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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

SCHELETRI NELL’ARMADIO DELLA SCIENZA? (7 gen 2009)

Anche la scienza ufficiale con la S maiuscola ha avuto i propri scheletri nell’armadio ed è del tutto probabile che qualche altro possa essere scoperto pure in futuro. Uno degli scheletri più sorprendenti è costituito dall’interpretazione dei meteoriti, corpi solidi ricchi di ferro e nichel la cui origine extraterrestre è oggi a tutti nota. Eppure su di essi, un paio di secoli fa, non pochi scienziati in base a preconcetti e non sulla scorta di dati oggettivi (verificabili anche da altri!), sono stati vittime di clamorose cantonate. E’ il caso di Antoine Lavosier unanimemente considerato il padre della chimica moderna. Tra le scoperte “rivoluzionarie” per il suo tempo si annovera in primis quella che in una reazione chimica tra più reagenti la massa finale è identica alla massa dei reagenti iniziali. Ma la sua scoperta più accessibile anche ai non addetti ai lavori riguarda la combustione: grazie a Lavoisier veniva infatti rigettata la fasulla teoria vigente all’epoca secondo la quale i materiali bruciano in quanto liberano una sostanza peculiare il “flogisto”. Lavoisier dimostrava,  invece,  che la combustione è un processo che richiede la combinazione di una sostanza con l’ossigeno. Benché scienziato di alto rango anche Lavoisier, abbandonata la via maestra della sperimentazione e della oggettivazione delle scoperte, non sfuggiva ai pericoli dei “convincimenti personali” tutt’altro che scientifici, come appunto quelli relativi ai meteoriti. Ritenendo “fisicamente impossibile” (in base a cosa?)  che i meteoriti cadessero dal cielo, Lavoisier e altri scienziati del suo tempo davano per scontato che questi corpi fossero di natura terrestre. Pure testimonianze, validate persino da notai, di meteoriti precipitati in centri abitati venivano giudicate inattendibili. In base al verdetto di Lavoisier e di altri “opinion leaders”, più saccenti che sapienti in questo caso, la corte imperiale di Vienna giungeva alla decisione di gettare via una preziosa collezione secolare di meteoriti proprio perché ritenuti “banalmente terrestri”, in altre parole pietre senza valore. Lo stesso linguaggio degli uomini di scienza  è scivolato e scivola talora dalla  più che sufficiente rigorosa semplicità  verso una formulazione poco comprensibile e non meno fumosa di quella che caratterizza il razionale delle discipline alternative. A dimostrazione il professor Abbona, ordinario dei Mineralogia dell’Università di Catania, proprio perché stimolato dalle ineffabili affermazioni di chi crede nella cristalloterapia, porta come esempio due frasi molto indicative. La prima, di Jaques Monod, Nobel per la Medicina nel 1995, suona: “Universo gelido di solitudine…sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze come alle sue sofferenze” [?]. La seconda è di Steven Weinberg, Nobel per la Fisica nel 1979: “Più l’universo ci sembra comprensibile, più ci sembra assurdo” [?]. Come la scienza, anche la medicina convenzionale del passato ha non pochi scheletri nell’armadio: il lettore non giovanissimo ricorderà  gli inutili epatoprotettori, gli inefficaci antiulcera (alcuni davvero risibili in era pre-H2antagonisti, pre-Inibitori di pompa protonica e pre-Helicobacter pylori) e il miracoloso  Gerovital per non invecchiare. Pure oggi la medicina convenzionale non è esente da una “quota alternativa”, rappresentata da farmaci di attività specifica non documentata, di presupposti teorici talora troppo disinvolti, di forzature commerciali quanto meno sospette. Queste “scorie inquinanti” della medicina convenzionale, che vanno eliminate sempre di più, non giustificano naturalmente di dare libero corso e patente di scientificità a pratiche alternative prive di efficacia “specifica” e basate su principi indimostrabili e/o astrusi e/o facilmente confutabili. Attenzione, inoltre, perché mentre gli errori della scienza e della medicina ufficiale, come le bugie, hanno inevitabilmente breve durata, quelli delle medicine complementari alternative sono come scheletri in un armadio che non si vuole mai aprire per consentire una spolverata e/o l’eliminazione di ciò che non è più sostenibile in base alle acquisizioni più recenti.

