventivo dei polivitaminici su altre patologie, quelle ad es. che colpiscono l’occhio e alterano la funzione cognitiva dell’anziano. Chi ritiene comunque di ipervitaminizzarsi, convinti che queste “amine della vita” almeno non dovrebbero far male, è bene sappia che il sovradosaggio, specie delle vitamine liposolubili A,D,E,K, non è in realtà scevro di effetti collaterali talora anche non trascurabili.

Tutti gli oncologi auspicano un’informazione corretta sul cancro. I pazienti tumorali informati collaborano di più con il curante, comprendono meglio l’effetto delle cure (chirurgia, radio/chemioterapia) e l’entità degli effetti collaterali. La TV sarebbe molto utile, ma le rare trasmissioni serie al riguardo vengono diluite da notizie che mirano più allo scoop che all’approfondimento. Pure il cinema, proprio perché capace di coinvolgere efficacemente, potrebbe essere un mezzo di sensibilizzazione e informazione. Ampia eco ha avuto pertanto sulla stampa nazionale la ricerca di due oncologi italiani, G. Crosti e L. De Fiore, che hanno analizzato ben 82  film dal 1939 al 2102, nei quali affetti da “tumore cinematografico” risultavano essere 40 attrici e 35 attori. Le conclusioni sono state presentate mesi fa a Vienna, alla Società Europea di Medicina Oncologica. Partendo dal primo film (“Dark Victory”), dove Bette Davis muore per un cancro al cervello, l’analisi prosegue con altre pellicole più recenti in cui gli attori affetti da cancro sono sempre condannati a morire, e tra queste “Love story”, “Anonimo Veneziano” e “Gran Torino”. Gli oncologi scrivono di aver rilevato una notevole differenza tra realtà e cinema in quanto solitamente nei film i malati sono più giovani (40-45 anni al massimo) rispetto all’età media riscontrata per quel tumore nella pratica clinica, “appartengono spesso alle classi sociali elevate, hanno tumori poco frequenti o rari ed alla fine muoiono”. La sede del cancro non è sempre svelata nei film o si accenna appena a sintomi che possono farla sospettare (come in “Gran Torino” dove il tossire ripetuto di Clint Eastwood fa ipotizzare un cancro del polmone). Secondo Crosti e De Fiore, la diversità  più saliente tra realtà e cinema è però che nei film si muore per cancro più che nella vita reale, mentre invece ci si sofferma di meno sul dolore. Insomma, al cinema si racconta più la morte della sofferenza, raramente si allude ai progressi terapeutici e alla prolungata sopravvivenza e mai, comunque, la storia finisce con la guarigione (che in realtà non è impossibile). Poco spazio cinematografico è stranamente dato al cancro del seno che invece nel sesso femminile è quello più frequente, con alcune recenti eccezioni: una di queste è il film “La prima cosa bella”, dove Stefania Sandrelli è ripresa realisticamente in un hospice oncologico. In definitiva, per i due oncologi, il cinema dà un’immagine un po’ distorta e non fedele a quanto succede nella vita reale, più interessato a strappare commozione e lacrime e meno a sollecitare atteggiamenti positivi nei confronti del cancro. Curioso che per l’infarto avvenga l’opposto, e cioè che nei film l’attore malato si salva più spesso e muore più di rado che non nella vita reale.

