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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

La benemerita rivista Dialogo sui Farmaci (DSF), in un recente numero (ahimè, prima di chiudere per mancanza di abbonamenti e supporti!) si era  soffermata sull’acqua “Asea”, brevettata negli USA e arrivata anche da noi. Per i produttori, Asea “supporta l’attività vitale della comunicazione cellulare, promuove la funzionalità immunitaria avanzata, fornisce agli atleti prestazioni superiori, aumenta l’efficienza degli antiossidanti corporei del 500%, protegge contro il danno da radicali liberi”. Benché numerosi articoli promozionali vantino gli effetti ora menzionati, DSF constata l’assenza di pubblicazioni scientifiche su riviste mediche serie dotate di un board di controllori che confermino tali azioni. Gli studi sperimentali riguardanti Asea sarebbero due soli e per di più condotti in vitro. Ma quali ingredienti contiene questo elisir del benessere? Essi sono acqua distillata con sale da cucina sottoposta a elettrolisi, con formazione di “molecole segnalatrici Redox”. In uno dei tanti siti web, i venditori di Asea affermano che “Nel mondo intero ci sono solo due luoghi in cui queste molecole miracolose esistono: nelle cellule viventi e in una bottiglia di acqua Asea.” Il set di 4 bottiglie è acquistabile solo via internet, ciascuna bottiglia contiene 8 dosi giornaliere e costa circa 45 euro, ma il costo si riduce a 30 -afferma DSF- se il compratore diventa lui stesso distributore, secondo la policy del “marketing multilevel”. Target dell’azienda sono soprattutto gli sportivi interessati a recuperare prontamente le energie fisiche. L’azienda produttrice precisa inoltre che Asea nulla ha a che vedere con l’acqua ionizzata alcalina ottenibile a casa propria con costosi dispositivi elettrici, alla quale pure si attribuiscono dai produttori straordinarie proprietà per conservare la salute e per curare disparate patologie. Tuttavia, una convincente analisi dei dati disponibili pubblicata nel 2011 su “IA Ingegneria Ambientale”, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, smonta ciò che i produttori affermano circa la loro acqua alcalina ionizzata, priva anch’essa per altro, come Asea, di ogni documentazione clinica. Gli autori della revisione critica, G. Temporelli e S. Fuso, noti ricercatori e divulgatori scientifici, sottolineano inoltre opportunamente nel loro articolo che è comunque ai produttori di acque-panacea che spetta l’onere della prova, e non certo agli ingenui consumatori. Fare soldi vendendo sostanzialmente H20 dalle indimostrate proprietà salutistiche non è certo una novità. Fino a pochi decenni fa, ad avallare in modo più o meno esplicito i vantaggi clinici di numerose acque minerali, concorrevano pure illustri clinici, che “firmavano” con la qualifica più altisonante persino le singole bottiglie.

Il cancro del colon (CC) è la terza più comune causa di morte nel mondo. Nel Mondo Occidentale il rischio di soffrirne nell’arco della vita si aggira in media intorno a 5%. E’ noto da anni, e già ne abbiamo parlato in questa rubrica, che la maggioranza assoluta dei CC si sviluppa a partire da lesioni precancerose preesistenti, all’inizio non maligne, che sono i polipi (adenomi, in gergo medico). Si riteneva pertanto più che plausibile (ma da dimostrare) che uno screening preventivo di massa a partire da una certa età, grazie ad una eventuale polipectomia (e/o al riconoscimento di un CC in fase precoce) avrebbe comportato una diminuzione dei decessi per questo tumore. In effetti, già il datato National Polyp Study confermava una significativa riduzione di incidenza di CC nei soggetti sottoposti a screening, ma non era sufficiente a dirimere se pure nei lunghi anni successivi alla polipectomia il rischio di morte fosse effettivamente diminuito “per sempre”. Una risposta al quesito è venuta da una valutazione  di  Zauber e coll che hanno confrontato i decessi per CC in 2602 pazienti  polipectomizzati, seguiti poi per 23 anni con quelli della popolazione generale non polipectomizzata, concludendo che grazie all’asportazione per via endoscopica dei polipi la mortalità si riduce di ben il 53%. Questo studio è particolarmente interessante se si considera che nei primi 10 anni successivi alla polipectomia il rischio tumorale dei polipectomizzati è simile a quello di pazienti comparabili ma senza polipi. Nonostante qualche difetto metodologico (che risparmio al lettore) ammesso dagli stessi autori, lo studio consente di stabilire definitivamente che nei pazienti sottoposti a polipectomia è diminuita “più del previsto non solo” l’incidenza del cancro del colon ma anche e soprattutto la mortalità per tale tumore pure a distanza di molti anni.  Quest’ultima conclusione costituisce per gli autori dello studio un ”critical perequisite”, cioè una ragione perentoria per continuare a raccomandare lo screening colonscopico nei soggetti a rischio, costituito questo dal semplice superamento dei 50 anni anche in l’assenza di familiarità specifica (che evidentemente lo aggraverebbe). Un quesito non risolto dallo studio di Zauber e coll., invece, è se i tumori nei diversi settori del colon (ascendente, trasverso, discendente e sigma) si contrassegnino per un tasso diverso di mortalità. In ogni modo, la  riduzione della mortalità a lungo termine è secondo gli Autori così spiccata solo se è ottimale la qualità dell’esame colonscopico (visualizzazione completa fino all’intestino cieco, asportazione di tutti i polipi), ciò che dipende dall’esperienza e dall’attenzione dell’esaminatore. Come in altri ambiti, può spesso contare più il guidatore della macchina.