Titolo originale. Scheletri nell’armadio della scienza? Si’, ma…

VUOI FARTI AMPUTARE? SEI AFFETTO DA BIID (30/12/09)

Alle persone di comune buon senso sembra una follia che degli individui anelino a farsi tagliare parti sane del proprio corpo, generalmente arti o estremità. E invece questa patologia, nota come “Disturbo dell’identità dell’integrità biologica” (BIID, nella sigla inglese), esiste anche se è rara ma non rarissima. Alcuni di questi soggetti  si mutilano  da soli utilizzando una sega o disponendosi su una rotaia mentre il treno arriva, o usando un ascia, ma in maggioranza essi richiedono l’intervento di terzi, solitamente di un chirurgo. Questa deviazione non comprende coloro che, in assenza di turbe psichiche, praticano o esigono l’amputazione per motivi fiscali (l’obiettivo è di ottenere vantaggi assistenziali o assicurativi) o per evitare pericoli ritenuti inaccettabili (come l’invio in zone di guerra ad alto rischio). Il BIID riguarda specificamente soggetti che affermano di non sopportare più un proprio arto, o un’altra loro parte corporea, ritenuti inutili o fonte di insopportabile disagio esistenziale. Si tratta evidentemente di un disturbo psichico grave, per il quale le interpretazioni degli psichiatri non sono univoche: per alcuni alla base vi sarebbe il patologico desiderio di procurarsi un’amorosa attenzione del tutto assente nell’infanzia, per altri la convinzione di avere un “corpo sbagliato” rispetto alla loro identità percepita (al pari di quanto avviene in alcuni transessuali), per altri ancora il BIID è una deviazione sessuale per la quale il moncherino viene visto in chiave erotica. Un’ ipotesi più sofisticata è che nel cervello degli affetti da BIID mancherebbe sin dai primi anni la rappresentazione nella corteccia cerebrale dell’arto che per questo si rifiuta poi di avere:  in tal caso l’arto fisicamente ma non cerebralmente presente è vissuto “come se fosse di un altro”. Questa sensazione di  estraneità del resto può talora averla più o meno transitoriamente anche chi è andato incontro ad un ictus cerebrale. La interpretazione psicoanalitica diventerebbe così un’interpretazione neurologica. Alle incertezze terapeutiche riguardanti la terapia del BIID si aggiungono rilevanti perplessità di indole etica nel momento in cui i pazienti esigono di essere amputati da un chirurgo ritenendo l’intervento mutilante un loro diritto. Per alcuni giuristi questa pretesa pur raccapricciante è effettivamente un loro diritto, essendo la richiesta non dissimile da quella di coloro che si rivolgono ad un chirurgo per modificare il proprio aspetto estetico in quanto, anche in questo caso, si amputa (o si aggiunge!) qualcosa. Essenziale sarebbe tuttavia, a loro avviso, che l’esigenza di venire operati dei soggetti con BIID non sia estemporanea ma risulti oggettivamente persistente da tempo e che il paziente sia adeguatamente informato dei rischi che può correre con l’amputazione. All’opposto altri esperti di bioetica ritengono comunque inaccettabile l’accoglimento della richiesta di amputazione di un segmento anatomico sano e ritengono invece che sia necessario proteggere il soggetto con BIID dai suoi propositi autolesivi. Per i contrari all’amputazione non si può infine escludere un eventuale ripensamento del soggetto e nemmeno la eventualità che la ricerca psiconeurologica consenta nuovi dati e produca in futuro terapie di documentata efficacia di cui i soggetti già operati non potrebbero evidentemente beneficiare. Il fatto è che molti dei soggetti con BIID non si ritengono malati e non vogliono essere curati, paragonandosi ai pazienti che, all’opposto, preferiscono non farsi togliere un arto malato anche a prezzo di estreme conseguenze (drammatico il recentissimo caso della quarantenne ustionata di Sassari, morta per aver rifiutato l’amputazione di mano e piede). Questione finale da non sottovalutare è che i soggetti con BIID eventualmente “accontentati” nel loro desiderio di mutilazione comportano un costo sociosanitario non marginale, principalmente per quanto attiene alla pensione di invalidità.

