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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

E’ odioso commentare i “si dice” o “sembra che”, ma purtroppo le scelte per l’ospedale di Vipiteno sono ancora in progress e qualche riflessione la si deve pur fare su quello che trapela o sulle dichiarazioni poco chiare di chi di dovere. Mi riferisco al Centro di neuro-riabilitazione che il Dr. Saltuari, specialista qualificato in forza all’Azienda Sanitaria tirolese, dovrebbe dirigere “part-time” ad uno stipendio di 465 euro l’ora, pari ad un mensile di 18.000 euro al mese. Se queste cifre ricavate dal puntuale articolo (AA, 11 novembre) di Massimiiliano Bona sono vere, le riserve non mancano e mi chiedo perché solo Claudio Volanti dell’ANAO si esponga a criticare ufficialmente il progetto. Come in altre occasioni, infatti,  buona parte dei colleghi critica privatamente le decisioni politiche, ma pochissimi lo fanno apertamente scrivendo per esempio sui quotidiani cittadini. E sì che criticare pubblicamente non dovrebbe essere difficile dato che lo stesso Comitato di riordino clinico già aveva espresso parere contrario alla istituzione di questo super centro neuro-riabilitativo rimarcando che già esiste a BZ un reparto attrezzato alla riabilitazione neurologica (come pure l’unico reparto di neurochirurgia della Provincia) e che un futuro coordinamento tra i vari reparti/servizi di questo tipo è solo sulla carta. Anche a prescindere dalla opportunità tout court di tale attivazione, le riserve riguardano principalmente da un lato la discontinuità settimanale della prevista consulenza del Dr. Saltuari (due mezze giornate a settimana?) per una patologia che richiede una assistenza e una valutazione clinica quotidiane, dall’altro la parcella richiesta dalla Azienda sanitaria tirolese che supera di molto lo stipendio dei primari locali full time. Sembra che di questo extra-costo non ne benefici personalmente Saltuari ma solo l’azienda tirolese, ciò che però non modifica in concreto il plus d’esborso che la Sanità altoatesina dovrebbe sostenere. E sì che qualche pregressa esperienza sulla scarsa garanzia di per sé delle super-parcelle  dovrebbe insegnare qualcosa: il lettore ricorderà, ad esempio, di un primario chirurgo chiamato anni fa a BZ dalla Germania, pagato e accontentato (collaboratrice citologa imposta) più degli altri, successivamente considerato incapace da quelli che lo avevano chiamato (ovviamente il riferimento non vale per Saltuari, collega di riconosciuto valore) e per questo … “punito” con una consistente liquidazione –sic! – prima di essere mandato via. Il costoso contratto con Saltuari -come nota opportunamente Volanti- striderebbe col fatto che contemporaneamente si prevede di bloccare gli scatti di anzianità, si risparmia sull’acqua e su altro materiale di consumo routinario. Ma la principale critica di Volanti e dell’ANAO  è che la decisione di realizzare  il centro di neuroriabilitazione a Vipiteno, come altre iniziative del passato, sia presa senza una consultazione o meglio un accordo costruttivo e ragionevole  con i medici e “senza che vi sia un piano globale”. Il sussistere poi di primari con compensi di serie A e di Serie B, tra l’altro, non è mai cosa buona perché il conseguente malcontento dei medici, anche di quelli che non si lamentano pubblicamente, non ha mai ricadute positive sui cittadini/pazienti. Giudico pertanto positiva l’assicurazione riportata dell’Assessore Theiner, dove egli dichiara  che ”non accetterà mai di portare a BZ Saltuari ad ogni costo”, e che “in questi tempi discutere in Giunta di una parcella così elevata sarebbe una follia”. Eppure è di molti la sensazione che la decisione sia stata già presa “comunque”. Un po’ quello che è successo per l’attivazione del reparto di medicina complementare alternativa di Merano, ritenuta non giustificata da ben l’80% dei medici altoatesini sia di lingua italiana che tedesca, ma poi andata regolarmente in porto.

