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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

MEDICINA E OROSCOPI (31/12/07)

Consultando le stelle, secondo gli astrologi, possiamo sapere un sacco di cose: come andranno i nostri affari, se saremo di buon umore o no, quali pene o gioie  d’amore ci aspettano, quali iniziative dovremmo intraprendere, quali pericoli sarà meglio scansare. Diversamente dai veri esperti di stelle, e cioè gli astronomi e gli astrofisici, gli astrologi che si occupano invece di come le stelle influenzano le vicende umane godono di una certa popolarità. In questa rubrica di medicina ci limitiamo a rilevare che anche sulle previsioni di salute gli esperti di astrologia non si tirano indietro. Niente di male che qualcuno ci creda ma, come ogni altra disciplina che aspira ad essere attendibile, anche l’astrologia dovrebbe produrre un minimo di documentazione circa la validità delle previsioni. E qui casca l’asino, perché non esiste alcuna documentazione, al di là del razionale ritenuto assolutamente risibile da tutti gli uomini di scienza. Non basta: ci sono associazioni, come il Centro per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale (da cui ricaviamo molte delle notizie di questo articolo) che, grazie a verifiche annuali circa l’esito delle previsioni astrologiche fatte nell’anno che precede, dimostrano inconfutabilmente il clamoroso fallimento dei verdetti zodiacali in ogni campo.  Ciò dovrebbe comportare un progressivo declino dell’astrologia, e invece no: che lo zodiaco “tiri” lo dimostra il fatto che, con rarissime eccezioni, non c’è giornale, rivista  o televisione che pur di non perdere lettori o teleutenti si rifiuti di dare spazio più o meno ampio agli oroscopi. Tra le cose previste ma non accadute nel 2007: la vittoria di Segòlene Royale, la non-nascita del Partito Democratico (astrologa Horus), l’intesa di pace tra Palestina e Israele (astrologi Costanza Caraglio e André Barbault), la caduta di Ahmadinejad (astrologa Stefanova), la gestione politica facile -sic!- di Prodi nel 2007(Astrologa Bordoni), la morte di Giovanni Paolo II a Lione, la morte in guerra della regina d’Inghilterra, l’invasione della Turchia da parte dell’Iran (astrologo Sampietro), il grande amore della Bruni per il partner Raphael Enthoven (Sarkozy in stand by?), il momento non buono per Cristicchi (vincitore a San Remo!), il “niente bambini” per Buffon e Sheredova (astrologa Sirio). All’opposto, tra gli eventi di rilievo o, comunque, che fan scalpore realmente accaduti ma non previsti: la liberalizzazione della proprietà privata nella Cina comunista, la caduta del muro a Cipro tra ciprioti e turchi, i falliti attentati terroristici in Inghilterra, i grandi roghi estivi in USA  e Grecia, la repressione dei monaci buddisti, il risarcimento chiesto dai Savoia, la querelle Visco-Speciale, il ritiro di Valentino dalla moda, i guai fiscali di  Valentino Rossi le morti celebri di Pavarotti, Ferrè, Biagi, Liedhom, Marceau, Bergman. Per quanto attiene alla salute, riferirò di un episodio realmente avvenuto: un medico esperto di metodologia clinica, in occasione di una trasmissione in RAI in cui come lui era protagonista anche una notissima astrologa, proponeva di metterle a disposizione una lista di  pazienti (ovviamente anonimi) contenente però dettagli precisi per quanto riguardava il loro anno e l’ora di nascita e ogni altro dettaglio da lei ritenuto utile. L’esperta avrebbe dovuto dire a quale patologia i soggetti sarebbero stati più predisposti in base al profilo astrale e queste previsioni sarebbero state poi confrontate con la diagnosi oggettivamente accertata. L’astrologa si mostrava entusiasta della proposta convinta, almeno a parole, di poter fornire così una prova dell’influenza degli astri sulla salute. Sfortunatamente, il progetto concordato andava in fumo perché la nota astrologa, al momento di avviare lo studio di verifica, non si faceva più sentire (consigliata dal proprio oroscopo?). Esiste testimonianza sicura e diretta di questo fatto piuttosto emblematico: il medico in questione, infatti, era il sottoscritto, primi anni ’80.

Titolo originale. Medicina e oroscopi.

