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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Impressionante: in Italia, secondo l’ ISTAT, le donne tra i 16 e i 70 anni che almeno una volta nella vita hanno subito una violenza fisica e/o sessuale sono all’incirca il 30%. E  sarebbero di più se si considerassero le mancate denunce per violenze di natura anche non sessuale ma economica e psicologica.. Il femminicidio,  per medici e non, è l’esempio più tragico del sopruso di genere ed è noto che il 38% dei casi lo si deve ad un partner convivente. Nel 2017 si stimava infatti che più della metà (sic!) delle 87.000 donne uccise a livello globale, fossero state vittime di partner intimi o di familiari. Le conseguenze  fisiche delle aggressioni, uccisione a parte, consistono in lesioni gastrointestinali, dolore cronico, disordini psichici (depressione, ansia, panico) e neurologici (episodi sincopali, epilessia), ipertensione arteriosa e in molti casi, ovviamente, lesioni ginecologiche. La rivista Plos One riportava anni fa che le donne che avevano subito violenza domestica rispetto a quelle che l’avevano vissuta fuori casa, pensavano pure al suicidio 3,5 volte di più. Il  problema è dunque enorme. Il Governo italiano aveva ratificato già nel 2013 la Convenzione di Istanbul  finalizzata  a rendere più severe le norme per gli aggressori. Tuttavia, ad avviso di molti (incluso chi scrive) e a giudicare dai risultati, si ha ragione di ritenere che violenze e femminicidi potrebbero attenuarsi solo se le sanzioni previste diventassero di gran lunga più severe e  definitive. Qualcuno si è chiesto in proposito se pure i medici non dovessero avere un ruolo nella lotta contro questo tipo di inammissibili violenze. I medici in USA, per esempio, hanno realizzato già da anni un’unità di emergenza (US Preventing Services Task Force) specificamente predisposta per tali reati. Questa prevede di attuare 8 provvedimenti essenziali antiviolenza sulle donne. Tra  le norme, é previsto che il medico di famiglia ponga domande specifiche alle sue pazienti a partire dai 12 anni di età, e lo stesso dovrebbero fare periodicamente (e non solo se sollecitati!), pediatri e ginecologi. I medici della task force statunitense hanno persino definito la domanda standard che si dovrebbe porre a una paziente, anche se lei non  lamenta spontaneamente di aver ricevuto angherie: “Hai paura del tuo partner o di qualsiasi altro in famiglia?” Compito previsto per il  dottore sarebbe poi quello di informare la vittima violentata che essa può avere un’assistenza legale gratuita, premurandosi di fornirle i numeri telefonici di  associazioni amiche e, infine, di appurare se in casa ci sono bambini da tutelare. In Italia questa sensibilità dei medici non sembra al massimo. Istituzionalmente però qualcosa si è comunque mossa ed esistono oggi Centri Antiviolenza e Case Rifugio in possesso dei requisiti già previsti dall’Intesa del 2014. Ma l’impressione è che sia ancora troppo poco.

Al contrario di quanto riteneva incautamente qualcuno, il COVID non è (purtroppo!) una semplice influenza. Questo però non deve far dimenticare l’importanza della virosi influenzale specie in sottogruppi di persone a rischio nei quali, tra l’altro, COVID e influenza possono coesistere. I decessi per sola influenza stagionale in Italia non fanno più notizia e sono difficili da stabilire perché il virus influenzale può aggiungersi a condizioni già compromesse di pazienti specie anziani affetti da altre patologie, in particolare respiratorie o cardiovascolari, che sono di per sè possibili cause di decesso. Grazie a sistemi misti di valutazione statistica, si calcola che mediamente si abbiano ogni anno 8000 morti per influenza e relative complicanze. Il rischio è maggiore in categorie di persone ben individualizzate tra le quali i pazienti ad alto rischio di cardiopatie o già infartuati. A proposito di questi ultimi conviene ricordare lo studio randomizzato “IAMI”, il più ampio mai realizzato per valutare l’effetto del vaccino antinfluenzale, in termini di riduzione del rischio cardiovascolare, in soggetti già a rischio in quanto sopravvissuti a infarto miocardico o sottoposti a un’angioplastica. Sono stati coinvolti nello studio 30 centri in 8 Paesi (Svezia, Danimarca, Norvegia, Lituania, Regno Unito, Repubblica Ceca, Bangladesh, Australia). I risultati, presentati nel 2021 nell’ambito del Congresso dell’European Society of Cardiology riguardano il 58% del target iniziale rappresentato da 2.571 soggetti, in quanto lo studio è stato interrotto prematuramente ad aprile 2020, in conseguenza dello scoppio della pandemia di COVID-19. I pazienti erano stati randomizzati in due gruppi, uno avrebbe ricevuto un vaccino antinfluenzale e l’altro un placebo nelle 72 ore successive ad una angiografia coronarica o ad un’ospedalizzazione. Il parametro di valutazione (“endpoint”) primario era costituito da un indice composito di eventi calcolato a 12 mesi e costituito da mortalità per tutte le cause, infarto miocardico o trombosi dello stent (piccolo tubicino metallico a maglie espansibili, inserito nelle coronarie). Gli endpoint secondari comprendevano invece “singolarmente” mortalità per tutte le cause, mortalità cardiovascolare, infarto miocardico o trombosi dello stent.  I risultati registravano un endpoint primario nel 5,3% di 67 pazienti del gruppo sottoposti al vaccino antinfluenzale e nel 7,2% di 91 pazienti in placebo, una differenza numericamente piccola in apparenza, ma statisticamente molto significativa. Analoghi risultati si registravano per gli endpoint secondari singoli. O. Fröbert e B. Casadei, tra gli autori dello studio, pensano che i dati spingano comunque a vaccinare contro l’influenza gli infartuati appena ricoverati, nonostante l’interruzione prematura dello studio che riduce la potenza statistica delle conclusioni