Medici e farmacologi non avranno più a disposizione a partire dal 2013 una fonte di aggiornamento/controllo socio-sanitario di primissima qualità: la rivista “Dialogo sui Farmaci” (DSF). DSF esiste da 20 anni grazie ad un contributo della Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e a 7000 abbonamenti di cui (nel 2011) solo 300 erano individuali e i rimanenti sottoscritti da varie ASL. Nessuna “sponsorizzazione” da Aziende farmaceutiche o da produttori di trattamenti “salutistici”, ovviamente poco amanti del rigore critico della rivista. Purtroppo, la crisi che coinvolge anche l’Italia comporterà l’interruzione dal prossimo anno sia del contributo AIFA sia degli abbonamenti ASL. Le Regioni quasi tutte, da parte loro, sono costrette a tagliare rinunciando in primis (ahimè!) a fare informazione di qualità per i medici, ciò che non può non avere ricadute indirette sui cittadini.  Purtroppo, “Un informazione indipendente senza aiuto pubblico e che non trova un numero sufficiente di lettori/medici disponibile a pagare 56 euro all’anno non ha, evidentemente, radici robuste” – scrive il Direttore Massimo Valsecchi, che ricorda con amarezza come in Francia la rivista “Prescrire”, un preciso riferimento anche per DSF, vive grazie ad un numero molto maggiore di medici sottoscrittori. La scomparsa di  informazioni critiche su pubblicità ingannevole, sicurezza dei farmaci, bufale sanitarie di varia indole è di estrema gravità perché ciò lascia indifesi sia medici che cittadini nei confronti di quelli che Valsecchi chiama “venditori di fumo”. Stessa sorte era toccata tempo addietro al  prezioso Bollettino di Informazione sui Farmaci sospeso per ragioni politiche a seguito di uno scandalo AIFA a dir poco oscuro. La scomparsa di fonti informative serie per mancanza di fondi sarebbe obtorto collo più accettabile se un fiume di denaro non venisse contemporaneamente e sfacciatamente disperso. Così purtroppo avviene e per questo chi scrive si scandalizza confrontando le cifre di seguito riportate con il costo globale di un annata di DSF (affitto locali, costo materiale, telefoni, stipendi Direttore e 10 collaboratori) pari a 500.000 euro. Udite, udite: Manganelli (capo della Polizia) stipendio annuale 621.253 euro, Canzio (Ragioniere Capo) 562.231, Ionta (Amministrazione penitenziaria) 543.954, Fortunato (Ministero Economia) 536.954. E se non basta ricordiamoci anche che il direttore dell’ENI Scaroni guadagna 11.725 euro al giorno e che Geronzi, past-president delle Assicurazioni Generali, ha ricevuto una buonuscita di 16 milioni di euro pari a ben 96 milioni di vecchie lire al giorno. Allora c’è davvero da chiedersi se non si poteva trovare una qualche soluzione per impedire la morte preannunciata di DSF. Cultura e informazione sempre in coda: che tristezza!