LE NOSTRE LUNGHE FESTE SENZA SOBRIETA’(28/12/07)

Il buon medico -pleonastico il rimarcarlo- ha per obiettivo primario la salute psicofisica del paziente e quindi, come o più di ogni altro cittadino, trova  raccapricciante il fatto che così tante persone muoiano non per una malattia incurabile ma semplicemente perché non hanno da mangiare e da bere. Cifre approssimative, semmai in difetto, ci dicono che i morti per fame e sete nel mondo sono 25 milioni all’anno, il che fa 70.000 ogni giorno e 50 morti al minuto. Se poi ci si limita ai bambini con meno di 5 anni di età le cifre corrispondenti per anno, giorno, minuto diventano rispettivamente 6 milioni, 16.000 e 12. Queste drammatiche “statistiche”, che dovrebbero risultare eticamente intollerabili per tutti, si fanno stridenti specie durante le feste di Natale per il contrasto che c’è tra fame vera e sperpero smaccato e potenziato da tutta una serie di campagne promozionali allettanti affinchè le “strenne” diventino sempre più generose. Anni (secoli?) addietro, avevamo Gesù che esaudiva richieste semplicissime, non pretenziose, di bambini che a Natale si accontentavano di poche cose. Oggi Bambin Gesù si trova in compagnia di Babbo Natale, Babbo Gelo  Santa Klaus & Company, i quali portano ai bimbi (ma anche agli adulti!) valanghe di doni con sacchi, carri, tappeti volanti, persino via mare. E i doni non sono più una bambola, il meccano, un album da disegnare, matite colorate, una palla, un monopattino, il cerchietto per trasformare il sapone liquido in bolle colorate. No, i  doni sono sempre tanti e tra questi un cellulare, una play station, una fotocamera digitale, persino una villeggiatura (dove ti piacerebbe andare?). Insomma, per ricordare un piccolo straordinario bambino, così miserello da nascere in una stalla, scaldato in una mangiatoia tra un asinello ed un bue ma anche così presente col suo messaggio dopo 2000 anni, si spendono alla faccia della sua povertà cifre impressionanti per cose il più delle volte futili e superflue. Licia Colò in una recente trasmissione televisiva riportava dei dati che non ho modo di verificare, ma che certamente la conduttrice ha ricavato da fonti attendibili. Questi dati erano che per i “regalucci” di Natale si spendono centinaia di miliardi di euro e che per impedire i decessi per fame nel mondo basterebbero solo centinaia di milioni di euro, recuperabili magari con una maggiore sobrietà da parte di individui e istituzioni di ogni Paese. Da qualche realista questi rilievi saranno di certo giudicati scontati, patetici e permeati di demagogico buonismo. Il mondo, ci direbbe ancora questo realista, è fatto principalmente da gente che pensa solo a sé stessa e non da San Francesco e da Maria Teresa di Calcutta. Ciò in parte è vero, ma è altrettanto vero che a non soffermarsi mai su questa atroce discrepanza tra fame e spreco, si può diventare inconsapevolmente sempre più cinici, con  il rischio concreto di non indignarsi più per niente. E’ diventato per esempio “normale” che in un terzo del mondo i medici fatichino a ridurre il l’eccessivo introito alimentare di una popolazione sempre più obesa, a partire già dall’infanzia, e che nei restanti due terzi debbano invece impegnarsi per aiutare con mezzi risibili una folla denutrita ad alto rischio di malattie e di mortalità. Ma, come diceva un celebre dittatore, “La morte di un uomo è una tragedia, un milione di morti è statistica”. Che sia proprio così?

Titolo originale. Riflessioni mediche dopo natale.

IL PERCHE’ DEL NOSTRO INVECCHIARE (11/12/07)

