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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

La tubercolosi (tbc)  provocata dal Mycobacterium tuberculosis, è caduta impropriamente nel dimenticatoio, pur essendo una malattia grave che colpisce non solo i polmoni ma pure altri organi come reni, ossa, meningi, intestino, linfoghiandole. Scarsa attenzione soprattutto al rischio di sviluppo di una tbc “ultrarefrattaria” alle terapie, per cui chi ne è affetto viene oggi isolato e trattato al pari di un pericoloso terrorista. In passato la corsa ad un vaccino è stata sollecita. Il primo, detto “all’italiana”, era costituito da micobatteri uccisi col calore, mentre  il secondo vaccino  “alla francese”, noto  come bacillo di Calmette-Guerin  (BCG)  dal  nome dei realizzatori (Istituto Pasteur), era invece costituito da micobatteri vivi attenuati. I primi tentativi col BCG avvennero tra il 1921 e il 1922   su  neonati  a rischio  di  3,  5,  7 giorni  di vita  con  dosi  orali di  2 mg che risultavano effettivamente capaci di aumentare la resistenza di questi neonati alla tbc senza produrre effetti collaterali di rilievo. Si affiancava al BCG inizialmente orale uno sottocutaneo (più attivo, ma abbandonato in quanto causa di lesioni cutanee) e poi intradermico. Il BCG veniva presto adottato in Europa e, dopo una legge del 1926 introdotto pure in Italia sia in ambito veterinario che in campo umano. Pochi anni dopo, nel 1930, si imponeva però un clamoroso stop della vaccinazione a causa del tragico “incidente (o disastro) di Lubecca”: dei 251 neonati, vaccinati con 3 dosi per via orale, ben 72 morivano e i 173 sopravvissuti sviluppavano segni clinici e radiologici di tbc. Per fortuna i no-vax non esistevano ancora e prima di gridare allo scandalo o a oscuri interessi delle ditte produttrici si è cercato di capire la ragione di questo evento. La verità risultava sconcertante: per puro errore umano ai neonati era stato somministrato un vaccino fatto non da micobatteri attenuati ma da batteri vivi e virulenti! Veniva così esclusa l’ipotesi che i batteri attenuati del vaccino si fossero trasformati in virulenti e che la tragedia di Lubecca fosse attribuibile ad un effetto collaterale del vaccino. Le vaccinazioni venivano pertanto riprese, ma il BCG trovò ampia diffusione solo dagli anni 1950, contribuendo con i farmaci anti-tbc alla significativa riduzione della malattia tubercolare nei Paesi industrializzati. In Italia, l’attività vaccinale selettiva nei soggetti a rischio veniva avviata nel 1951, ma solo con una legge del 1970 la vaccinazione diventava obbligatoria a prescindere dal tipo di vaccino. Soltanto nel 1976 il Ministero della Salute italiano sceglieva in via definitiva il BCG. L’efficacia di questo vaccino è variabile e mediamente bassa per quanto attiene alla prevenzione della  tbc polmonare degli adulti,  ma è più consistente nel proteggere dal rischio di meningite tubercolare  e della tbc  miliare  dei  bambini.

Da tempo affiora, ma non con la dovuta insistenza, il rischio che la tragedia della COVID-19 concretamente influenzi la possibilità di cura per altre malattie internistiche o chirurgiche. Interi reparti vengono convertiti in sezioni COVID e le cure per altra patologia tendono a rinviarsi, salvo estreme urgenze. L’urgenza peraltro non è facile da definire e può dipendere da un giudizio comunque soggettivo (si può aspettare o bisogna intervenire subito?), che a sua volta è influenzato dall’efficienza sanitaria dell’area nella quale vive l’ammalato. La COVID-19 ha fatto passare in dimenticatoio pure la potenziale emergenza da anni denunciata dagli scienziati, e dagli infettivologi in particolare, rappresentata dalla crescente resistenza batterica agli antibiotici. Su questo pericolo molto grave snobbato da troppa gente ci siamo già soffermati in passato su queste colonne, ma merita di insistervi con forza, perché il SARS-CoV-2 ha fatto dimenticare del tutto alla popolazione l’esistenza di questo grave rischio. Infatti,  senza provvedimenti urgenti (ma tutte le energie e l’attenzione sono distratte dalla pandemia) si calcola che la resistenza agli antibiotici, e quindi le infezioni batteriche intrattabili, diventeranno nel 2050 la prima causa di morte nel mondo. Sarebbe il colmo morire meno di cancro grazie ai progressi nella diagnosi precoce e nelle terapie e di aver sconfitto o controllato i virus più pericolosi e letali grazie alle vaccinazioni e agli specifici anticorpi monoclonali, e passare a miglior vita per comuni infezioni, quali un’otite o una diarrea batterica. Trascurare questo aspetto potrebbe vanificare il benemerito progetto italiano MuSICARe  avviato nel 2018, che vedeva l’adesione di 36 società scientifiche e di associazioni di cittadini. L’obiettivo di MuSICARe era quello di lavorare a fianco del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antibiotico-Resistenza coordinato dal ministero della Salute. Rispetto agli altri Paesi d’Europa (dati OCSE) l’Italia vantava già allora il maggior numero di decessi per infezioni da batteri antibiotico-resistenti (10 mila ogni anno su un totale di 33 mila). Si era già allora calcolato inoltre che più di 450 anni di vita ogni 100 mila abitanti  andassero perduti ogni anno, rispetto a una media europea di 180 anni. L’antibiotico-resistenza comportava inoltre nel 2018 un costo nel nostro Paese di circa 630 mila dollari per 100 mila abitanti/anno, il triplo della media dei Paesi OCSE. Da allora nulla è cambiato. Ricordiamoci che nel 2050 i bambini di oggi saranno poco più che trentenni, nel pieno della loro vita attiva: pensiamo dunque anche a loro. Con la vaccinazione risolveremo probabilmente (ma con fatica) la pandemia, che non sarà l’ultima, ma non l’antibiotico resistenza che aumenta progressivamente e che va affrontata con responsabilità molto più consapevole in tutti i Paesi.

