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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

Archivio

Categoria: Articoli Alto Adige

Nel 2006 uno studio nei ratti della Fondazione Europea di Oncologia e Scienze alimentari  “B. Ramazzini” suggeriva che l’aspartame, un dolcificante “non-zucchero” presente in migliaia di prodotti del commercio, bibite e gomma americana incluse, poteva essere cancerogeno in questi animali. Contrari a questa conclusione si mostravano sia l’European Food Safety Authority (EFSA) che lo statunitense National Cancer Institute (NCI). Del tutto recentemente l’Istituto Ramazzini ha portato ulteriori dati a favore della precedenti tesi per cui è stata presentata una interrogazione ad hoc alla commissione parlamentare europea costringendo l’EFSA a riesaminare tutti gli studi ed eventualmente a rivedere il proprio parere. Sui possibili danni dell’aspartame è venuto ad aggiungersi anche uno studio danese sulle donne gravide assumenti tale dolcificante, nelle quali sarebbero aumentati significativamente i parti prematuri. Contrari alla presunta cancerogenicità dell’aspartame sono da tempo schierati (comprensibilmente o ignobilmente?) sia la Federchimica (che riunisce l’industria chimica nazionale) sia L’Associazione internazionale edulcoranti. Equidistanti da inopportuni pregiudizi, è chiaro che sarebbe grave se si commercializzassero dei cancerogeni per bieco interesse, ma anche se preparati innocenti o utili in certe situazioni venissero ritirati in base a pressioni di un’opinione pubblica sospettosa delle assicurazioni dei produttori solo per ragioni emotive. E’ stupefacente che le persone siano non di rado ultrasospettose quando si tratta di farmaci industriali e credulone invece quando si tratta di terapie non convenzionali così gettonate dai media. L’obiezione dei produttori, comunque, è che le dosi usate nei ratti corrisponderebbero a dosi individuali giornaliere impensabili per l’uomo, quali “10 mila chewing gum, 40 litri di bibite, 200 dolcetti all’aspartame, o 300 bustine di aspartame”. Si dovrebbe insomma superare ogni giorno di 50 volte, e “ad infinitum”, la dose abitualmente assunta. In attesa di un una conclusione convincente, l’Isituto Ramazzini continuerà le ricerche anche su dolcificanti diversi dall’aspartame, alcuni noti e altri meno come l’acesulfame K (potere dolcificante pari a quello dell’aspartame,  200 volte maggiore di quello del saccarosio e la metà di quello della saccarina) , il ciclamato (30-50 volte più dolcificante del saccarosio), il sucralosio (2 volte più dolcificante della saccarina) e la “vecchia” saccarina (300 volte più dolcificante del saccarosio). Tali composti sono all’attenzione anche dello International Agency for Research on Cancer. Promemoria ragionevole: i ratti non sono uomini e, in attesa di saperne di più, perché non evitare/ridurre lo zucchero e basta?

Altre volte ci siamo soffermati sui pregi delle “vecchia” aspirina, farmaco il cui successo terapeutico è oggi dovuto più al suo effetto collaterale sull’aggregazione delle piastrine (che viene inibita) che a quello primario antireumatico/antiinfiammatorio/antifebbrile. Si è affermata soprattutto l’aspirina a basso dosaggio (75-100 mg) scelta che conserva l’effetto antiaggregante e contemporaneamente minimizza il rischio di erosioni, ulcere e sanguinamenti nel tratto digestivo. L’efficacia dell’aspirinetta in soggetti che già hanno avuto infarto e ictus è ben documentato (riduzione del rischio di recidiva di circa il 25%) e da qui l’ipotesi, non altrettanto documentata, che l’aspirina possa essere efficace anche in soggetti in salute senza accidenti cardio-cerebrovascolari anamnestici. Che nelle persone sane i vantaggi a lungo termine dell’aspirinetta superino i rischi viene messa in dubbio da varie indagini, non ultima l’analisi di 6 studi condotta ad  Oxford su quasi 100.000 mila soggetti e pubblicata sulla rivista “Lancet”. Da essa risulta che anche in individui senza pregresse vasculopatie  l’aspirinetta comporta una riduzione del rischio ma che tale riduzione è meno della metà di quella osservabile in pazienti con ictus o infarto in anamnesi, troppo poco dunque per compensare il rischio emorragico. Concludere non è facile, anche perché le persone apparentemente sane possono costituire una popolazione con fattori di rischio multipli al di là di quello vascolare. La questione merita però di essere ridiscussa perché a influenzare in concreto la condotta dei cittadini entrano in scena non degli esperti, ma personaggi noti per altri motivi. Questo ruolo emergente di “testimonial” è di massima inopportuno e talora pericoloso. Un cantante o una show-girl famosi (succede!) o un conduttore TV ( (succede!), grazie alla notorietà conquistata sui media, influenzano con le loro dichiarazioni più di quanto riescano a fare ricercatori seri che scrivono su prestigiose riviste, a meno che anch’essi non compaiano sul piccolo schermo (ci ricordiamo di Dulbecco a San Remo?). Ecco allora che anche Fergus Walsh, giornalista britannico noto curatore della sezione Salute e Medicina per la BBC si sente di dichiarare che “lui prenderà comunque un’aspirina al giorno per altri (presunti) 25 anni”, perché tale assunzione cronica riduce, oltre che il rischio cardiovascolare anche quello del cancro. Tale eventualità non è del tutto astrusa, ma la questione vera è se è corretto che i cittadini siano influenzati più da divi della TV che da referenti medici attendibili in grado di soppesare sia la qualità metodologica dei dati pubblicati, sia pro e contro della terapia proposta con sorriso accattivante da testimonial senza specifica competenza.