Titolo originale. Deviazioni incredibili: disturbo dell’identita’ dell’integrita’ biologica

CASO ENGLARO: DIVERGENZE IMPIETOSE  (23 DIC 2008)

Sembra paradossale tornare ancora sul caso Englaro (trattato già in precedenza in questa rubrica), ma sento di farlo perché i problemi sollevati da questa poveretta e dall’angoscia di suo padre che durano da 18 anni, estremamente complessi, sono riesplosi dopo le recenti disposizioni del Ministro Sacconi che vorrebbe impedire quanto ritenuto lecito dalla Cassazione. La reazione è assai diversa anche tra i cattolici che non sempre sposano tout court la posizione del Vaticano e d’altronde non è una sorpresa che non tutti i credenti seguono con coerenza e rigore i precetti di Santa Romana Chiesa. Inevitabilmente pure la politica si è impadronita di questo drammatico caso: la destra è schierata principalmente a favore della disposizione di Sacconi, ma con non poche autorevoli voci laiche al suo interno che dissentono da questo minaccioso editto (sanzioni alla casa di cura che dovesse sospendere la alimentazione).  La sinistra, d’altro canto, è schierata contro Sacconi, rilevandone oltretutto una probabile illiceità, ma con non poche autorevoli voci cattoliche che invece ritengono che qualsiasi tipo di vita vada difeso “comunque”. Lo scriba si guarda bene dall’intervenire con commenti di tipo religioso o giuridico per dichiarata  incompetenza nei due campi, ma da medico non può non riflettere sulla vita innaturale cui Eluana è costretta da quasi vent’anni. E ritorno sull’argomento stimolato da un articolo su Repubblica del 4 dicembre 2008, a firma di Navarro-Valls ex portavoce di papa Wojtyla. Ad un certo punto  egli scrive testualmente: ”..nessuno di noi può essere direttamente responsabile della morte di un altro senza essere moralmente imputato di omicidio. Se, infatti, qualcuno desidera morire lo faccia pure, ma non chieda a qualcun altro di aiutarlo per legge, perché egli non sarebbe complice di un suicidio, ma autore di un omicidio legalizzato”. A queste conclusioni l’ex portavoce arriva dopo una serie di disquisizioni  teoriche non certamente banali, ma assolutamente filosofiche, di parte, e lontane anni luce dal fatto concreto. E invece, a mio modesto avviso, è proprio il dramma individuale che deve essere vagliato in primis ai fini di una decisione operativa che risulterà comunque angosciante e penosa per tutti. Nonostante la complessità del problema e la estrema difficoltà di avere certezze su ciò che sia giusto fare, il cardine di questa valutazione predecisionale mi sembra onestamente piuttosto semplice: “conditio sine qua non” deve essere la decisione di chi soffre e la verifica di quando e come questi l’ha espressa. La volontà del paziente a non farsi curare, qualora sopraggiungessero determinate  invalidità che lo costringerebbero ad una vita “innaturale”, deve dunque essere assicurata al di la di ogni ragionevole dubbio. Questo, insisto, è il vero punto cruciale, tenuto pure conto che nessuno, neanche la persona più amata, può quantificare l’entità del dolore, dell’impotenza e della mortificazione se non il diretto interessato. Guai se questa volontà espressa oralmente in tempo reale o testimoniata, in caso di pazienti in coma irreversibile, da uno scritto attendibile (notarile o meno) precedentemente stilato in stato di totale vigilanza, non risultasse verificata meticolosamente.  Ma guai anche se questa volontà, una volta accertata, fosse impietosamente disattesa. Non ha sollevato, e giustamente, reazioni o riserve particolari la paziente che tempo fa, nel pieno suo diritto, ha scelto di morire piuttosto che di farsi amputare il piede gangrenoso. Nel caso di Eluana, la volontà  di non rimanere in stato di coma persistente solo a mezzo di alimentazione assistita risulta confermata da più testimoni oltre che dal padre, ed è evidentemente su ciò che la magistratura si è basata per dare via libera. Mi sembra allora che Navarro-Valls, persona che leggo sempre con molto rispetto, almeno un dubbio lo dovrebbe avere chiedendosi se la sospensione  dopo 18 anni dell’alimentazione della Englaro possa essere non omicidio, ma  charitas e atroce atto d’amore, quello che ciascun di noi non vorrebbe essere mai chiamato a fare. Resta ovviamente indiscutibile il diritto del cattolico in totale sintonia con le gerarchie (e con Sacconi) di non chiedere mai per sé, né prima né dopo, l’eventuale sospensione di misure supportive salvavita. Sarebbe però giusto imporre le sue scelte anche a coloro che ritengono di essere loro gli unici padroni della propria vita?