Il resveratrolo (R) è un anti-ossidante presente nel vino rosso (ma in minor misura anche nel bianco) contenuto nella buccia degli acini d’uva. Uno studio degli anni ‘80 (noto come “Paradosso francese”) suggeriva  benefici cardiaci del vino rosso in base all’osservazione che nei francesi della zona di Tolosa-Strasburgo ghiotti di questo “nettare”, nonostante il loro largo consumo di grassi animali, si registrava una mortalità coronarica, cioè per infarto, significativamente inferiore a quella di cittadini di altri Paesi con introito analogo di lipidi. L’azione cardio-protettiva è stata attribuita all’azione anti-ossidante del R, ma emergeva ben presto che per assumere con il vino una quantità di questo polifenolo sufficiente a prevenire danno coronarico e coronaropatie e diabete è necessario bere molti litri di rosso ogni giorno, una profilassi evidentemente non proponibile. Ulteriore doccia fredda per chi crede semplicisticamente e immotivatamente nel R (e ce n’è!) è uno studio prospettico della Washington University pubblicato in ottobre 2012 su Cell Metabolism in donne sane in post-menopausa. A una metà di esse venivano somministrati per os supplementi di 75 mg al giorno di R, pari a circa 8 litri di vino rosso, e all’altra metà soltanto placebo. In queste donne la tolleranza al glucosio e la sensibilità all’insulina, fattori che predispongono al rischio cardio-vascolare (di fatto frequentemente alterati nei cardiopatici), sono risultate assolutamente identiche nei 2 gruppi, dimostrando la sostanziale inefficacia clinica del R. Gli autori della ricerca hanno anche analizzato biopsie di tessuto muscolare, analisi da cui non è emerso alcun effetto del R su singole fibrocellule. Ciononostante, la potenza persuasoria dei media e pure le informazioni disinvolte di qualche rivista scientifica comportano in USA una spesa annua per supplementi di R pari a 30 milioni di dollari, all’incirca 60 miliardi di vecchie lire, con netto beneficio di qualcuno ma certo non dei soggetti “autocurantisi” con R. Va detto per la precisione che le rilevazioni del passato riguardavano soggetti diabetici e/o a rischio cardio-vascolare, mentre lo studio della Washington University è stato condotto in donne sane e da qui la ipotesi per altro poco plausibile che il R sia utile nei diabetici/cardiopatici, ma del tutto inutile nei sani. E’ infine possibile che eventuali benefici clinici del vino nel bevitore moderato (1-2 bicchieri al giorno, e per i “biancofili” dose almeno doppia!) non dipendano dal R, ma da altri componenti del vino che certo non mancano. Intanto, a prescindere dal R, chi apprezza il vino si conceda pure qualche bicchiere ai pasti che sicuramente male non fa, senza però illudersi di realizzare così una profilassi efficace del danno coronarico.

Nell’ultimo inserto settimanale di un importante quotidiano nazionale si riportano stralci di una intervista a S. Bernardini, Presidentessa della Società Italiana di Omeopatia e Medicina Intergrata, una delle 2 associazioni nazionali che hanno perso la causa contro Piero Angela che durante una delle sue trasmissioni TV aveva rimarcato la mancanza di scientificità dell’omeopatia. Nella intervista la Bernardini scopre l’acqua calda sottolineando che “alcune sostanze nocive possono avere un effetto benefico in micro-dosi. Accade con l’arsenico, il veleno dei serpenti, la mortale Atropa belladonna, ma anche con il veleno dell’ape”. Ma l’esempio più clamoroso per la Bernardini è “ la diossina che causa  insorgenza del cancro, ma con cui a basse dosi si verifica un effetto immunizzante con diminuzione significativa dei casi di tumore”. E’ evidente  che la Presidentessa allude ad analogie tra il potenziale benefico di micro-dosi di sostanze di per sé tossiche ed i preparati omeopatici. In realtà, questo sussistere di effetti contrapposti a seconda del  dosaggio è nozione vecchia ben nota anche ai non addetti ai lavori e viene largamente sfruttata proprio in medicina convenzionale. I vaccini, tra i tanti esempi, costituiti da piccolissime quantità di virus o batteri morti o attenuati (o di parte di essi), hanno cancellato il vaiolo e altre micidiali infezioni  virali o batteriche. Altro esempio il curaro, che ti uccide se ti becchi una freccia avvelenata nella giungla, ma che a basso dosaggio è prezioso negli interventi chirurgici.  Anche il potassio, elettrolita essenziale del nostro organismo se in quantità “giusta”, diventa letale se iniettato nel condannato a morte. Tuttavia, questo sfruttamento di micro-dosi per ottenere una risposta clinica favorevole nulla ha a che vedere con l’omeopatia. Infatti, i preparati omeopatici a partire dalla dodicesima diluizione centesimale (CH12) non contengono nessuna micro-dose della tintura di partenza, ma solo H2O, cioè acqua pura. Tra l’altro, tra i più commercializzati risultano gli omeopatici CH30 (trentesima diluizione centesimale), il che significa che acqua pura è stata ulteriormente diluita milioni e milioni di volte. Per questo, sgretolatasi la teoria della memoria dell’acqua (che per nostra fortuna è invece immemore di ciò con cui è stata a contatto!), i fautori della omeopatia hanno cercato altre spiegazioni, non più biochimiche ma fisiche, per spiegare l’effetto ipotetico di ciò che non contiene nulla di “materiale” (termoluminescenza, effetto laser, e altro). Insomma, scoprire che micro-dosi di un composto possono essere benefiche e non tossiche come le dosi maggiori, è un po’ scoprire l’acqua calda e con l’omeopatia non c’entra nulla. “Che c’azzecca?” –direbbe l’On. Di Pietro.