Tutto quello che dirò in questo articolo è come se l’avesse scritto di sua mano un insegnante e ricercatore scientifico che stimo da anni, il prof. Silvano Fuso. In una nota che uscirà sulla rivista del CICAP  “Query” il professore rileva che ”in Italia la cultura viene ignorata, ciò che alimenta un disinteresse per l’istruzione che genera a sua volta nuova incoltura”, con gravi conseguenze per il Paese. Sensibilizzato dall’amarezza delle sue considerazioni ritengo doveroso amplificare il più possibile le sue riflessioni prima delle elezioni, quando tutti gli schieramenti politici cercano di convincerci di essere preoccupati per il futuro del nostro Paese (per qualcuno, in verità, solo della propria Regione o Provincia). Infatti, nei programmi pre-elettorali strombazzati giornalmente si nota una quasi totale assenza di attenzione nei confronti della qualità della scuola e del grado d’istruzione dei cittadini italioti, come se nel nostro Paese l’istruzione fosse così avanzata da non meritare un’attenzione speciale. Purtroppo non è così. L’ex-Ministro dell’istruzione e accademico della Crusca Tullio De Mauro riporta in un’intervista al “Mulino” come da due inchieste sulla alfabetizzazione degli adulti basate su questionari, il  5% della popolazione lavorativa tra i 14 e i 65 anni non sia nemmeno in grado di leggere le parole presenti nei documenti. Dato “impressionante” -dice De Mauro- “perché non si tratta di vecchietti e vecchiette” indifferenti ormai ad essere cittadinanza attiva, ma di persone pienamente coinvolte allo sviluppo del Paese. Un altro 38% sa leggere le parole, ma non ne intende il significato e un 33% , infine, capisce le parole ma non i concetti che esprimono se questi sono troppo complicati. Troppe persone, insomma, non sono in grado di leggere e capire un libro o un quotidiano (e quanti non lo comprano nemmeno o sbirciano appena i titoloni dei giornali messi a disposizione dal bar !) o un avviso pubblico, un bando, un appello, un editoriale. Eppure queste persone andranno a votare e, poco informate come sono, si lasceranno trainare non da ciò che hanno letto e approfondito, ma dalle dichiarazioni di qualche suadente politico in TV o da inamovibili preconcetti o da influenze familiari, peggio ancora se commisti a convenienze personali. Sempre dai suddetti questionari risulta in definitiva che “solo il 20% della popolazione attiva italiana ha un bagaglio culturale sufficiente per orientarsi, capire e concorrere al progredire della società contemporanea”. Circa questo “analfabetismo di fatto” di soggetti che pure sanno leggere e scrivere, De Mauro segnala che bisogna arrivare allo Stato del Nuevo Leon, in Messico ”per trovare un Paese più mal messo di noi”. Naturalmente, l’istruzione richiede fondi adeguati che invece scarseggiano, eppure si trovano per altre iniziative al momento politicamente più redditizie, in accordo con l’idea di molti politici miopi i quali ironizzano che con la “cultura non si mangia” (o ritengono che le persone meno istruite sono e meglio si lasciano abbindolare?). La soluzione responsabile d’altronde non può che venire dall’alto e infatti Concetto Marchesi più volte dichiarava a tal proposito che “fintanto che si hanno i problemi del pane non si possono coltivare i problemi dello spirito”. Per questo i veri statisti (ci sono, in giro?), diversamente dai Laqualunque, non possono permettersi di pensare solo “tatticamente” al pane, ignorando “strategicamente” il ruolo dell’istruzione, e devono invece convincersi  (e spiegare!) che il futuro del Paese, in particolare dei giovani, dipende in gran parte dal  grado d’istruzione della popolazione. Il professor Fuso cita pure opportunamente il “Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa”, coordinata dal sociologo Ilvo Diamanti, dal quale emerge  che solo il 2% degli italiani ritiene l’istruzione un momento cruciale di crescita e sviluppo contro il 30 % dei Tedeschi. Questa diversa valutazione la dice lunga circa il livello di consapevolezza del valore della cultura vigente nei più avanzati Paesi d’Europa. E’ infine dimostrato da un recente Rapporto OCSE, basato su 60 parametri registrati in 40 Paesi, che le istituzioni scolastiche a qualsiasi livello funzionano dove la reputazione e lo status sociale degli insegnanti è più elevato. Chissà se chi ci governerà darà un occhiata a queste emblematiche segnalazioni o continuerà a occuparsi freneticamente solo di chi è “impresentabile” o meno, impresa che dati i non pochi clamorosi scandali recenti potrebbe risultare lunga e difficile.

Nel recente convegno “Anziani e Welfare: quale sostenibilità?”, a cura della Ageing Society (AS), si è tentato un bilancio sulla spesa sanitaria in base a cifre ministeriali. Dato il rilevante costo delle degenze, una prima nota positiva risultava essere la riduzione dei ricoveri ospedalieri, che di fatto si sono ridotti da quasi 13 milioni nel 2004 a poco più di 11 milioni nel 2010. Analogo il calo delle giornate di degenza da 88 milioni del 1998 ai 71 milioni del 2010. Tuttavia, nonostante tale contenimento, la AS rileva un costante incremento del costo medio di ogni giorno di degenza fino a 832 euro, una spesa doppia rispetto al 2000 (430 euro). Poiché pure i costi per la farmaceutica convenzionata risultano sensibilmente ridotti negli ultimi anni, secondo la AS l’incremento di spesa ospedaliera non può che attribuirsi alla voce “beni e servizi non sanitari”, costituiti da catering, smaltimento rifiuti, spese di lavanderia, appalti per ditte di pulizia, apparecchiature, dispositivi, spreco energetico. Sconcertanti al riguardo sono le profonde differenze a livello regionale proprio per i servizi non sanitari. Ad esempio, dai 22 euro al giorno della Lombardia si passa ai 92 euro dell’Umbria o ai 111 euro del Friuli. Secondo la AS l’esistenza di tali differenze fa intuire “torbidi interessi tra potenti lobbies” che hanno in mano gli appalti per i vari servizi non sanitari, e/o che utilizzano sovrafatturazioni e altri espedienti. Gli sperperi non mancano neanche nella “virtuosa” Lombardia, vedi lo scandalo del San Raffaele, culminato nel suicidio  di M. Cal,  braccio destro di Don Verzè, e nell’accusa di associazione per delinquere per 8 dirigenti. La AS ha calcolato che se tutte le regioni applicassero il costo medio rilevato nelle regioni più sobrie sarebbe possibile recuperare risorse per 1 miliardo 690 milioni di euro. Afferma sempre la AS: “Considerando che la spesa  globale per servizi non sanitari è di 4 miliardi e 436 milioni si arriverebbe a risparmiare fino al 50% circa della spesa globale”. Di questi fondi potrebbe beneficiare in particolare l’assistenza per gli over 65 ed i disabili, che sono le categorie più colpite dai tagli. Il prof. E. Mortilla, presidente della AS, indignato per le spese ingiustificate, ha ipotizzato “un esposto per danno erariale alla Procura Generale della Corte dei Conti, nella speranza chela Magistratura contabile avvii un indagine su questa scandalosa situazione”. Buona l’intenzione, ma purtroppo non si ha ricordo che alla fine il malaffare in sanità sia mai stato punito efficacemente (l’esempio conta!), che si siano tagliati i rami secchi, o che si siano bloccate iniziative motivate non dall’interesse dei pazienti, ma da puro tornaconto personale o  elettorale. “Hony soit qui mal y pense“.

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