Che l’invecchiamento sia inesorabile anche in persone perfettamente sane è, ahimé!, il destino di noi tutti. Il “perché” del nostro invecchiare è una questione filosofica che intriga sia chi crede sia chi non crede in un Dio creatore. Sul “come” invecchiano le cellule e l’intero organismo qualcosa, invece, si comincia a capire grazie anche a Elizabeth Blackburn, dell’Università di San Francisco,  uno dei candidati al Nobel per la medicina. Le sue ricerche si sono concentrate sui “telomeri”. Cosa sono? Sono una specie di involucro posto alle estremità di ciascun cromosoma, involucro deputato non a trasmettere caratteri genetici ma a “proteggere” il cromosoma stesso. Con  felice immagine la scienziata ha paragonato i telomeri ai puntali di un laccio da scarpe (il cromosoma) che così protetto non si altererebbe durante la replicazione cellulare. Tuttavia, ad ogni divisione delle cellule  la lunghezza dei telomeri si riduce (salvo che nelle cellule tumorali e negli spermatozoi), evento frenato dall’enzima intracellulare telomerasi. L’usura progressiva di questi “puntali” così peculiari concorre comunque all’invecchiamento e alle patologie correlate (o anche non) con esso. Felice il paragone con lo stoppino della candela che inesorabilmente, ad ogni accensione della stessa si riduce fino all’estinzione. Ma un aspetto particolarmente eccitante delle ricerche della Blackburn, stimolate da un’ipotesi della psicologa Elissa Epel, è la scoperta che lo stress cronico influenza i processi di invecchiamento  proprio favorendo una riduzione sia dei telomeri che della telomerasi:  quanto maggiore è la durata dello stress tanto maggiore risulta infatti l’accorciamento dei telomeri. Sono le conclusioni di uno studio clinico controllato che metteva a confronto telomeri di madri fortemente stressate per la pena di aver figli affetti da patologia cronica con quelli di madri di figli sani. I dati sono di grande interesse anche perché rappresentano un’ulteriore conferma che eventi acquisiti non genetici (lo stress cronico, in questo caso) possono influenzare elementi squisitamente genetici come i telomeri. In altre parole, il cervello risulta in grado di influenzare attraverso impulsi, neurotrasmettitori e ormoni, non solo macrofunzioni importanti come quella endocrina, cardiaca, respiratoria, intestinale e la reattività immunitaria, nozioni già ben note da tempo, ma anche l’invecchiamento grazie ad influenze su subparticelle cellulari (i telomeri) o enzimi intracellulari (la telomerasi). Prospettive terapeutiche “antiinvecchiamento”? Prescindendo dalle numerose “bufale” al riguardo, e dai possibili effetti collaterali di un invecchiamento ritardato (maggiore rischio tumorale?) i tentativi più plausibili nell’uomo sono tutti al momento ampiamente sub judice, in primis farmaci o interventi di ingegneria genetica capaci di allungare i telomeri  grazie ad una attivazione (temporanea o, rispettivamente, permanente) della telomerasi. Per la Blackburn, tuttavia, in base allo studio su citato, anche misure antistress potrebbero influenzare positivamente telomeri e telomerasi (e quindi ritardare l’nvecchiamento) e tra queste la meditazione. Chi pensa, insomma, potrebbe invecchiare più lentamente. In attesa di verifiche ancora non pubblicate, questa è una dimostrazione eloquente di come la vera scienza non si chiuda certo di fronte a possibilità o a interpretazioni “fuori del comune”, anzi. Non dovrebbero sfuggire, a questo punto, le similitudini e i molti agganci con quanto oggi si sa in tema di effetto placebo e nocebo e di subsrtrato biochimico sotteso a questi effetti i quali, infatti, altro non sono che “risposte” del nostro cervello al significato che diamo alla realtà positiva o negativa che ci circonda.

Titolo originale. Meditare per frenare l’invecchiamento.

CANCRO: SE BASTASSE UNA MELA (29/11/2007)