Lo scorso ottobre Graziella Morace spiegava su Query Online come VAERS (Vaccine Adverse Event Reporting System), database di farmacovigilanza USA, possa essere usato in modo inappropriato. Dal 1990 VAERS è designato a raccogliere segnalazioni di operatori sanitari, e poi anche della popolazione, di eventuali effetti collaterali nei soggetti vaccinati. Nel corso del 2021 i dati VAERS relativi agli eventi avversi post-vaccinazione anti-COVID risultano però usati in molti siti web solo per enfatizzare la presunta pericolosità dei vaccini. In diversi social sono infatti apparsi dei post secondo i quali i dati di VAERS dimostrerebbero che i vaccini anti-COVID hanno provocato migliaia di eventi avversi gravi, tra cui attacchi di cuore, miocarditi, aborti spontanei, disabilità e, secondo un post su Instagram, quasi 15 mila morti. Tra l’11/12 2020, quando la FDA ha autorizzato per la prima volta un vaccino anti COVID, e il maggio 2021, dei post scrivevano, ad esempio, che VAERS aveva ricevuto oltre 1,1 milioni di interazioni su Facebook. In verità, oltre l’80% dei post allarmanti i dati “provenivano da siti Web classificati come inaffidabili, comprese importanti fonti di disinformazione sui vaccini come Children’s Health Defense, un gruppo gestito da R. F. Kennedy Jr.”. Le segnalazioni riportate nei suddetti siti Web sono di per sé vere, ma esse “sono presentate in maniera fuorviante senza spiegare come funziona questo sistema di registrazione dati e quindi il loro significato”. In effetti, il VAERS è un sistema di segnalazione “passivo” per  cui chiunque, anche in modo anonimo, può inviare la segnalazione di un  “presunto” effetto avverso, e VAERS si limita a raccogliere la testimonianza individuale senza avere nel contempo  il compito di verificarne l’attendibilità ed il rapporto di causa-effetto che lega il vaccino alla reazione avversa. Sul database si può pertanto trovare di tutto, anche notizie totalmente prive di una correlazione plausibile con il vaccino, come ad esempio casi di persone morte in un incidente stradale mentre rientravano a casa dopo essere state vaccinate.  Pertanto, per Graziella Morace, senza queste precisazioni, questo sistema di vigilanza, non può essere considerato sensu strictu una fonte affidabile circa gli effetti avversi dei vaccini. Ed infatti lo stesso VAERS mette in guardia dall’utilizzazione dei propri dati nelle pagine intitolate “Guide to Interpreting VAERS Data e nelle “FAQ” (=questioni recentemente sollevate). E insiste  testualmente che “In genere non è possibile determinare dai dati VAERS se è un vaccino che ha causato l’evento collaterale. Le notizie inviate a tale sistema informativo mancano spesso di dettagli e talvolta contengono errori… Nel complesso [insomma] è sbagliato stabilire una relazione causale utilizzando solo le segnalazioni del rapporto VAERS”. È doveroso tenerlo ben presente.