Qualche settimane fa, la Dr.ssa Margit Fliri, past-President del Tribunale per Minorenni, ha tenuto un’apprezzata conferenza in tema di violenze sui minori che non significano solo abuso sessuale, benché questo rappresenti una voce importante. Giovedì scorso, Giuseppe Maiolo ha riportato su AA che i siti di pedofilia on line scoperti nel 2011 sono 10 mila in più rispetto al 2010 e che esisterebbero pure siti sul web, non segnalati dai motori di ricerca, stracolmi di “documenti, foto di sevizie e violenze sessuali compiute su minori”. Cifre in crescita, dunque, che angosciano comprensibilmente la collettività, la quale tuttavia molto meno sensibilizzata nei confronti di un altro “reato su minori,” una  violenza meno immediata, ma pur sempre un abuso. Mi riferisco agli stili di vita dannosi che vengono di fatto imposti (o concessi) in famiglia ai bambini, con inevitabili conseguenze cliniche a distanza. Già nel 2009 riportavo il caso di Miss Gray, mamma statunitense il cui bambino pesava 225 kg: la signora veniva per questo arrestata con l’accusa di abuso su minore. E pure altri genitori in California venivano incriminati lo stesso anno per la grande obesità dei figli. Analogamente in Europa, e precisamente in Scozia (Dundee), si è ritenuto recentemente di affidare ai servizi sociali 4 bambini in età scolare che pesavano più di un quintale. Una obesità così abnorme è stata considerata specifico “maltrattamento su minore” in quanto espressione di incapacità dei genitori di far dimagrire i figli tramite comportamenti salutistici fatti di alimentazione (sotto accusa, in primis, bibite zuccherate, cibi ipercalorici pubblicizzati generosamente in TV) e adeguata attività fisica. La stampa inglese precisa che la decisione dell’affidamento è stata presa solo dopo il fallimento di alcuni programmi educazionali proposti ma non messi in atto dai genitori. Naturalmente, le divergenze al riguardo non potevano mancare. Da un lato c’è chi ritiene che l’allontanamento di un bambino dal suo ambiente familiare sia un intervento comunque inaccettabile, mentre dall’altro i giudici rimarcano i seri rischi per la salute (diabete, malattie cardiovascolari, alterazioni scheletriche) che il bambino correrà nell’età adulta, proprio quando i genitori non ci saranno più ad aiutarlo. Persino la diagnostica ne risente se si pensa, per esempio, che oltre un certo peso non si può ricorrere, quando fosse  necessario, ad una TAC, perché il bambino non riesce ad entrare nel “tunnel”. Un problema concreto, quindi, che – come sottolinea sulla rivista “Janus” Angela Giusti dell’ISS — , non si può risolvere unicamente con programmi sanitari, ma associando “strategie politiche, economiche e ambientali per arginare un fenomeno che è comportamentale solo in parte”.

