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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

La cronaca in tema di proposte terapeutiche miracolose che “acchiappano” pur sconfessate dalla comunità scientifica internazionale, non rimarrà mai…disoccupata. E’ triste notare come la credulità di tante persone resista tetragona a ogni dimostrazione di truffe passate  e attuali. Il 26/6/2019 il Ministero della Salute segnala la denuncia dell’OMS circa la vendita in rete di una Soluzione Minerale Miracolosa (MMS), priva di ogni supporto scientifico, “per il trattamento di numerose malattie, fra cui autismo AIDS, tubercolosi, malaria, epatite, cancro, dengue e chikungunya”. Sono stati pertanto allertati tutti gli Assessorati della Salute, gli Ordini dei Medici, il Centro Antiveleni di Pavia, la Federazione dei Pediatri, la Società di Medicina Generale, i NAS e l’Istituto Superiore di Sanità. L’MMS “contiene clorito di sodio al 28% e generalmente viene fornito con un attivatore consistente in acido citrico, sebbene possano essere utilizzati anche l’acido cloridrico, il succo di limone o l’aceto. Mescolando MMS e attivatore si crea biossido di cloro, che rappresenta il componente attivo, i cui effetti terapeutici sono reclamizzati senza alcuna evidenza scientifica”. Il prodotto, simile alla candeggina, viene ancora venduto in rete nonostante gli effetti negativi sulla salute derivanti dal suo uso “in almeno 18 Paesi (Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Rep. Ceca, Estonia, Francia, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Singapore, Spagna, Svizzera, Uganda, Regno Unito, Vanuatu e Stati Uniti d’America). In un limitato numero di soggetti gli effetti negativi hanno messo a rischio la vita della persona”. Il “miracolo” millantato dalla soluzione consisterebbe non solo nell’efficacia su un’ampia serie di malattie eterogenee, e autismo in primis, ma anche nella possibilità di usare per l’MMS tutte le vie di somministrazione: quella orale (2-15 gocce, 2-3 volte al giorno) addizionate di acido citrico al 50% o cloridrico al 4%, quella per clistere, l’instillazione nelle orecchie, o l’applicazione per via cutanea in combinazione con il dimetilsolfossido, un sovente industriale in grado di penetrare la pelle in profondità portandosi dietro altri agenti chimici. Il ministero avverte che chi assume l’ MMS può andare incontro a vomito  e diarrea persistenti, disidratazione, dolori addominali e oro-faringei. Si segnalano anche casi di anemia emolitica, di anuria (da danno renale) e di infiammazione dei linfonodi. Dubbio anche un caso letale. Agli utilizzatori del MMS, l’organizzazione non religiosa che lo commercializza e che si fa chiamare Chiesa della Salute Genesis II”, e altri siti web, suggeriscono che tali effetti sono segno che il prodotto funziona. Ci sono notizie, come questa, che non si sa davvero come commentare senza ”irritarsi” fortemente con chi ama farsi abbindolare e magari diffida di prevenzioni e cure scientificamente documentate.

Giornali e  TV ne accennano ogni tanto, ma sempre troppo poco, alle violenze sessuali e fisiche esercitate da nostri insospettabili compatrioti su bambine in Paesi lontani. Il “Fatto Quotidiano” scriveva tempo fa: “Sono così piccole [le bambine violentate] da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori, in buona parte italiani, che se le vanno a comprare [sic!] nei bordelli, e poi le stuprano”.
“Sono così leggere – riportava ancora l’articolo –  che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. A stuprarle certi italiani che a casa sembrano gente a posto”. Altri italioti non tornano nemmeno a casa, vivono stanziali in questi “paradisi del sesso infantile”, perché la pensione che ricevono in Italia consente loro di consumare i delitti di cui spesso si nutrono fuori da occhi indiscreti e senza correre sanzioni significative né lì né in patria. Ricordo un’inchiesta televisiva di anni fa in cui, lungi dal negare l’orrore, alcuni compatrioti  residenti in Thailandia, si vantavano sorridendo sarcasticamente di pagare molto poco per soddisfare qualsiasi capriccio, “altro che in Italia”. L’età e la verginità – rivelavano divertiti – si pagano con un supplemento a parte (1000 euro in più) rispetto alla tariffa concordata normale, comprendente non solo la violenza sessuale ma pure il maltrattamento fisico esasperato fino a conseguenze estreme. Thailandia, S. Domingo, Colombia, Brasile. Anche in Kenia i pedofili italiani sono spesso in prima fila. Secondo il Fatto Quotidiano e fonti varie in rete in Kenia le bambine vittime del turismo sessuale si contano tra le 10 e le 20 mila. L’età oscilla mediamente tra i 10 e i 12 anni, ma pagando di più si può avere la “merce” no stop, 24 ore su 24, anche di età inferiore ai 5 anni. Le piccole vengono spesso filmate durante le violenze e le registrazioni  si possono condividere con altri abietti della stessa risma. Secondo la “End Child Prostitution and Trafficking” (ECPAT), rete internazionale di organizzazioni che si propone di impedire lo sfruttamento sessuale dei bambini in 70 Paesi del mondo, tra i turisti sessuali, oltre ai pedofili più anziani, si ritrovano pure giovani adulti tra  20 e 40 anni. “Depravati per scelta e non per malattia” – rimarca il Fatto – : solo il 5% secondo l’ECPAT è affetto da psicopatologie varie, i restanti violentano le bambine soltanto per provare un’emozione “diversa”, occasionalmente nel 60% dei casi e abitualmente nel 35%. Impossibile non chiedersi perché gli autori dell’orrore (pur identificabili!) non vengano mai puniti pesantemente né in loco né dopo l’eventuale ritorno a casa, dove riprenderanno una via irreprensibile.