Dice Vittorini, importante scrittore siciliano, che dinanzi a un possibile cambiamento spesso si  fugge per una montagna di paure. E si rimane così “immobili, sterili, ritratti della vita”. Si preferisce insomma rimanere in una realtà che già conosciamo piuttosto che tuffarci nell’ignoto che ci attirerebbe. In altre parole, la paura mette a tacere sia i nostri desideri sia l’intenzione di realizzare progetti che nascono da nuove idee. La creatività, per Vittorini, si traveste così da cosa poco importante o non necessaria. Questo per altri non sempre è vero e la paura invece che un fattore negativo sarebbe a volte una tutela che frena la realizzazione di iniziative azzardate. Naturalmente c’è un po’ di vero in ambedue queste opinioni che sono fortemente influenzate dal carattere, dall’ età, dall’ ambiente socioeconomico, dalla cultura e dal carattere della persona. L’esagerazione in ambedue le direzioni ha dei possibili contraccolpi negativi. Bloccati dalla paura, non si realizzeranno mai i nostri sogni, mentre nel secondo caso il rischio di un fallimento è dietro l’angolo. La riflessione di Vittorini ha la sua validità in vari ambiti, quello sentimentale incluso, specie in alcune zone geografiche. In certe aree trovar marito risente di una tal pressione da parte della tradizione che la donna, per paura di restare zitella, si adatta non di rado ad accettare una “sistemazione” vista di buon occhio dalla collettività, tacitando il desiderio di un’altra soluzione più attrattiva sotto il profilo emotivo-sentimentale, ma dalle conseguenze incerte. Di fatto, due delle forze motrici della vita, la paura e l’amore, spingono in direzione opposta: la prima frena in qualche modo la libertà delle nostre iniziative, la seconda ci spinge verso la passione e i suoi rischi. In questo, caso a mio avviso, l’aristotelico latinizzato “in medio stat virtus”, funziona molto poco.

