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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

Nei talk show radiofonici o in TV e/o sui giornali si criticano spesso i messaggi degli scienziati e/o del Ministero in merito a vaccinazione anti-SARS-Co-V2 che sarebbero spesso piuttosto confusi e causa di perplessità nella popolazione. Questo è vero ma solo in parte, perché alle volte le norme cambiano in base a dati nuovi che comportano doverosamente un aggiustamento strategico (normale in medicina!). Una recente incertezza sta affiorando circa la necessità di una terza dose di vaccino, ma su questo aspetto, le posizioni di tutti i ricercatori, e tra questi la Dr. Viola esperta dell’università patavina, sono univoche. Su un  quotidiano nazionale la Viola afferma che al momento non possiamo avere idee chiare in proposito, perché è ancora impossibile stabilire con certezza la durata dell’immunità indotta dai vari vaccini. Dagli inizi della vaccinazione anti-COVID-19, l’esperienza non va infatti oltre i 9 mesi di osservazione/protezione e solo in seguito potremo accertare se l’immunità dura di più o persino per anni. Del resto, nessuno si meraviglia che almeno in certe categorie di pazienti a rischio (anziani, patologia concomitante, operatori sanitari, polizia etc) pure la vaccinazione anti-influenzale vada raccomandata ogni anno. La terza dose eventuale, poi,  non dipenderà solo dal titolo di anticorpi prodotti dai soggetti vaccinati, perché la vaccinazione sollecita oltre che la produzione di immunoglobuline anticorpali contro la proteina Spike del coronavirus, pure la proliferazione di “linfociti B” deputati alla memoria immunologica che dura ben più degli anticorpi: in caso di  una nuova aggressione virale, ci penseranno essi a produrre prontamente le immunoglobuline necessarie. Di fatto, per la Viola, “La continua esposizione ad un SARS-CoV-2 divenuto endemico e meno pericoloso grazie alla campagna vaccinale, potrebbe essere l’elemento determinante per il mantenimento di una sorta di immunità post-pandemica”. Circa l’opportunità di una terza dose altro elemento da considerare è se i vaccini attuali resteranno capaci, come fino ad ora sembra assodato, di contrastare varianti virali non solo più contagiose ma più aggressive di quelle attuali. Ad esempio, se in una variante risultasse significativamente modificata la proteina Spike (contro cui agiscono gli anticorpi  indotti dai vaccini), la terza dose, secondo gli esperti, dovrebbe prevedere un vaccino a mRNA, il cui codice sia stato modificato proprio per sollecitare anticorpi specifici a bloccare queste nuove mutazioni virali.  Il vantaggio dei vaccini a mRNA sta infatti nella loro capacità di modificare rapidamente le informazioni che inviamo al nostro sistema immunitario. A chi si preoccupa che i vaccini a mRNA possano modificare il corredo genetico, meglio ribadire che l’RNA inoculato ha di per sè vita breve, non entra nel nucleo delle cellule e non può influenzare il genoma.

