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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

MENO GRASSO E OSSA MIGLIORI SE “VIBRIAMO”? (12/11/ 2007)

Stazionare 5 minuti al giorno, per 5 giorni alla settimana e per 15 settimane, su una piattaforma che vibra 90 volte al minuto, determina un calo di circa il 30% del grasso corporeo e un corrispondente aumento di tessuto osseo. Questo sorprendente risultato non è una notizia da rotocalco in cerca di scoop, ma l’esito clamoroso di uno studio pubblicato nel novembre 2007 dal professor Clinton Rubin, Direttore del Centro di Biotecnologia della State University di New York. E’ da tempo noto che il movimento fisico frena l’impoverimento dell’osso e che, al contrario, l’esercizio muscolare determina l’ipertrofia non solo dei muscoli ma anche dell’osso dell’arto coinvolto nel movimento. Ho avuto in mano la radiografia delle braccia della grande tennista  Billie Jean King e posso confermare che il diametro dell’omero da essa  usato risultava maggiore di circa il 30% rispetto quello dell’omero controlaterale, e questa discrepanza tra destra e sinistra è riscontabile in tutti gli altri tennisti professionisti. A prescindere dagli atleti, già  dopo i 35 anni si assiste comunque ad un impoverimento del tessuto osseo del 2% ogni 10 anni causato proprio dal calo di movimento muscolare, e ciò spiega pure il perché gli astronauti, a causa dell’assenza di gravità e quindi della diminuita fatica muscolare, perdano ogni mese il 2%  del loro tessuto osseo. Più in generale, con il progressivo invecchiamento si assiste ad un fenomeno doppiamente negativo: l’aumento del tessuto adiposo (purtroppo penalizzante nei Paesi ricchi anche l’infanzia) ed un calo di quello osseo con inevitabili ricadute su apparato cardiovascolare, muscoloscheletrico e metabolico. In realtà, non sarebbe tanto il movimento dei muscoli a determinare l’incremento di tessuto osseo quanto la vibrazione che si produce quando essi si contraggono. Ed è a questa vibrazione che andrebbe attribuito il benefico effetto sull’osso della piastra vibrante usata dal professor Rubin. Come dice felicemente Gina Kolata, del New York Times. “l’osso risponde a segnali di frequenza… più simili ad un ronzio (la vibrazione, NdA) che ad un tonfo (la contrazione, NdA) ”. L’interesse dei dati di Rubin per i possibili risvolti terapeutici su patologia muscolo scheletrica, osteoporosi inclusa, e specie nella terza età che di più è gravata da sovrappeso, frequente diabete di 2° tipo, scarso movimento e fisiologico impoverimento dell’osso è indiscutibile. Gli entusiasmi vanno tuttavia doverosamente frenati per il “semplice” fatto che i risultati sulla conversione da grasso a osso favorita dalla piastra vibrante sono stati ottenuti non sull’uomo ma su topi, pecore e tacchini. In effetti, esiste pure qualche dato a favore dei possibili benefici sull’uomo riguardante sia bambini affetti da paralisi che donne con densità ossea patologicamente diminuita, ma decisive eventuali conferme dovranno derivare da ampie sperimentazioni cliniche, una delle quali già avviata negli anziani dal National Institute of Health degli Stati Uniti. Questa è un’altra dimostrazione di come la medicina seria non escluda a priori la possibile efficacia di ipotesi terapeutiche non ortodosse, ma attenda comunque di essere suffragata da prove prima di autopromuoversi e di creare indebite e redditizie illusioni. In chi scrive, tuttavia, affiora una personale perplessità relativa al fatto che Rubin si è premurato di brevettare le sue piastre rotanti prima di qualsiasi verifica clinica soddisfacente. Confesso di amare più gli scienziati come Salk e Sabin che “regalano” le loro scoperte all’umanità: la poliomielite grazie a loro è di fatto scomparsa senza che nessun dollaro sia scivolato nelle loro tasche. Che sia solo l’inguaribile romanticismo mitteleuropeo dei triestini DOC?