Su richiesta di un gruppo di lettrici qualche precisazione sul cancro del seno che nel sesso femminile è al primo posto per decessi. Lo screening con mammografia ogni due anni è gratuito per donne di età compresa tra  50 e  69 anni e secondo gli esperti ne ridurrebbe del 40% la mortalità. Alice Howarth (Università di Liverpool) si sofferma invece sulla attendibilità della termografia mammaria (TM) confrontandola con le  tecniche di riconosciuta efficacia quali mammografia ed ecografia. La TM rileva la temperatura degli organi mediante una telecamera a raggi infrarossi, simile ma più sofisticata dei normali termo- scanner (come ad es. quelli usati nei sospetti di COVID-19). La TM è stata introdotta già nel 1950 per la diagnosi del cancro del seno, considerando che per svilupparsi un tumore richiede un maggiore afflusso di sangue, ciò che comporta calore. L’aumento di temperatura indotto dal cancro in fase di crescita sarà rilevato a distanza dalla  TM. In realtà, la TM rileva solo una “zona più calda” ma non necessariamente un tumore che cresce, per cui il rischio di “falso positivo” (un tumore che in realtà non c’è) o di “falso negativo” (il tumore c’è ma non è caldo) è notevole e ricco di conseguenze. Questo è il motivo per cui Il SSN nel Regno Unito e la totalità degli onco-senologi non ritengono la termografia utile nella diagnostica precoce dei tumori. Pure la FDA (USA) ha stabilito nel 2017 che ”la termografia non è efficace come test autonomo per rilevare il tumore del seno in fase iniziale”. E nel 2019, sempre la FDA, ribadiva che “la termografia non  dovrebbe essere usata al posto della mammografia per individuare il cancro mammario”, e ciò in piena sintonia con i Centers for Disease Control and Prevention degli USA. Eppure, l’uso della TM in questa patologia viene ancora difeso dai fautori delle medicine alternative, i quali ne vantano la non invasività, il rischio radiologico zero e la migliore sopportabilità rispetto alla più fastidiosa e disagevole mammografia. Ancora, i fautori della TM sostengono che la mammografia comporta lo schiacciamento del nodulo tumorale, con conseguente rischio di una sua diffusione. In realtà è provato che la tecnica di compressione che negli anno ‘50 si è aggiunta alla mammografia, non ha comportato alcun aumento di diffusione e che pure i livelli di radiazione della mammografia sono oggi molto bassi, per cui i vantaggi sono largamente superiori al rischio radiologico.. Una mammografia che dimostri un nodulo sospetto andrà ripetuta e seguita da una ecografia. Circa il ruolo della Risonanza Magnetica essa va considerata come test di screening non di massa, ma solo personalizzato in quel 5-7% di donne che hanno mutati i geni BRCA 1 e BRCA2 o una familiarità importante di cancro mammario. Tale screening con mezzo di contrasto è previsto a partire dai 25 anni con scadenza annuale.

L’orrore suscitato dai femminicidi è ormai quotidiano. A scatenarlo è l’emotività di fronte a un assassinio che colpisce specificamente il sesso femminile, già  vittima spesso di soprusi e discriminazioni e stalking ben più di quello maschile. Lo sgomento della gente è sincero ma fugace, e spesso i dettagli orripilanti (ad es. lo smembramento del corpo della vittima) distraggono dalle “dimensioni statistiche” del femminicidio. Se ci si sofferma invece su dati cumulativi, l’orrore diventa incubo perchè l’entità di questo crimine acquista un’ampiezza inaspettata. Ad aiutarci in questa valutazione c’è il VII Rapporto EURES sul femminicidio, ricco di cifre dettagliate che cercherò di riassumere. Un dato  apparentemente positivo è che lo scorso anno, entro ottobre, si è registrato un lieve calo con 91 vittime, pari comunque a una ogni tre giorni (!), rispetto alle 99 dell’anno prima. In verità sono calate solo le donne vittime della criminalità comune passate da 14 a 3 nel periodo gennaio-ottobre 2020. Resta invece stabile – allucinante! –  il numero dei femminicidi familiari che ha raggiunto nel 2020 il valore record dell’89%, superando il già elevatissimo 85,8% registrato nel 2019. Quelli consumati all’interno di coppia sono rimasti invece invariati (56 donne uccise in ambedue i periodi  2019-2020 messi a confronto. Specie nell’Italia del Nord questi femminicidi familiari risultano aumentati di quasi il 10% (da 42 a 46) dove è censita più della metà degli assassini di donne complessivamente commessi nel nostro Paese (in verità non è precisato se vittime e assassini sono tutti settentrionali). A tale incremento nel Settentrione, si contrappone una flessione del femminicidio del 12,5% nelle regioni dell’Italia Centrale (da 16 a 14) e soprattutto dell’Italia Meridionale (da 27 a 21 vittime, pari a -22,2%), dove nei primi 10 mesi del 2020 i femminicidi familiari rappresentavano il 20% del totale. Circa la nazionalità delle donne uccise, nei primi dieci mesi del 2020 si è registrato un aumento delle vittime italiane (passate dal 76,8% al 84%), sia in relazione al  fenomeno complesso (+1,3%, da 76 a 77) sia per quanto riguarda i femminicidi familiari. Tra le donne straniere, invece, si osserva una flessione, forse perché una quota di esse, più frequentemente costretta alla prostituzione, è in era COVID-19  più limitata negli spostamenti fuori casa. Forte aumento, infine, pure dei femminicidi-suicidi riscontrabile nel 23% dei femminicidi tra gennaio e ottobre 2019, salendo al 43,1% nei primi 10 mesi del 2020, con una crescita del 90,3%  (da 31 a  59 casi in termini assoluti). L’aumento più del doppio dei femminicidi-suicidi, è particolarmente evidente tra quanti hanno ucciso la propria convivente. La mimosa  che si offre al 8 marzo al gentil sesso ha poco valore se la prevenzione e le sanzioni continuano ad essere insufficienti e spesso risibili.

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