Le indicazioni alla colecistectomia si sono definite sempre meglio negli anni. L’interventismo che prevaleva nei decenni passati ha lasciato luogo a un selezione più attenta dei soggetti da avviare all’intervento che oggi si attua per lo più per via laparoscopica a vantaggio della minore sofferenza del paziente e della più ridotta ospedalizzazione Uno studio recente condotto pubblicato di recente sulla rivista “Lancet“ ribadisce le linee guida già consolidate e cioè che la colecistectomia va eseguita solo in pazienti con “gravi attacchi di dolore che duri per almeno 15 minuti, che sia localizzato all’epigastrio o nella parte superiore del quadrante addominale destro (ipocondrio), e/o che si irradi alla schiena e sia poco rispondente a semplici analgesici”. Aggiungerei anche quando affiori un evento complicativo (colecistite acuta, idrope o empiema della colecisti e pancreatite acuta satellite). Nell’esperienza di A. van Dijk, del Radboud University Medical Centre di Nijmegen (Olanda), entro 12 mesi dall’intervento si registra ancora un dolore di tipo biliare ricorrente a frequenza variabile in ben il 10-41% dei pazienti, una cifra tutt’altro che trascurabile e poco nota. L’adagio veneto “fora el dente fora el dolor”, insomma, non funziona per gli operati di colecistectomia. In un editoriale di accompagnamento R. Guest (della University of Edinburgh, Scozia), K. Søreide (della Bergen University, in Norvegia) osservano che ”nessuna delle due strategie [terapia conservativa vs intervento] permette di ottenere un adeguato e definitivo sollievo dal dolore in una sostanziale percentuale dei pazienti”. Per questo i medici, secondo loro, prima di consigliare la colecistectomia sollecitata spesso dagli stessi  pazienti, dovrebbero frenarne gli entusiasmi avvertendoli quanto meno che il dolore potrebbe esser rimosso “prontamente e definitivamente” solo nel 60%. Decenni orsono i francesi, sempre immaginifici, avevano descritto il possibile persistere del dolore post-chirurgico come “il domani doloroso del colecistectomizzato”. La spiegazione di questa possibile persistenza periodica a frequenza variabile del dolore negli operati è molto aleatoria. Qualcuno la attribuisce alla lunghezza eccessiva del dotto cistico, quello deputato a portare la bile dalla colecisti al coledoco, che il chirurgo affonda (cioè chiude) durante l’intervento ma non asporta. Quando un soggetto mangia, l’arrivo del cibo nello stomaco scatena per via riflessa nel non operato la contrazione della colecisti (e pure del colon). In assenza di questa va in spasmo doloroso solo il moncone del dotto cistico, ciò che però può provocare coliche simili a quelle avvertite nel pre-intervento. Il paziente si allarma perché teme che l’operazione sia mal riuscita, ma per sua fortuna il “domani doloroso” tende a scomparire lentamente nel tempo, ma ci vogliono anche molti mesi.