Titolo originale. Caso Englaro: divergenze impietose 

MIELE ANTITOSSE: DALLE CREDENZE ALL’EVIDENZA (16 dic 08)

Non ci stuferemo mai di insistere sul fatto che i prodotti “naturali” sono come gli uomini: alcuni buoni, altri indifferenti, altri ancora molto pericolosi. L’unica condotta prudente, intelligente ed etica è non avere preconcetti nei loro confronti e sottoporli invece a controlli secondo parametri scientificamente validati. Un esempio eloquente è quello del miele, spesso usato per contrastare le infezioni broncopolmonari e in particolare per sedare la tosse, specie nei bambini affetti da malattie da raffreddamento. Oltre cha al miele dai genitori si fa frequente ricorso a numerosi sciroppi da banco convenzionali e non convenzionali (fitoterapici e omeopatici). Sorvolando sui secondi che contengono solo solvente idroalcolico (ritenuto “dinamizzato”), va detto che i primi contengono spesso il “destrometorfano”, un derivato sintetico della morfina, per altro privo di effetto narcotico alle dosi antitosse. Tuttavia, per questo agente così come per il miele, la reale efficacia non è mai stata dimostrata.  Interessante pertanto lo studio controllato randomizzato in 130 pazienti (età media intorno ai 5 anni) con bronchite e tosse da più di una settimana. Lo studio, puntualmente riportato su un recente bollettino ministeriale, prevedeva 3 gruppi di pazienti. Dopo una prima notte in cui non veniva erogato alcun trattamento, la notte successiva, mezz’ora prima di dormire, al primo gruppo veniva data una dose di miele di grano saraceno, al secondo veniva dato il destrometorfano con sapore di miele, al terzo nessuno sciroppo. Parametri di giudizio dei genitori (che ignoravano la natura del preparato dato ai gruppi 1 e 2) erano la frequenza dei colpi di tosse, la sua intensità, l’entità del fastidio soggettivo del bambino e il disturbo del sonno. Si evince intanto dallo studio che, sia  complessivamente sia per i singoli parametri di giudizio, il miele è più efficace sia del destrometorfano che della non terapia. Inoltre, mentre l’efficacia del miele risulta aumentare con la durata del sintomo, quella del destrometorfano diminuisce nel tempo. Non significative, infine, risultano le differenze tra destrometorfano e non trattamento. Non fa meraviglia dunque che l’American Academy of Pediatrics non raccomandi l’uso di preparati a base di questo ampiamente usato (anche da noi) derivato morfinico, ritenendoli inefficaci e non privi di rischi: infatti, non mancano segnalazioni, specie per dosi incongrue, di psicosi, mania, allucinazioni, sonnolenza, anemia e altro ancora. Tornando al miele, a cosa deve la sua efficacia? Il miele impiegato nello studio succitato, derivato dal nettare di  fiori di grano saraceno, ha una elevata concentrazione di composti fenolici ad effetto antiossidante che forse (ma solo “forse”) non è ininfluente. Una ipotesi più originale viene dal Dr. Eccles dell’Università di Cardiff il quale, oltre che ribadire che gli sciroppi al destrometorfano non sono più efficaci di sciroppi placebo dolci, sostiene che sarebbero gli zuccheri di per sé ad indurre maggiore salivazione e secrezione di muco. Ciò determinerebbe un’azione emolliente su laringe e trachea, con sedazione specie della tosse secca notturna. Inoltre, gli sciroppi zuccherini indurrebbero pure la liberazione di endorfine (oppioidi prodotti dallo stesso sistema nervoso del paziente) che bloccherebbero lo stimolo della tosse agendo sulle fibre nervose sensorali che ne sono responsabili. Attenti comunque a non esagerare neppure con il miele, specie in bambini al di sotto di un anno anche se, salvo casi eccezionalmente rari di botulismo e di aritmia cardiaca dovuti a verosimili contaminanti, gli effetti collaterali nei piccoli assumenti miele sono modesti e simili a quelli più lievi segnalati pure per il destrometorfano (iperattività, nervosismo e insonnia). I “mielofili” possono insomma essere soddisfatti nel vedere confermate le loro credenze, senza per altro dimenticare che la tosse è pure un meccanismo difensivo e che va solitamente incontro a risoluzione spontanea (e…gratuita!).