Titolo originale. Meno grasso ma ossa migliori se “vibriamo

SALUTE PUBBLICA E DIRITTI INDIVIDUALI (10/11/07)

La storia dell’americano Andrew Speaker, procuratore legale di Atlanta, solleva il problema cruciale di come si conciliano (o meglio si contrappongono) i diritti individuali e quelli della collettività quando c’è di mezzo la salute. Speaker, sposo novello, vola in Europa per la luna di miele. Nel frattempo il Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta (CDC) scopre che il procuratore è affetto da tubercolosi “ultrarefrattaria” alla terapia e quindi  con alto rischio di contagiosità e di letalità. Ultrarefrattaria è definita quella tbc che non risponde o quasi a nessuno dei farmaci antitubercolari (isoniazide, rifampicina, un antibiotico chinolonico e kanamicina o simili). Il CDC di Atlanta contatta Speaker e gli impone di porsi in isolamento in un ospedale italiano. Speaker “disobbedisce”, vola a Praga, poi a Montreal sfuggendo al controllo aereo (“no fly list”) USA e infine, con autovettura a noleggio torna, grazie anche ad un controllore compiacente, a New York dove però riceve l’ingiunzione di isolamento e da dove viene inviato forzatamente a Denver per un trattamento intensivo. Mentre è a Denver, il Centro di Atlanta rettifica la diagnosi: Speaker è affetto da una tubercolosi meno refrattaria (“resistente” cioè solo alla isoniazide e alla rifampicina), meno pericolosa per sé e per gli altri. Il dilemma: un potenziale diffusore di gravi infezioni che, al pari di un terrorista, rappresenta un grave pericolo per la collettività, può o deve esser isolato contro la sua volontà violando un suo diritto individuale previsto dalla costituzione o quest’ultimo deve essere ritenuto inviolabile? Negli USA la questione è oggi molto dibattuta. Molti tribunali ritengono che i pazienti pur in isolamento coatto mantengono molti diritti, tra i quali quello di essere consigliati e di sentire un pre-parere indipendente circa la necessità dell’isolamento. Lo Stato dovrebbe inoltre produrre convincente evidenza che l’isolamento coatto è necessario a prevenire danni significativi agli altri cittadini e, inoltre, che non esistono misure efficaci meno restrittive. E dovrebbero pure essere meglio standardizzate le sanzioni in caso di mancata osservanza delle disposizioni date, situazione concretamente registratasi nel caso di Speaker. In Italia, come mi segnala autorevolmente il magistrato Guido Rispoli il sistema penale prevede, per chi provochi anche se involontariamente un’epidemia, pene variabili tra i 5 e i 12 anni di reclusione. In ogni modo, nell’era post-SARS (sindrome respiratoria acuta severa), gli enti regolatori della sanità pubblica, costretti a intervenire con estrema rapidità, tendono in genere a privilegiare l’interesse della collettività. Purtroppo, come nel caso di Speaker, la diagnosi formulata in precedenza di tbc altamente diffusiva e ad alta letalità può risultare errata ed i provvedimenti restrittivi lesivi dei diritti costituzionali, così come le sanzioni per la mancata osservanza delle disposizioni, possono risultare del tutto ingiustificati. Ciò inficia la sicurezza dei cittadini nei confronti della sanità pubblica tanto più che l’isolamento coatto da solo non impedisce al 100% la diffusione della tbc ultrarefrattaria. Il professor Parmet , della North-Eastern University School of Law di Boston, ribadisce l’importanza  del rapporto medico-paziente anche in questo specifico caso: i pazienti che si fidano del curante e che sono convinti delle gravi conseguenze personali e collettive della tbc refrattaria, quando non venga trattata adeguatamente e per tempo, sono più collaborativi. Secondo Parmet i pazienti pienamente informati accettano meno restii l’eventuale isolamento o altre misure coercitive perchè convinti che si tratta di disposizioni “giuste per sé e per gli altri” e non di un’imposizione dall’alto, originata magari da un errore di laboratorio e/o dalla fretta di un funzionario troppo solerte, preoccupato solo di non correre il rischio di fastidi personali.

Titolo originale. Diritti individuali e salute pubblica

I FARMACISTI OBIETTORI (1/11/2007)