A causa dell’ aumento della vita media (nei Paesi ricchi), anche la demenza di Alzheimer (A) è in progressivo aumento risultando più frequente nelle donne. L’A è un problema specie per i familiari (e fortunato il paziente che ce li ha!) che sperano solo in farmaci efficaci (ancora non molto  soddisfacenti) per il congiunto. Pertanto ogni espediente o modifica comportamentale che servisse almeno a ritardare la demenza va considerato con attenzione. Qualcuno ritiene che il leggere continuativo e persino che “l’impegnarsi nella Settimana Enigmistica” con parole crociate e rebus possa rallentare l’involuzione del cervello. Un non recente studio della New York University suggeriva (grazie alla Risonanza Magnetica) che pure il bilinguismo sia un fattore anti-demenza. Usare correntemente un’altra lingua, oltre che la propria, attiverebbe le aree cerebrali deputate all’attenzione e alla capacità cognitiva, ciò che potrebbe posticipare e/o rallentare la demenza. Il soggetto bilingue terrebbe in allenamento i neuroni di certe sedi favorendo così un aumento della cosiddetta “riserva cognitiva”. Con tale termine si intende il complesso delle informazioni acquisite in precedenza e immagazzinate nelle cellule nervose delle aree coinvolte. Un esperto di Alzheimer, il Dr A. Guaita,  paragonava l’A ad un ladro che depaupera progressivamente tale riserva. Se questa è grande, nonostante i furti ripetuti, i sintomi della malattia possono ritardare, ma non così se la riserva è scarsa sin ab initio. E dunque il bilinguismo, caratterizzato dalla “ginnastica” neuronale fatta per passare da una lingua all’altra, risulterebbe vero fattore frenante l’A. In uno studio coordinato dall’IRCCS San Raffaele di Milano, si sono analizzati specifici indici cerebrali ricavati con la  PET (tomografia a emissione di positroni) in 85 pazienti affetti da A, dei quali 45 bilingui (tedesco-italiano) e 40 monolingui. Dal confronto dei 2 gruppi è emerso che i pazienti bilingui sono in media 5 anni più vecchi dei monolingui e ottengono  un punteggio più alto in test cognitivi atti a valutare la memoria verbale e visivo-spaziale. La PET ha inoltre svelato che chi parla due lingue, ha sviluppato una migliore performance cognitiva grazie a più diffuse connessioni sinaptiche che avrebbero un ruolo protettivo di compenso rallentante la neurodegenerazione. Tuttavia, a chi scrive piacerebbe conoscere la prevalenza dell’A nei traduttori professionali bi-o trilingui, ma ho trovato pochissimo in letteratura. Pure l’allenamento fisico, oltre a quello cerebrale, svolgerebbe un ruolo anti-A, purché l’attività svolta sia fonte di piacere e non solo di fatica, come ad esempio il ballo, che per alcuni anziani è evidente fonte di svago e divertimento. Lo stesso dicasi per l’interazione sociale, che sembra almeno alleviare la sintomatologia, mentre la solitudine certo non giova

Nel 1907 il neurologo tedesco Alois Alzheimer descrisse per primo una malattia a esordio subdolo caratterizzata dal declino più o meno accentuato delle funzioni cerebrali. I pazienti fanno fatica a compiere attività normali, hanno vuoti di memoria (numeri telefonici, nomi),  difficoltà a pensare e a esprimersi (funzioni cognitive), momenti di confusione, alterazioni dell’umore, disorientamento spazio-temporale. L’Alzheimer (A) costituisce il 60-70% delle demenze senili, e colpisce il 5 % dei soggetti con più di 65 anni ma non mancano forme giovanili nelle quali in circa il 10% è presente una mutazione genetica. In genere, la malattia decorre lentamente, e peggiora progressivamente, ma il decorso è variabile e i sintomi possono improvvisamente riacutizzarsi. Dal World Alzheimer Report del 2016  emergeva che le persone affette da A erano 47 milioni nel mondo e 1.241.000 in Italia con previsione ce nel 2050 diventeranno 131 milioni e, rispettivamente, più si 2 .milioni. Questo morbo neurodegenerativo é dovuto alla deposizione tra le cellule nervose di placche costituite da 2 proteine (“beta-amilode” e “Tau”) che inglobano i neuroni, provocando una diminuito rilascio di “acetilcolina” che è un neurotrasmettitore essenziale per la comunicazione tra una cellula nervosa e l’altra. Nell’A c’è una riduzione di volume delle circonvoluzioni cerebrali che alla risonanza magnetica risultano infatti appiattite e separate da solchi allargati. Sembrano rarefatti pure i neuroni che producono “dopamina” (come succede nel Parkinson). Le cause delle placche non sono chiare. Nelle forme giovanili, come s’è detto, esiste una predisposizione genetica all’A e diversi geni sembrano associati alla malattia, ma il loro ruolo non é chiaro (associazione non significa poi correlazione!) per cui l’A, salvo eccezioni, non può considerarsi una malattia ereditaria trasmissibile. La diagnosi clinica, può oggi beneficiare di alcuni test umorali come il saggio di amiloide e Tau nel liquor, peraltro di insoddisfacente sensibilità e specificità, e soprattutto delle tecniche di “imaging” (TAC, RM, PET). Una terapia soddisfacente non esiste ancora, ma in sperimentazione ci sono cure interessanti a base di 4-5 anticorpi “anti-beta-amiloide”, finalizzati (con meccanismi peraltro diversi) sia a prevenire la malattia che a ridurre le placche già formate. I risultati negli studi clinici controllati nell’uomo risultano però tuttora non entusiasmanti. Sembra che qualcuno di essi sia in grado di ridurre le placche e di rallentare in qualche misura il declino cognitivo, ma non di migliorare la memoria. Ad oggi, l’aspetto assistenziale (controllo, vicinanza, partecipazione affettiva), appare forse più importante della terapia farmacologica. Di altri fattori non farmacologici frenanti l’ A, come la lettura, un hobby, il bilinguismo e il ballo (sic!), ne tratteremo in altra rubrica.