Un’ansa del 27 novembre, giustamente riportata martedì dal giornale, informa che la mela possiede proprietà anticancro che consentirebbero di dire “Una mela al giorno toglie l’oncologo di torno”. L’enfasi data alla notizia va tuttavia doverosamente ridimensionata e per più di un motivo. Il primo è che questi dati sono  tutt’altro che nuovi. Il principale studio di riferimento risulta infatti pubblicato nell’agosto del 2005. Conoscendo i tempi di pubblicazione in riviste internazionali è facile dedurre che la ricerca è finita almeno un anno prima, e siamo al 2004. Inoltre, la valutazione riguarda una serie di studi condotti  tra il 1991 e il 2002 e si continua quindi a retrocedere nel tempo. Il secondo motivo per frenare entusiasmi ingiustificati è che gli studi analizzati sono di tipo osservazionale e non di tipo sperimentale. Senza entrare nei dettagli, dobbiamo però sottolineare a chi non è addetto ai lavori che gli studi osservazionali,  pur non privi di indicazioni utili e largamente adottati in ricerche epidemiologiche, sono decisamente più fragili e meno attendibili di quelli sperimentali. Essi si basano su interviste talora telefoniche, altre volte basate su questionari cui il paziente risponde in assenza del medico, altre volte ancora con il medico che interroga oralmente il paziente. Questi studi caso controllo sono inoltre retrospettivi e non si basano su dati oggettivi ricavati da cartelle cliniche o da dati di laboratorio ma solo su dati “ricordati” da pazienti spedalizzati. Nel lavoro specifico, ai malati si è chiesto di “ricordare” le mele mangiate nei due anni precedenti ad un gruppo complessivo di 8209 pazienti affetti da vari tumori e a 6729 pazienti affetti da malattie non neoplastiche. Risulterebbe così che il rischio di ammalare di tumore in coloro che mangiano più di una mela al giorno diminuisce in media del 20%, con oscillazioni a seconda dell’organo colpito dalla neoplasia. Ciò che l’ANSA trascura è che il decremento nell’ambito di ciascun tumore può discostarsi significativamente dalla media, come si ricava dagli intervalli di confidenza (intraducibile dal medichese, chiedo scusa) indicati per altro correttamente nell’articolo originale. Ciò significa, comunque, che in certi individui il calo potrebbe essere più marcato ed in altri inesistente o quasi. Il limite intrinseco degli studi osservazionali è in qualche modo riconosciuto dagli stessi autori che non escludono che il consumo di mele possa essere semplicemente un “indicatore non specifico” di una sana condotta igienico-alimentare, che di per sé esclude molte variabili (obesità, eccesso di grassi animali, fumo, ecc). Esistono poi pure studi osservazionali (anche prospettici) dai quali questa correlazione inversa mele-sviluppo di tumore non viene dimostrata. Altro elemento che richiede cautela è che questi dati “vecchi” vengano travestiti un po’ da “nuovi” nel corso di una manifestazione sponsorizzata da una Azienda produttrice di mele. Ciò non esclude di per sé che le mele facciano bene, ma quando i dati di un’indagine favorevoli ad uno sponsor vengono reclamizzati in qualche modo proprio da questo, e ciò vale in ogni campo, qualche pensierino non può non affiorare. In conclusione, la frutta, e le mele in particolare così ricche di attività antiossidante (dovuta a flavonoidi,  fenoli e in misura minore all’1% alla vitamina C) sono senz’altro benefici e raccomandabili ingredienti della nostra dieta, ma il loro concreto potenziale anticancro deve essere considerato nel contesto di molti altri fattori. Resterebbe inoltre da definire meglio la “dose pomica” (possiamo chiamarla così?) giornaliera anch’essa non indipendente da altre variabili (obesità, introito calorico complessivo, fumo, vita in città o in montagna, tipo di lavoro ecc). Il Prof. Talamini di Aviano, uno degli autori dello studio, ignaro tra l’altro dello scoop (?) di questi giorni, consultato stamane telefonicamente da chi scrive, ha condiviso pienamente le considerazioni di cui sopra. Insomma, anche chi si nutre di sole mele, quando ci fosse purtroppo la necessità, non si tolga l’oncologo dintorno, ma lo consulti prima possibile.

Titolo originale. Mele e cancro: novita’  o roba vecchia?

DOLLY, ADDIO PER SEMPRE?