Giorni fa un autorevole quotidiano dedicava due intere pagine agli “stregoni” (così chiamati nel titolo) che per lucro alimentano speranze infondate negli ammalati di cancro. Nell’articolo l’autrice. De Luca riporta la storia di Luca, siciliano di 27 anni, affetto da  tumore del cervello inoperabile. Quando la medicina è disarmata le suggestioni di cure miracolose sono fortissime  e anche i genitori di Luca sono stati indotti a “tentare il tutto per tutto”. Essi  portano dunque il ragazzo non a Parigi o a New York, ma in Albania (sic!), per sottoporlo alla cura “miracolosa” del bicarbonato proposta e praticata in vari suoi “centri” da un medico italiano T. Simoncini, già radiato dall’Ordine e già processato più volte per truffa. La morte a breve di Luca, nonostante massicce dosi di bicarbonato e i 20 mila euro in nero, sarebbe avvenuta comunque e il bicarbonato costosissimo ovviamente non c’entra, ma in altri casi il rischio di inseguire promesse miracolose prive di evidenza scientifica può pure comportare la non messa in atto di cure esistenti efficaci capaci di togliere il dolore, ritardare il decesso o persino di guarire certi tipi di neoplasie. Purtroppo, è da decenni che pullulano cure millantate risultate poi prive di efficacia specifica e talune persino tossiche. Questi “inventori” di rimedi miracolosi illusori ricordano l’identikit di chi millanta (talora pure in bona fide) la loro efficacia antitumorale, un profilo  tracciato anni fa dall’oncologo Altomare, in un ormai introvabile volume che provo a sintetizzare. Questi guaritori: 1.tendono ad isolarsi dall’ambiente scientifico; 2.preferiscono comunicare i loro dati non su riviste mediche serie o a congressi medici, ma su stampa non specializzata o durante qualche comparsata TV; 3. le cure sono se non segrete oscure; 4, affermano costantemente che vi è pregiudizio della classe medica nei loro riguardi; 5. si paragonano a medici insigni che in passato hanno dovuto combattere contro il dogmatismo scientifico del tempo; 6. accusano di punti deboli le teorie acquisite in tema oncologico; 7. presentano resoconti clinici aneddotici e inconsistenti; 8.rifiutano di accettare i risultati di studi di controllo sostenendo che il mondo medico è contro di loro; 9. sono spesso persone (medici e non) impreparate nello specifico o  laureati per corrispondenza; 10 i loro sostenitori sono spesso scrittori, attori, giornalisti, avvocati, politici e, in genere, persone senza cultura alcuna in campo oncologico.

Queste bufale, naturalmente, nulla hanno a che vedere con le terapie palliative di qualsiasi tipo, le quali, pure grazie all’intrinseca (preziosissima!) quota placebica con cui agiscono, anche senza incidere sul tumore consentono al malato di non sentirsi abbandonato, ciò che di per sé può migliorare la sua qualità di vita.

Il cancro costituisce ancor oggi la malattia che angoscia di più. In Italia, 2,5 milioni sono gli ammalati di tumore e per il 2012 si prevedono altri 260 mila circa. I tumori “big killer”, riguardanti colon-retto, seno, prostata e stomaco, grazie alle cure sono meglio curabili (sopravvivenza “media” variabile pari al  50-60% o più a 5 anni), con l’eccezione del cancro polmonare. I progressi vanno ascritti a diagnosi precoce, chirurgia, radioterapia e farmaci efficaci. Per questo l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) ha di recente sollecitato la pronta applicazione del “Decreto Balduzzi”, che sancisce l’immediata disponibilità in tutte le regioni degli antitumorali approvati. Paradossalmente, fino ad ora, dall’autorizzazione europea alla commercializzazione di un farmaco oncologico trascorrono in genere 1-2 anni. Questo ritardo si somma a quello dovuto alle approvazioni regionali, ciò che crea tra l’altro un’inaccettabile diseguaglianza di cura tra le regioni. Anche le associazioni di volontariato in oncologia auspicano che per un nuovo antitumorale basti l’approvazione dell’ente regolatorio  europeo (EMA) e/o di quello italiano (AIFA), senza necessità di ulteriore autorizzazione da parte delle diverse regioni, ciò che ulteriormente ritarda cure ritenute preziose per il malato. I farmaci nuovi devono però ritenersi “innovativi” non perché commercializzati da poco, ma perché più attivi e meno tossici di quelli già esistenti. Gli antitumorali naturalmente costano, costituendo oggi in Italia il 25% della spesa ospedaliera per medicinali, una cifra consistente anche se rappresenta solo il 4% della spesa globale ospedaliera. Una volta appurato che il costo è sostenibile (costasse un miliardo un ciclo di terapia, questa non potrebbe evidentemente essere erogata), per l’AIOM si tratta di agire risparmiando su quella che è stata definita l’inappropriatezza delle “zone grigie”. Zone grigie sono spese inutili provocate da esami e controlli immotivati, da farmaci di non documentata efficacia (costo pari a 350 milioni di euro/anno), da servizi complementari (?) senza attendibilità scientifica (attivati anche, ma non solo, in questa provincia), e da ospedali con bacini d’utenza incompatibili con alti standard professionali. Oltre a ciò è pure auspicabile la realizzazione di reti oncologiche regionali che integrino professionalità e competenze permettendo in tal modo, oltre che un risparmio, una doverosa omogeneità del trattamento oncologico nelle diverse aree. I piccoli ospedali, se giustificati, vanno mantenuti ma collegati in rete per specifiche terapie oncologiche con i centri più attrezzati. Una “centralizzazione delle competenze” sembra ora all’attenzione anche in questa Provincia e auguriamoci che non resti solo un  progetto

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