Sono sempre convinto che se si parla o si scrive in merito a qualcosa bisognerebbe essere almeno parzialmente competenti prima di  esprimere un’opinione o, tanto più, di dare un giudizio. E io sulla agricoltura sono indubbiamente incompetente. Come cittadino, però, leggo delle notizie inquietanti, sento al riguardo  scienziati che ne sanno e mi pongo delle domande. Questo preambolo prima di commentare il disegno di legge appena approvato con 195 voti a favore dal Senato che equipara la cosiddetta  agricoltura “biodinamica” a quella “biologica”. Unico voto contrario (e 1 astenuto) quello della senatrice Elena Cattaneo. La prof. Cattaneo (Università di Milano), è farmacologa e biologa assai nota anche internazionalmente per le sue ricerche sulle cellule staminali iniziate al MIT di Boston con Ronald McKay, pioniere in questo campo specifico. Con Paolo Bianco (Sapienza di Roma) e Michele di Luca (Università di Modena e Reggio Emilia) è stata la prima italiana a essere insignita nel 2014 del prestigioso Premio internazionale ISSCR Public service. Importanti sue ricerche quelle per combattere con le staminali gravi malattie neurodegenerative come Alzheimer, Parkinson, Corea di Huntington. Con altri 20 scienziati la Cattaneo, oltre che a votare “NO”, auspica che la Camera intervenga in merito, in quanto l’agricoltura biodinamica sarebbe pura pseudoscienza, una truffa scientifica. Per la prof. Cattaneo equiparando la biodinamica all’agricoltura biologica si commetterebbe un grave errore, com’è accaduto per Stamina che ha richiesto anni per essere corretto, con  condanna dei propositori. Ora, pure gli ignoranti specifici in agricoltura  non possono non tener conto di questa opinione cosi autorevole. In sostanza, in accordo con le  teorie di  Rudolf Steiner (1861-1925) teosofo ed esoterista, l’agricoltura biodinamica si basa su pratiche pseudoscientifiche che correlano la fertilità del terreno e l’agricoltura alla filosofia e all’astrologia. Protagonista in primis è il “cornoletame” composto da corno di vacca che abbia partorito almeno una volta riempito dal suo letame. Il corno di vacca così infarcito viene sotterrato  e lasciato fermentare durante l’inverno. A Pasqua si dissotterra, si miscela con acqua con tecnica particolare e grazie a queste procedure il cornoletame dovrebbe aumentare la resa produttiva del terreno. Steiner spiegava che nel cornoletame ci sono forze vitali che irradiano vita grazie all’influenza di alcuni pianeti. Ma lasciamo parlare la lettera aperta degli scienziati (tra gli altri, Giorgio Parisi,Ugo Amaldi, Luciano Maiani, Giuseppe Remuzzi, Giulio Cossu  e Roberto Defez) che riporto testualmente: “L’agricoltura biodinamica usa parti di animali (quali teschi, pelli di topo, corna di vacca o vesciche urinarie di cervo) nelle quali infilare cortecce, fiori o letame, da sotterrare ed eventualmente dissotterrare dopo qualche tempo: a fondamento, essa evoca forze cosmiche come motrici di qualunque azione terrena”, scrivono gli scienziati. “Può il Paese di Galileo Galilei – prosegue la lettera – sostenere economicamente pratiche magiche, peraltro facenti capo a un marchio registrato estero? [di una multinazionale tedesca, ndr]…Soprattutto, laddove lo Stato ritenga opportuno sovvenzionare alcuni tipi di attività economiche, è condizione necessaria ancorché non sufficiente che queste attività vengano svolte secondo i principi di razionalità e di conformità alle evidenze scientifiche. Per questo – concludono i firmatari – chiediamo che il Parlamento non approvi il testo in esame“. A questo punto, un “No comment!  (gioco di parole) è proprio il commento più spontaneo di un ignorante nello specifico come chi scrive. Confidiamo nella attenzione scientifica traversale della Camera dei deputati. È l’equiparazione delle due agricolture sotto il profilo scientifico che sembra  soprattutto inaccettabile anche a prescindere dai presupposti di quella biodinamica e dai contributi che essa potrebbe o no ricevere dallo Stato.