A riaccendere le ansie per un rapporto (ipotizzato) tra telefonini cellulari e tumori neurocerebrali ci pensa la Cassazione, notizia riportata giorni fa anche da Alto Adige, che dà torto all’INAIL e ragione ad un manager affetto da un tumore del nervo acustico. Per l’INAIL il tumore non era da considerarsi malattia professionale causata dall’uso del cellulare 6 ore al giorno per 12 anni e andava pertanto rigettata la richiesta di invalidità del 80%. La Corte ha deciso invece che gli studi epidemiologici 2005-2009, indicativi di una correlazione cellulari-tumori cerebrali, sono “di maggiore attenzione” rispetto agli studi innocentisti esibiti dai produttori di telefonini. Ciò detto, mi sembra doveroso sollevare dei dubbi sull’azione dei magistrati in questa vicenda. Una Corte Suprema quanto a questioni legali, non è infatti necessariamente “suprema” nel giudicare l’attendibilità di studi clinici, cosa difficile anche per gli esperti del ramo. Al contrario l’OMS, pur non escludendo che i campi magnetici “possano” essere cancerogeni, non si sente di dare giudizi definitivi. Lo stesso dicasi per il nostro Istituto Superiore di Sanità che si limita ad auspicare ulteriori approfondimenti. Lo studio “Interphone”, infine, il più ampio e costoso (più di 30 miliardi di vecchie lire), condotto per 10 anni in 13 Paesi e  basato su 10 mila interviste ad hoc, ha concluso per un assenza di rischio in chi usa il cellulare in modo non eccessivo per numero e durata complessiva delle telefonate, più ipotizzabile quest’ultima se il cellulare lo si comincia ad usare da giovanissimi. Quindi è solo per precauzione che Interphone considera prematuro escludere completamente ogni rischio. Il prof. Garattini ha dichiarato il 18 ottobre che “allo stato attuale non ci sono ragioni per dire che ci sia un rapporto diretto causa-effetto tra telefono cellulari e tumori” e, ancora, che ”…gli ultimi lavori scientifici vanno nella direzione contraria a quella di un rapporto diretto”. A fronte di questa prudenza di scienziati ed enti c’è la sicurezza dei magistrati, una divergenza davvero sconcertante. Sarebbe come se la Società di Gastroenterologia giudicasse costituzionale o meno un provvedimento. Insomma, l’attenzione al “rischio telefonini” è giustificata, ma le certezze di chi non è adatto a valutare la qualità degli studi clinici sembrano inaccettabili. Verrebbe da dire “Unicuique suum”, concetto vigente nel diritto romano che in traduzione libera suonerebbe: “ciascuno faccia il suo mestiere”. E comunque, come ribadivo in una precedente rubrica, chi si preoccupa per la cancerogenicità dei telefonini (e magari fuma senza timore alcuno 40 sigarette al giorno!), potrebbe limitarsi a telefonare solo quando occorre e a non regalare un cellulare ai propri bambini.

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