Nell’uomo, i battiti cardiaci, gli atti respiratori, la pressione arteriosa, la temperatura, la composizione del nostro sangue (glicemia, ferro sierico, ormoni, etc), il numero di globuli rossi e bianchi, la velocità di eritrosedimentazione (VES), la produzione di ormoni e di enzimi variano (tanto o poco) in modo ciclico nell’arco delle 24 ore secondo ritmi chiamati “circadiani” (dal latino circa dies, intorno al giorno). Ciò spiega che alla mattina una persona (chi più chi meno) può essere in qualche misura diversa da quella che è alla sera e ciò vale anche per lo stato d’animo e per l’eros. Per quanto attiene ai parametri biochimici, alcuni esempi: la concentrazione plasmatica del cortisolo, ormone prodotto dalla corteccia surrenalica, al pomeriggio risulta la metà di quella del mattino, e lo stesso dicasi per il ferro. L’insulina e le proteine hanno concentrazione massima nel sangue intorno alle 15, mentre l’azotemia è massima alle 9 della sera. Nell’uomo è dunque operante, un “orologio biologico” ed e di ciò che si occupa la “cronobiologia”. Per questo gli esami ematochimici è bene farli al mattino alla stessa ora. Anche la terapia può essere influenzata dal ritmo circadiano, un fatto ancora poco considerato. Un esempio eloquente: due noti antitumorali come l’Adriamicina e il cis-Platino ridurrebbero significativamente i loro pesanti effetti collaterali se somministrati rispettivamente alle 6 del mattino o, rispettivamente, nel tardo pomeriggio. Questo orologio “interno”, lo si deve ad un gruppo di cellule nervose del nostro cervello (segnatamente dell’ipotalamo), sensibili soprattutto all’alternarsi della luce e del buio, ma pure ad altri fattori esterni come la rotazione della terra ed il campo magnetico. La alterazione di queste cellule si traduce tra l’altro nella perdita di un regolare ritmo sonno/veglia dovuto ad un’alterata produzione dell’ormone melatonina da parte della ghiandola epifisi che riceve il messaggio ottico (luce o buio) proveniente dalla retina. Nel soggetto normale la produzione di melatonina è massima di notte e declina durante il giorno. Uno sconcerto di tale ritmo  circadiano è registrabile specie in coloro che cambiano rapidamente fuso orario: il giorno (più luce) si allunga infatti se si vola verso ovest e si raccorcia (più buio) andando verso est. Da qui l’impiego di melatonina nel cosiddetto “jet lag” lamentato da chi viaggia molto, come ad esempio i tennisti professionisti . Ma come spiegare un tale ritmo pure in piante, batteri e  organismi unicellulari che il cervello non ce l’hanno? In essi un ritmo circadiano, che di fatto presidia la loro esistenza e la loro capacità di replicarsi, si deve a determinati geni che sono attivi ciclicamente. Nelle cellule primordiali il ritmo circadiano probabilmente proteggeva la replicazione del DNA dalla radiazione nociva dei raggi ultravioletti durante il giorno.

I diritti degli omosessuali sono temi molto attuali e lo dimostra la giornata contro l’omofobia promossa dall’UE il 17 maggio di ogni anno e specie la diatriba recente sull’accantonamento della legge Zan votato in senato con 154 voti a favore del blocco. ll disegno prevedeva l’inasprimento delle pene contro discriminazioni/crimini contro omosessuali, bisessuali e transessuali (e donne e disabili). Prescindendo da convinzioni sia religiose che politiche (sincere o fittizie!), diamo un’ occhiata “biologica neutra” a cosa si osserva nel mondo animale. Se si cerca in rete “Omosessualità negli animali” compare (30/10) una sfilza di 718.000 risultati, dai quali risulta che nel mondo animale l’omosessualità esiste e non è quindi un atto  “contro natura”. Motivo per cui i “diversi” del movimento LGBT (acronimo per Lesbica, Gay, Bisessuale e Transgender), e coloro che non li discriminano, auspicano diritti e doveri pari a quelli degli eterosessuali (per i quali pure vanno banditi sgradevoli atti esibizionistici). D’altronde, la maggioranza degli scienziati conferma che l’omosessualità negli animali esiste, anche senza prender posizione sul fatto che essa sia sufficiente a “giustificare” la scelta gay dell’Homo sapiens. Sono più di 1500 le specie in cui i ricercatori hanno individuato comportamenti omosessuali che vanno dal corteggiamento ai giochi erotici, alla momentanea stimolazione genitale o all’amplesso vero e proprio. Già nel 1999 Max Harrold pubblicava l’articolo “Biological Exuberance: Animal Homosexuality and Natural Diversity”. L’Autore documentava come l’omosessualità sia praticata più o meno continuativamente da una minoranza di scoiattoli, pinguini, trichechi, delfini, balene, leoni, elefanti, antilopi, giraffe, zebre, bisonti, bufali, cavalli, scimpanzé, orangutan, babbuini, macachi, procioni, tacchini, cani, gatti, lupi, volpi, lepri, cavie. Tra i volatili troviamo gabbiani, oche, anatre, cigni, piccioni e, tra gli insetti, la libellula. La maggior quota di omosessualità si osserva in pinguini, mammiferi marini, scimmie antropomorfe e ovini. Tra gli arieti, in particolare, una ricerca del 2004  rivelava che l’8% di questi dimostra preferenze omosessuali pur avendo a disposizione più pecore. Ho già scritto in rubrica come queste tendenze “naturali”, si completino con l’assistenza dei piccoli nati da precedenti accoppiamenti eterosessuali. Capita pure che due femmine si uniscano per allevare meglio i figli di una di esse. Insomma, in natura le varianti di comportamento sessuale sono più di una, anche se l’eterosessualità è senza dubbio prevalente, finalizzata presumibilmente alla conservazione della specie. Circa il  movimento LGBT, certo è che una normativa dettagliata ci vuole, se non altro per evitare che un giudice sia lui a dover a valutare discrezionalmente questioni legali  eterogenee con le quali l’LGBT deve confrontarsi.

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