L’infezione da Helicobacter pylori (HP) viene contratta solitamente nell’infanzia e specie dalle persone dei ceti più poveri dove più facile è la coabitazione in scadenti condizioni igieniche. Da qui la percentuale di HP-positivi molto più bassa in Occidente che nel Terzo Mondo, soprattutto in Africa. L’HP, resistente all’acido prodotto dal corpo dello stomaco, colonizza inizialmente l’antro gastrico (la zona confinante con il duodeno) ed è un potenziale co-fattore di gastrite cronica, ulcera gastrica/duodenale, cancro gastrico e “maltoma” (una forma peculiare di linfoma). Attenzione, però, perché “potenziale co-fattore” è binomio impropriamente allarmistico, dato che solo una esigua minoranza di HP-positivi vanno incontro alla patologia suddetta e solo con il  concorso di altri co-fattori (genetici, fumo, eccesso di sale). In stime pessimistiche (Dr. McColl) l’ulcera si registra in poco più del 1% degli HP-positivi, il cancro gastrico in 1 su mille e il maltoma in 1 su 10 mila. Ne consegue che la maggioranza dei contagiati “non” andrà incontro ad alcuna rilevante malattia. Accade per altro non di rado che ai pazienti con disturbi digestivi venga detto che i sintomi sono causati dall’HP, ma in almeno il 50% dei casi non è così e l’eradicazione dell’HP non comporta miglioramenti o, se questi ci sono, hanno breve durata. Ciononostante, sembra ragionevole eradicare gli HP-positivi anche se asintomatici o non ulcerosi se si tratta di giovani (c’è maggior tempo per un’eventuale evoluzione neoplastica della infezione), quando l’HP ha colonizzato anche il corpo gastrico e non solo l’antro e/o coesistono nella biopsia lesioni pro-tumorali ben note agli specialisti. Meno imperativa è invece l’eradicazione in HP-positivi anziani e senza addizionali fattori di rischio. La terapia standardizzata per “disinfettare” lo stomaco, prevede un farmaco antisecretivo e  2 (o 3) antibiotici, per 7-14 giorni. L’eradicazione ha successo in circa l’80% dei casi e nei “non-responder” andrà tentato un secondo ciclo, con sostituzione di uno o di tutti gli antibiotici risultati precedentemente inefficaci (ma solo dopo aver appurato che il paziente ha fatto adeguatamente il primo ciclo di terapia!). Nei giovani HP-positivi, in cui il rischio tumorale è praticamente inesistente, molti ritengono sufficiente la strategia del “test and treat”, che si propone di eradicare l’HP anche senza attuare prima una gastroscopia. Il successo andrà  documentato con l’”urea breath test” (test del respiro), dopo almeno un mese dalla conclusione della cura. L’HP ha rivoluzionato comunque la gastroenterologia e sembra perciò ben meritato il Premio Nobel assegnato nel 2005 a B. Marshall e R. Warren scopritori quasi 30 anni fa del batterio e del suo ruolo patogenetico.