Dopo la raccomandazione del Papa ai farmacisti perché facciano la loro parte di obiettori, cioè rifiutino di vendere preparati regolarmente ricettati che in qualche modo “intralcino” la vita, o anche solo la progettazione di questa, mi sono immaginato la seguente scena in una ipotetica Italia dove il 100% dei farmacisti sia obiettore. Entra il paziente in una farmacia qualsiasi e chiede un astuccio di preservativi. “Non posso venderglieli, sono obiettore”. Altro paziente con ricetta di anticoncezionale. Farmacista. “Non posso venderglielo, sono obiettore”. Il terzo paziente chiede la pillola del giorno dopo. Farmacista: “Non posso dargliela, sono obiettore”. Il quarto paziente chiede della pillola abortiva, l’RU-486 (poniamo che sia messa in vendita anche da noi e non solo importata su specifica richiesta di un ospedale). Il farmacista risponde ancora: “Non posso dargliela, sono obiettore”. Un quinto paziente, arzillo novantenne, porta la ricetta per acquistare viagra  o simili. E di nuovo il farmacista obietta e non glielo dà perché chiaramente la medicina servirebbe non a procreare ma a fare lo… sporcaccione. Il o la paziente vengono a questo punto assaliti dal alcuni dubbi: 1) ma la farmacia è una dependance del Vaticano o è un servizio pubblico in una repubblica laica?  2) cosa succederebbe in Vaticano se, al contrario, lo stato laico costringesse il cittadino di Città del Vaticano, o comunque il ligio osservante, a usare preservativi, anticoncezionali, pillole del giorno dopo o pillola abortiva; 3) perché il Vaticano, che esercita così forti pressioni sui farmacisti, dimentica che una buona metà dei consumatori della merce di cui sopra è fatta da cattolici (cattivi?) i quali dovrebbero automaticamente rifiutare le pillole “immorali”  4) perché dal Vaticano non si richiede esplicitamente e con forza l’obiezione di coscienza a vendere anche a fabbricanti e commercianti di armi, queste sì immorali, che servono a stroncare drammaticamente la vita di qualcuno. Per fortuna, a frenare le conseguenze di discutibili esortazioni c’è la constatazione, magari poco romantica ma molto realistica, che in tutti i tempi ed in tutte le etnie “pecunia non olet”. Così, nonostante le pressioni benedettiane, i farmacisti cattolici continueranno a vendere a clienti, sia cattolici che non, anche pillole “immorali”. Avranno sempre l’alibi che è la legge ad imporre loro di vendere ciò che il medico prescrive e che quindi è su quest’ultimo che va scaricata la responsabilità. Posizione già ufficialmente espressa dalla categoria.

Titolo originale. L’obiezione in farmacia.

QUELLA “CURA” CON LE PIETRE PREZIOSE (31/10/07)

La cristalloterapia, una della trentina di medicine complementari alternative, come dice il mio amico Silvano Fuso noto chimico-fisico, “è il retaggio di un pensiero magico che attribuisce ai cristalli misteriose proprietà curative”. Il razionale (?) è che i cristalli sarebbero in grado di assorbire o emettere particolari energie sotto forma di vibrazioni capaci di entrare in risonanza con gli organi del nostro corpo penetrando attraverso la cute o per via orale. Nel primo caso i cristalli (solitamente pietre preziose) vengono fatti indossare al paziente inseriti in anelli, bracciali o collane o sono collocati direttamente sui cosiddetti chakra (centri simbolici dell’organismo in molte “filosofie” orientali con funzione di ipotetiche valvole energetiche)  o sui ai punti previsti dall’agopuntura. Nel secondo caso le pietre prescelte vengo immesse per l’intera notte in acqua che così si “attiverebbe”, per essere  poi bevuta dal paziente il mattino successivo (esistono in commercio dei gemmoterapici già pronti). Non si finirà mai di ripetere che ogni teoria è lecita ma che, quando si tratta di tradurla in pratica per curare un essere umano, devono “prima” essere raccolte delle prove. Purtroppo, a fronte di numerosissimi siti e dei numerosi volumi dedicati dalla rete alla cristalloterapia ci stanno tre obiezioni pesanti come macigni: 1) la assoluta assenza di qualsiasi evidenza oggettiva che supporti minimamente l’eventuale potenziale terapeutico dei cristalli; 2) al contrario, una sequenza di affermazioni  totalmente assurde e  facilmente confutabile in base a dati scientifici consolidati; 3) la assoluta assenza di studi clinici controllati in cui l’efficacia dei cristalli sia paragonata, per esempio, con quella di pietre non-cristalli. Fossero positivi i risultati di questi ultimi, anche senza capire il perché si potrebbe incamerare senza riserve pure la cristalloterapia nel bagaglio terapeutico convenzionale.