L’efficacia della robot-terapia nei pazienti sopravvissuti, ma con sequele, ad un ictus cerebrale veniva considerata “enorme” già 10 anni fa in un editoriale del New England Journal of Medicine. I vantaggi sono risultati sempre più evidenti, da quando si è capito che pure con un danno cronico il cervello mantiene una discreta non prevista plasticità. La robotica risulta preziosa specie in malati con ictus selezionati grazie alla risonanza magnetica funzionale, che potrebbe identificare i pazienti che risponderanno meglio alla terapia. Le terapie innovative di recupero (“repair therapies”) di questi pazienti non vanno confuse con le terapie definite  “neuroprotettive” attuate per limitare il danno emorragico acuto. Quelle di recupero, invece, se messe in atto precocemente (mesi) dopo l’ictus, sono finalizzate a dare miglioramenti durevoli. Tra queste primeggia la “terapia robotica”, realizzata cioè con dispositivi meccanici, che rappresenta una conquista della medicina specie se si considerano le difficoltà incontrate dai malati post-ictus, in primis l’accessibilità. Pensiamo, per esempio, al disagio dei pazienti che abitano lontano da un ospedale o comunque da un centro di riabilitazione, alle liste di attesa che sempre più sono una “nota dolens” (e ci mancava la COVID-19!), alla lunga durata delle sedute riabilitative e, non ultimo, alla pazienza che viene richiesta sia ai pazienti disabili che ai terapisti. La terapia robotica pure in pazienti con deficit motori gravi e di lunga data si prefigge di migliorare movimenti attivi e passivi, principalmente degli arti superiori ed inferiori, ma anche delle ginocchia e delle anche. Si cercherà pure che il paziente stesso, imparando ad azionare il dispositivo meccanico, possa attuare esercizi analoghi a quelli che lo stesso fisioterapista gli farebbe fare manualmente. Il cerebroleso potrebbe anche solo iniziare l’esercizio fisico, che potrebbe poi essere completato dalla macchina. Purtroppo, nonostante il ragionevole razionale, risulta difficile dimostrare oggettivamente i vantaggi concreti della robotica, e ciò a causa soprattutto della non ampia popolazione studiata negli studi clinici controllati). Di fatto, la casistica risulta inevitabilmente eterogenea (a scapito della numerosità) quanto a età del paziente, età dell’ictus, entità del deficit motorio, aderenza o meno del malato alle modalità previste dalla terapia robotica (“compliance”, in gergo medico). Inoltre, nel valutare la concreta efficacia specifica della robotica non va dimenticata la possibile influenza di eventuali patologie co-esistenti, specie nei pazienti anziani, quali in primo luogo la depressione che penalizza un terzo di questi ammalati. Doverosa attenzione va data anche alle terapie messe in atto post ictus o precedenti a questo, perché pure queste possono influenzare il giudizio sulla efficacia della robot-terapia.

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