Il Clostridium botulinum produce una tossina neurotossica (7 tipi antigenici a diverso potenziale neurotossico) potenzialmente mortale nei soggetti che assumono cibi contaminati e conservati, in primis carni, pesce,  insaccati (il pericolo è inesistente per i cibi freschi). Una volta assorbita nell’intestino la neurotossina raggiunge con il sangue le sinapsi dove le fibre nervose, per poter attivare i muscoli, rilasciano tra l’altro acetilcolina. Bloccando l’acetilcolina, la tossina botulinica inceppa i movimenti muscolari (volontari e non). Dopo giorni di incubazione caratterizzata da gastroenterite affiorano progressivamente le paralisi dei muscoli oculari (con diplopia, strabismo, ptosi palpebrale), esofagei (alterata deglutizione) e disturbi secretori (secchezza orale). Quando sono colpiti i muscoli respiratori, se non si interviene, il decesso è la regola (in Italia trenta morti in media ogni anno). L’ultima epidemia del ’96 era causata dall’assunzione di mascarpone avariato nel tiramisù. Con terapia tempestiva la mortalità, che a seconda del tipo antigenico oscilla tra 30-70%, si riduce al 10% e la guarigione avviene senza sequele. Misure profilattiche sono il riscaldamento a +120° prima di inscatolare, la bollitura 20 min prima del consumo e lo scarto di cibi sospetti (scatole “gonfie”, odore cattivo). La terapia si avvale di siero antitossina polivalente o monovalente, ma talora la tracheotomia risulta inevitabile. La rinnovata notorietà della tossina botulinica, comunque, non è certo dovuta ai danni neurotossici, bensì a possibili suoi benefici clinici e soprattutto estetici, alcuni assodati, altri ipotetici, altri sovrastimati. I primi tentativi terapeutici, autorizzati dalla FDA già nel 1989, hanno riguardato la correzione dello strabismo oculare e poi di altra patologia sia oculare che extra-oculare. Un killer un tempo temuto sta diventando un alleato e soprattutto un affare gigantesco specie a favore del Paese oggi  più in crisi, l’Irlanda. L’intera produzione mondiale di botulino (Botox) è garantita da una piccola ditta supertecnologica che  produce 26 milioni di fiale per un fatturato di 370 milioni di euro all’anno e che si avvale di appena 80 operai. Chi si sottopone a terapie estetiche deve tuttavia ricorrere a medici esperti, sapere che i trattamenti vanno ripetuti periodicamente e che non costano poco. E’ in ogni modo ipotizzato che il boom della terapia botulinica per ridurre rughe e zampe di gallina e proporre labbra allusive sarà superato da quello, ancora in sordina, di applicazioni cliniche sempre più numerose e più “serie”, accettate o in attesa di convalida, dalla sudorazione eccessiva, all’emicrania, agli spasmi esofagei all’asma e a forme diverse di spasticità muscolare. Stiamo a vedere.

 Per le coppie che ci tengono ad avere un figlio l’infertilità è un problema molto sentito. Un grosso progresso conoscitivo è stato il riconoscimento che responsabili dell’infertilità non sono esclusivamente le donne, considerate ingiustamente per secoli le uniche “colpevoli”. La verifica della infertilità maschile non è però semplice e comporta soluzioni poco simpatiche e fonte di stress, stress che è proprio una delle possibili cause di infertilità. Altro progresso è rappresentato dalla fecondazione in vitro che ha rivoluzionato l’approccio a questo problema. Per questa scoperta al padre della fecondazione in vitro, Dr. Robert  Edwards,  è stato assegnato il premio Nobel e pure la Chiesa considera lecito questo tipo di fecondazione, purché non eterologa, cioè ottenuta con gameti esterni alla coppia. La rivista “Dialogo sui Farmaci” riporta ora la notizia, ripresa pure da qualche giornale di rilevanza nazionale, che un collega in doppia veste di ginecologo e omeopata ha progettato una nuova terapia dell’infertilità centrata sugli “aspetti funzionali e del mondo psicologico e di relazione delle coppie”. Il progetto sarà realizzato in un antico castello umbro, immerso nel verde e dotato di ogni confort. Andando al sito specifico si trova che in esso si praticano quasi tutte le cure non convenzionali. Il ginecolologo omeopata sottolinea che “Con la medicina omeopatica i risultati migliori si ottengono in caso di problemi funzionali e, in particolare, nella sterilità ovarica. Nelle patologie organiche come ostruzione delle tube o totale assenza di spermatozoi, l’omeopatia è invece [bontà del collega !], totalmente inefficace”. La rivista “Dialogo” rimarca il fatto che la coppia si trova a vivere  in un ambiente da sogno,  dove  beneficerà di  trattamenti ossidanti e chelanti, lavaggi vaginali, idrocolonterapia, erbe varie e agopuntura. La fatica fisica viene sconsigliata ed è invece fortemente agevolato il relax, in sintonia con l’adagio popolare triestino che “il sesso (termine da me edulcorato) no vol pensieri”. Nove mesi dopo questa “cura” sui generis in un castello romantico, circondati di mille attenzioni e in riposo assoluto, se una coppia è ancora innamorata e si… “dà da fare” ogni giorno per una settimana, è probabile che qualche bambino in più  veda la luce. Peccato che nessuna delle proprietà suddette dell’omeopatia, dall’ossidazione alla chelazione, sia stata mai dimostrata in vivo e che nessuno studio controllato confermi  l’efficacia specifica di questa “settimana terapeutica” sulla infertilità. Il costo settimanale è circa 3000 euro a persona e nel castello non vige l’insoddisfatti/rimborsati: si può sempre tornare un’altra volta, dato che i tentativi terapeutici non sono poi così…sgradevoli, costo a parte.

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