Titolo originale. Miele antitosse: dalle credenze all’evidenza

DICEMBRE NERO  TRA DEGRADO, MALASANITA’ E … OMOSESSUALITA’  (11/12/08)

Mia suocera Adele, contadina saggia  e serena, dice che fatti così orrendi nel mondo non ci sono mai stati. Io non sono d’accordo e penso che sotto il sole non c’è mai niente di nuovo. E’ che oggi, grazie a giornali, TV e internet sappiamo in tempo reale anche se in Alaska una donna ottantenne ha abusato di un atleta diciottenne o se a Zabrinski Point  una mulatta s’è sfilate le mutandine a mezzogiorno. Tuttavia, di fronte alle  notizie di questi primi giorni di dicembre lo sbigottimento di mia suocera non sembra del tutto immotivato. Tento una sintesi per ribadire che la malasanità, e più in generale lo scarso rispetto per la dignità e la vita, non è che una delle inevitabili espressioni di quella realtà poliedrica che è il degrado generalizzato ed è in questo contesto che il fenomeno deve essere considerato.

1.Una Procura (quella di Salerno) perquisisce un’altra Procura della Repubblica (quella di Catanzaro) responsabile di avere insabbiato per scopi poco edificanti le inchieste relative al “Caso Mastella,” grazie al concorso di altri magistrati (sic!) e politici.

 2. Una giovanissima madre, dopo un litigio con il marito, scaraventa a terra la propria bimba fracassandole il cranio.

 3. Si continua a morire sul lavoro (3 decessi al giorno), ma i provvedimenti per impedire o ridurre questa sconvolgente ecatombe, non di rado già sulla carta, continuano ad essere …in fieri. Che sia perché per infortunio sul lavoro in Parlamento non si muore mai?; 

4. Inizia il processo per i crimini alla casa di cura Santa Rita, già ripetutamente oggetto di attenzione pure sul nostro giornale. Gli incriminati sono 11 tra medici e funzionari amministrativi. In prima giornata una paziente denuncia di essere stata operata 4 volte senza precisa indicazione se non quella di aumentare gli introiti. Come non pensare a due imperativi categorici del medico quali  “Curare con scienza e coscienza” e “Primum non nocere”?.