Chi non è addetto ai lavori fatica a capire quando gli esperti parlano di cellule staminali. D’altronde è comprensibile che il cittadino, più che occuparsi in dettaglio di cosa sono le staminali e da dove possono essere ricavate, desideri sapere in quale misura queste cellule potranno aiutarci a combattere malattie sia  genetiche che acquisite. Le staminali sono cellule totipotenti, in grado cioè di evolvere in uno qualsiasi dei circa 200 tipi diversi di cellule costitutive del nostro corpo, dal quelle cerebrali a quelle cardiache, muscolari, ghiandolari, cutanee, ossee, connettivali (il connettivo è il tessuto che fa da impalcatura ai nostri organi) e ai corpuscoli del nostro sangue. Le staminali più totipotenti sono quelle presenti nell’embrione cioè l’”organismo” che si sviluppa entro le primissime settimane dopo la fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo. Fino a 14 giorni l’embrione è un insieme di cellule grande meno della metà della punta di uno ago. Cellule staminali possono tuttavia ricavarsi (ma non è cosa semplicissima e il grado di potenzialità evolutiva è minore) anche dal cordone ombelicale e dal midollo osseo. E’ noto che per riserve di indole etico-religiosa la ricerca sulle staminali  degli embrioni umani è vietata in alcuni Paesi come il nostro, mentre è consentita in altri come  il Regno Unito e in altri ancora non è oggetto di alcuna regolamentazione. Ma gli embrioni umani intanto esistono e più di 100 mila sono conseguenza della FIVET (Fecondazione in Vitro ed Embrio Transfer). Con questa tecnica, messa a punto per la procreazione medicalmente assistita,  si ottiene la fecondazione in vitro di più ovuli, di cui solo alcuni sono impiantati nell’utero della donna che aspira alla maternità, mentre gli altri vengono congelati in previsione che il tentativo non vada a buon fine. Se l’impianto invece riesce, gli embrioni congelati hanno in teoria un possibile duplice destino: essere utilizzati per la ricerca sulle staminali o eliminati.  La decisione spesso non può essere presa dai “donatori” perché questi nel frattempo si sono separati o  non condividono la decisione  oppure sono irrintracciabili o deceduti. In banche sui generis ci sono poi milioni di spermatozoi e migliaia di ovuli non ancora fecondati che potrebbero però esserlo al fine di creare embrioni potenziali fornitori di cellule staminali impiegabili terapeuticamente. Questo secondo utilizzo non finalizzato alla fecondazione assistita desta riserve morali ancora più consistenti di quelle sollevate dalla FIVET, ma anche l’eliminazione di embrioni in eccesso già congelati va considerata una questione bioetica irrisolta di grande rilevanza. Una terza fonte teorica di staminali , che acuirebbe ulteriormente il problema, sarebbe l’embrione clonato. La clonazione, com’è noto, prevede che un ovulo cresca non perché fecondato “fisiologicamente” dallo spermatozoo, ma perché il suo nucleo è stato tolto e rimpiazzato da quello di una cellula (della cute o di diverso tessuto) dello stesso organismo o di altri individui. L’organismo nato per clonazione più famoso è certamente la pecora Dolly, “figlia” del ricercatore Ian Wilmut. L’ipotetica clonazione di un clone umano per ricavarne cellule staminali sembra l’unica ipotesi inquietante e moralmente insostenibile per “uomini di buona volontà”.  Wilmut stesso giorni fa ha dichiarato di chiudere questo filone di ricerca. Ma la vera notizia del giorno sono le ricerche che di fatto hanno indotto Wilmut ad abbandonare le clonazioni come fonti di staminali. Le riviste “Cell” e “Science” hanno infatti appena pubblicato 2 indagini indipendenti, rispettivamente americana (Dr. Thompson) e giapponese (Dr Yamanaka), secondo le quali alcune cellule connettivali presenti nel derma dell’uomo (fibroblasti) possono essere fatte “regredire” fino a farle diventare staminali funzionalmente indistinguibili da quelle embrionali. Questo ritorno a un potenziale biologico “primordiale” è stato ottenuto grazie alla introduzione nel DNA delle cellule fibroblastiche  di 4 geni che sono presenti attivamente solo durante le prime fasi dello sviluppo embrionale e che sarebbero responsabili della totipotenza. Grande interesse ma cautela doverosa anche in questo caso, perché comunque la traduzione pratica di queste scoperte in vantaggi clinici è ancora lontana. Indubbiamente, il poter ricorrere a cellule staminali che non sollevano alcun problema morale e che sono ottenibili dallo stesso soggetto che potrebbe averne bisogno rappresenta un’apertura straordinaria. Potrebbero in particolare beneficiarne malattie oggi incurabili o mal curabili come Parkinson, Alzheimer, ictus, paralisi, infarto cardiaco, o malattie metaboliche come il diabete mellito. Possibile impiego futuro anche nei pazienti che necessitano di trapianto d’organo: l’organo nuovo eventualmente formatosi nato dalla evoluzione programmata di cellule staminali, essendo queste ricavate dallo stesso soggetto, annullerebbe il rischio del rigetto e affrancherebbe il paziente dalla necessità di un trattamento immunosoppressivo per tutta la vita. Chi vivrà vedrà ma intanto, ringraziando Thompson e Yamanaka e sfruttando Barbra Streisand e Walter Matthau, possiamo almeno dire “Hello Dolly!”.

Titolo originale. Addio per sempre alla pecora Dolly?

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