L’ esempio dello smeraldo che chiedo in prestito al chimicofisico è piuttosto eloquente, ma ci costringe ad andare un po’ sul difficile. Di ciò chiedo venia al lettore ma  non c’è altra via. In un sito Internet dai cristalloterapisti si afferma che lo smeraldo emette onde (“vibra”) a 22kHz e che per questo esso interagirebbe con il corpo umano, con effetto terapeutico soprattutto sul cuore. Ma a quali vibrazioni ci si riferisce? Una frequenza elettromagnetica di 22 kHz cade nell’ambito delle onde radio di bassa frequenza e sicuramente lo smeraldo non emette e non assorbe onde di tal genere. Se si trattasse invece di onde meccaniche una frequenza di 22kHz cadrebbe nel campo degli ultrasuoni, ma è noto che lo smeraldo non può né emettere né assorbire ultrasuoni. Altri cristalloterapisti ritengono infine che i cristalli emanino e assorbano continuamente energia “alla costante ricerca di un perfetto equilibrio” (sic!) grazie ad un effetto piezoelettrico, una proprietà effettivamente scoperta nei cristalli dai fratelli Pierre e Jacques-Paul Curie. Tuttavia l’effetto piezoelettrico è tutt’altra cosa e riguarda la differenza di potenziale elettrico sulle facce di un cristallo sottoposto a compressione meccanica o all’applicazione di un campo elettrico. Conclusione: energie sui generis, sintonie sui generis, proprietà sui generis che possono essere supportate soltanto da una scienza alternativa. Come dire che è vero che la terra gira intorno al sole ma che, per l’astronomia alternativa, potrebbe essere anche l’inverso. Oppure, per l’astrologia “solo” complementare, che potrebbe esserci integrazione delle due cose: un po’ ruota la terra  e un po’ il sole. Naturalmente ciascuno guardando un cristallo è libero  di dire: “Cristallo delle mie brame chi è il più sano del reame?”

Titolo originale. La salute nei cristalli?

CIOCCOLATO: SOLO CIBO O MEDICINA? (25/10/ 07)

La possibilità che il cioccolato faccia bene alle nostre coronarie viene ciclicamente riportata dai media (con grande gaudio dei golosi!). Il cioccolato, che si ricava dalla parte grassa dei semi dalla pianta “theobroma cacao”, risulta ricco di “antiossidanti” (bioflavonoidi e polifenoli) che servono a contrastare i “radicali liberi”. Questi ultimi, e tra essi il perossido di ossigeno o acqua ossigenata, sono prodotti di scarto originatisi all’interno delle cellule a seguito di vitali processi ossidativi (si consuma ossigeno per produrre energia). Specie con l’avanzare dell’età gli antiossidanti endogeni, che pur ci sono, non risultano sufficienti a neutralizzare un eventuale eccesso  di radicali incolpati di favorire una serie di eventi negativi, quali invecchiamento cellulare, proliferazione tumorale, arteriosclerosi, diabete, cataratta, per cui l’apporto di antiossidanti esogeni potrebbe opportunamente correggere questo deficit. I flavonoidi risultano tra l’altro abbassare la concentrazione del colesterolo ”cattivo” (LDL) e aumentare quella del colesterolo “buono” (HDL). Inoltre, l’acido stearico, pur esso presente nel cacao, sembra ridurre anche la concentrazione di trigliceridi. Per verificare il concreto impatto clinico del cioccolato sono stati attuati dal 1965 al 2005 ben 400 studi, in parte osservazionali (conclusioni più “deboli”) e in parte sperimentali (conclusioni più “forti”). Di questi, 264 sono metodologicamente inattendibili per cui una recente meta-analisi (che non è solo una somma algebrica dei singoli risultati ma che tiene conto anche della  qualità complessiva degli studi) poteva essere condotta solo su 163. L’abbondanza di studi “zavorra” dovrebbe far riflettere coloro, “alternativi” e non, che vedono ingenuamente (?) nel numero delle ricerche una garanzia di attendibilità dei risultati. Dalla meta-analisi degli studi selezionati sembra in ogni modo emergere che il rischio relativo di mortalità cardiovascolare nei consumatori di cioccolata è diminuito del 20% che non è poco, ma le riserve non mancano. Intanto, soprattutto negli studi osservazionali, è difficile stabilire quali altri fattori di rischio o di protezione coronarica possano coesistere e quindi interferire. In secondo luogo, non è ben precisata la quantità di cioccolato che si dovrebbe mangiare, e per quanto tempo, per ottenere la protezione: nei singoli studi questa oscilla dai 12 ai 100 grammi di cacao al giorno. In terzo luogo, non si tiene conto dei possibili effetti indesiderati del cioccolato che per esempio facilita il reflusso gastroesofageo e comporta comunque un non trascurabile introito calorico. 100 grammi di cioccolato corrispondono infatti a più di 500 Calorie (con lievi differenze tra un tipo e l’altro di cioccolato, anche se quello fondente contiene la maggiore quantità di antiossidanti) e il sovrappeso, si sa, è di per sé un fattore di rischio cardiovascolare. Infine, la meta-analisi ha riguardato studi a breve termine per cui l’impatto del cioccolato sulla patologia coronaria a lungo termine, ciò che più conta, resta un punto interrogativo. Per il momento, dunque, al di fuori della ricerca clinica, l’atteggiamento più ragionevole è accontentarsi che…il cioccolato piaccia!

Titolo originale. Cioccolato: cibo o medicina?

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