 5.La prestigiosa rivista medica “The Lancet”, in un numero dedicato a “Children maltreatment”, documenta che la percentuale di bambini abusati sessualmente nella nostra società “civile” oscilla tra il 4% e il 16% (in media un bimbo su dieci!) e che più di 150.000 bambini muoiono a causa di tali abusi. Questi, ahimè, avvengono per la maggior parte in famiglia (sic!). E le cifre sono verosimilmente sottostimate perché troppo spesso familiari, insegnanti e pediatri “guardano senza vedere”, cioè fingono di non accorgersene.

6. Nel nostro meridione,  ce n’è una di nuova. Raimondo Faiella, titolare di una ditta di distribuzione di farmaci, assolda 25 collaboratori scientifici (sic!), cioè i vecchi rappresentanti, per istruirli non ad informare bensì a corrompere i medici al fine di incrementare la prescrizione e la vendita di farmaci di fascia A (quelli a totale carico dello Stato) . Le ricette relative, intestate a individui scelti a caso sull’elenco telefonico, del tutto ignari oltre che presumibilmente sani, vengono consegnate a farmacisti anch’essi corrotti che provvederanno poi a buttare i medicinali nella spazzatura (data l’area geografica mi si passi il sospetto che i farmacisti non ricorrano ad una eliminazione differenziata!).  Il premio per i  medici e i farmacisti facenti parte di quest’associazione per delinquere è il 5-10% del costo del medicinale oppure, a scelta, prestazioni sessuali (di valore equivalente…), messe in atto da studentesse, girls dello spettacolo o professioniste extracomunitarie integrate almeno nell’amplesso.

 7. Dei concorsi truccati e del nepotismo a medicina e non solo, con vincitori predestinati su base non meritocratica ne trattiamo in continuazione e dicembre non fa eccezione.

Insomma, nel degrado morale generalizzato non funziona male solo la sanità, funziona male tutto, e specie nei periodi di vacche magre come questo. Ma cosa c’entrano gli omosessuali con la sanità e il malcostume? C’entrerebbero, e sarebbero cioè un problema di salute, se l’omosessualità fosse una malattia. Ma gli esperti in tutto il mondo pensano che non sia così, salvo eccezioni. Col malcostume, d’altra parte, l’omosessualità avrebbe a che fare se fosse un “reato”, ma in Occidente non esiste il reato di omosessualità, altrimenti sarebbero tra l’altro incriminati famosi personaggi dello spettacolo o osannati creatori di moda. Ma purtroppo è ancora reato in una novantina di Paesi, dove l’omosessuale è punito con sanzioni gravissime, persino con al morte.  Per questo la Francia ha presentato da poco all’ONU la proposta di depenalizzazione internazionale della omosessualità. Una proposta civile, condivisibile anche da chi omosessuale non è e che non obbliga certo nessuno a diventarlo. Una tutela contro punizioni barbare alle quali non sono nuovi paesi che praticano spesso pure la lapidazione di donne (ma non di uomini!) rei di adulterio. Ma il rappresentante dello “Stato” del Vaticano, Celestino Migliore, ha votato contro. Confesso che mi sembra incomprensibile questa durezza a mio parere poco cristiana sostenuta per di più con degli alibi poco credibili: in caso di depenalizzazione gli stati che non riconoscono le unioni tra omosessuali sarebbero messi alla gogna e subirebbero pesanti pressioni. Ma questo ipotetico rischio è giusto che prevalga sulla certezza di sanzioni fisiche e di morte per gli omosessuali nei Paesi omofobici? Inoltre la depenalizzazione delle persone che sono inclini ad un amore e ad una sessualità diversi, non impone ipso facto il matrimonio, evento  su cui su la Chiesa in questo caso (e non lo Stato del Vaticano all’ONU) ha naturalmente pieno diritto di esprimere la propria posizione. Porre maggiore attenzione politica alle tante miserie del terzo mondo e al vergognoso e florido commercio di mitra, missili, carri armati praticato in gran parte (penso) da eterosessuali, non sarebbe una iniziativa “migliore”, come  il cognome di Celestino?

Titolo originale. Dicembre nero  tra degrado, malasanita’ e … omosessualita’

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