Circa 20 anni dopo la tragedia delle Torri Gemelle al  World Trade Center di New York è ancora vivissima con il suo carico di quasi 3000 vittime tra le macerie. Lo shock immediato ha fatto passare in seconda linea possibili conseguenze future (quelle psichiche a parte!) a carico dei vigili del  fuoco. Un Editoriale della rivista “JAMA Oncology”, firmato nel 2018 dal Dr. O. Brawley, commenta invece la possibilità di un collegamento tra l’esposizione alle sostanze tossiche dei vigili dl fuoco intervenuti al World Trade Center e lo sviluppo di tumori. A sollecitare l’attenzione dell’editoriale sono stati due articoli sulla stessa rivista, secondo i quali una correlazione non sarebbe da escludersi,  senza tuttavia stressare che un maggiore approfondimento in questi casi può certo risultare problematico sotto il profilo della metodologia. Inoltre – rileva Brawley – l’emotività in queste circostanze gioca brutti scherzi. Quando agli eroici vigili del fuoco viene diagnosticato un cancro, perfino un cancro piuttosto comune nella popolazione, c’è la naturale tendenza a presumere che esso derivi dalla respirazione di agenti tossici esalati dalle macerie. Tuttavia, per Brawley la scienza dovrebbe lavorare al servizio della verità e non dell’emotività. Di fatto, il primo dei 2 articoli citati riportava 16 casi di mieloma multiplo su 12.942 vigili del fuoco esposti ai “tossici”, una cifra così piccola in percentuale che non consentirebbe di stabilire una solida correlazione causa-effetto. Inoltre, lo studio necessiterebbe quanto meno di un monitoraggio a più lungo termine. L’indagine confrontava inoltre il parametro “gammapatia monoclonale di origine indeterminata” (esame di laboratorio), possibile precursore o già espressione di mieloma, in 781 vigili del fuoco di NY esposti alle macerie del WTC e, rispettivamente, nella popolazione di Olmted County (Minnesota). Pure in questo caso le differenze troppo piccole non consentirebbero una conclusione solida, senza considerare il rischio di un eccesso diagnostico in soggetti, come i pompieri, seguiti con una attenzione ben maggiore di quella riservata ai normali cittadini del Minnesota. Il secondo studio, di fatto una “simulazione al computer”, era progettato per stimare l’incidenza del cancro nei 14.474 vigili del fuoco reduci del WTC nel periodo 2012-2031. Questa risulterebbe effettivamente più elevata rispetto alla popolazione di controllo, ma le obiezioni metodologiche dell’editorialista rimangono le stesse, in primis un intervallo temporale di osservazione troppo breve. In casi come questi, la “associazione” di 2 fattori corre il rischio di essere interpretata erroneamente per “correlazione” causale. L’editoriale è meritorio anche perché sottolinea l’importanza del “metodo” usato negli studi clinici, tema trovato spesso “noioso” dai non addetti, ma invece un aspetto cruciale in medicina.

Modificare il DNA di spermatozoi, ovuli e embrioni senza prima verificare responsabilmente  le conseguenze, etica a parte, è fortemente avversata da “Nature”. La rivista si appella ai governi di tutto il mondo affinché scoraggino per il momento ogni intervento sui geni e si crei ad hoc un Osservatorio internazionale sul “Gene Editing” sotto l’egida della OMS. Questa presa di posizione nasce dal caso di due gemelline cinesi alle quali dal Dr. Jiankui è stato modificato il recettore CCR5, essenziale perché il virus dell’AIDS possa entrare nell’organismo. Questa notizia poco riportata dai media è ripresa sul mensile “Negri News 180” dal Prof. G. Remuzzi, nuovo Direttore dell’Istituto Mario Negri succeduto al Prof. Garattini, che ne rimane Presidente. Due sono i quesiti sconcertanti creati da questo intervento genico sulle gemelline: il primo è per quale motivo modificare il genoma al fine di prevenire l’AIDS, quando oggi per curare questa malattia esistono farmaci di accettabile efficacia e probabilmente si è prossimi alla realizzazione di un vaccino (no-vax permettendo!). Il secondo nasce dalla constatazione che le gemelline così geneticamente modificate avrebbero acquisito una super-intelligenza. Tale possibilità è tutt’altro che astrusa e infatti studi recenti dimostrano che topi privati del  gene che codifica per il recettore CCR5 (modifica analoga a quella attuata nelle gemelline), risultano significativamente più intelligenti dei topi non modificati geneticamente. E’ vero che i topi non sono uomini, ma si è notato che pure neonati umani nati con mutazione spontanea del recettore CCR5, hanno un rendimento scolastico più brillante. Inoltre, ricercatori di Tel Aviv hanno anche documentato nei soggetti privi di tale recettore una maggiore resistenza ai traumi e una migliore reazione a eventi cerebro-vascolari quali ictus o ischemia. Il Prof. Remuzzi ricorda inoltre che il recettore CCR5 non è soltanto la “porta d’ingresso” del virus HIV, ma anche un fattore in grado di inibire le sinapsi tra le cellule nervose dell’area cerebrale particolarmente coinvolta nella memoria (ippocampo). Senza questa inibizione migliorerebbero pertanto sia la memoria che le facoltà intellettuali. Se i benefici nelle gemelline fossero assodati e persistenti, allora la privazione del CCR5 potrebbe essere utile e consentire, per esempio, un miglioramento della memoria nel morbo di Alzheimer. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. In primo luogo, oltre a dare questi potenziali vantaggi, la mutazione potrebbe avere risvolti negativi non ancora affiorati ed è per questo, secondo “Nature”, che non meno di 5 anni ci vorranno per appurarlo. In secondo luogo è da considerare la provocazione di Remuzzi che qualcuno potrebbe essere tentato di far crescere bambini più intelligenti a vantaggio eloquente della propria etnia. Ipotesi fantascientifica?

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