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Prof. Giorgio Dobrilla

Primario Gastroenterologo Emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, Professore a contratto all’Università di Parma.

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Categoria: Articoli Alto Adige

A prescindere dal  paventato rischio di danno cerebrale dovuto all’uso dei telefonini (su cui ritorneremo),  conviene oggi fare il punto sul rischio batterico potenziale dei cellulari. Il telefonino è diventato infatti un oggetto quasi inseparabile nella vita di molti, in viaggio, al lavoro e persino al cesso, per il timore ansiogeno di essere chiamati quando scappa un bisognino. “Query Online”, periodico del CICAP, segnala che c’è chi asserisce che “sulla superficie del cellulare ci sono più germi che nell’asse del water!”, e opportunamente ha affrontato questo problema nel numero del  6 maggio 2019. Una carica batterica sottostimata o ignorata dalla popolazione in effetti esiste, ma non si estingue certo con gli smartphone.  Scrive Query Online: “La conta batterica sullo schermo [dei cellulari] in effetti può risultare anche molto superiore a quella dell’asse del water”. Anche per sdrammatizzare, va però detto in via preliminare  che non tutti i batteri sono una minaccia. In apparente paradosso, più che non i cellulari di persone comuni sono quelli dei medici ospedalieri che possono essere vettori di agenti patogeni (in primis “Pseudomonas” e “Klebsiella pneumoniae”). In ogni modo la presenza di batteri è massima sui cellulari usati quotidianamente dagli adolescenti. Ma i batteri non si limitano ai telefonini e sono in agguato sulla scrivania e specie tra i tasti del computer, perché è tecnicamente difficile tenere disinfettata giornalmente la tastiera. E che dire poi delle lenzuola o degli utensili di cucina e in particolare del tagliere che può contenere più coliformi (includenti quelli fecali) del water. Tra i maggiormente ricchi di microbi è comunque la spugna dei piatti che ne ospita una varietà (tra cui coliformi e stafilococco aureo) ed è pure ricca di muffe per cui andrebbe cambiata settimanalmente. In definitiva, il cellulare è certo un habitat favorevole ai batteri ma non è né l’unico né il più incriminabile. D’altra parte è pur vero che i telefonini sono “sempre” con noi e che possono esser condivisi con altre persone ed è inoltre innegabile che la necessità di pulirli venga sottostimata: ci si accontenta di passare fugacemente un panno sul monitor solo quando questo risulta “evidentemente sudicio”, quindi più per leggerlo meglio che per disinfettarlo. Una pulizia più accurata non riguarda solo il display ma tutto il cellulare, evitando però di trasferire liquidi disinfettanti all’interno dello smartphone. Consigliabile ad hoc un apposito panno in microfibra (panno sintetico fatto da due componenti) leggermente inumidito. In conclusione, è vero che il cellulare contiene più batteri che l’asse del water, ma anche che è meno sporco di altri oggetti o strumenti di uso comune cui non si pensa. Meglio in ogni modo evitare la cellulare-dipendenza, usando il telefonino quando proprio occorre e non per motivi banali.

Alcuni lettori mi hanno chiesto se esistono oggi cure che guariscono la psoriasi (P). Devo in parte deluderli: una cura “una volta per tutte” non c’è, ma i progressi non mancano. La P (quella “a placche” è la variante clinica più frequente) va incontro a riacutizzazioni ricorrenti e le sedi più colpite (gomiti, cuoio, capelluto, ginocchia, zona dorsolombare, plantare/palmare e area genitale) variano da soggetto a soggetto. In base a un indice noto come PASI (che considera estensione, eritema e desquamazione) la P è considerata lieve (PASI ≤ 10), moderata (PASI < 20) o severa (≥20). Il medico non deve essere frettoloso nello spiegare in dettaglio al malato cos’è la P, toccando pure durante la visita le lesioni cutanee per dimostrargli che non sono contagiose. Altrimenti, il malato può infatti andare incontro a depressione per il disagio che la P sia dagli altri ritenuta infettiva. La natura mal definita della malattia (influenti in primis fattori genetici e autoimmunitari) complica la terapia. Nelle forme più lievi questa può essere solo “topica”, fatta di preparazioni emollienti/idratanti (che riducono la secchezza cutanea), di calcipotriolo (che frena la proliferazione dei cheratociti) e di lozioni cortisoniche anti-infiammatorie. Per la desquamazione è forse il vecchio acido salicilico il cheratolitico più efficace. Utili anche alcuni derivati della vitamina A (retinoidi). Nei casi più gravi, con alto PASI, si ricorre alla fototerapia con raggi ultravioletti (la cosiddetta “PUVA” prevede la pre-assunzione di “psoralene”, sostanza fotosensibilizzante che potenzia l’effetto degli UV) e/o a cure sistemiche (che non escludono peraltro l’uso di rimedi topici). Queste si avvalgono di farmaci consolidati di discreta efficacia (metotrexate, ciclosporina e retinoidi) che in qualche modo interferiscono con la reazione immunitaria. Il progresso terapeutico più recente è tuttavia rappresentato dai cosiddetti “agenti biologici”(dai nomi impossibili per i non addetti) che richiedono comunque prescrizione e supervisione del medico. Si tratta di anticorpi monoclonali (cioè prodotti da linee cellulari provenienti da un solo tipo di cellula immunitaria), già sperimentati in studi controllati su migliaia di pazienti, già approvati dall’Agenzia Europea del Farmaco e rimborsabili.  Questi agenti risultano efficaci nel “ripulire” le lesioni psoriasiche grazie soprattutto alla loro alta affinità per alcune interleukine (che sono proteine secrete da cellule del sistema immunitario), il cui ruolo è cruciale nella patogenesi della P. I farmaci “biologici” risultano efficaci nell’80% dei soggetti affetti da psoriasi grave e sono pure dotati di una lunga durata dell’effetto dopo singola iniezione sottocute. Ottima l’accettazione da parte degli psoriasici. Non guarigione, dunque, ma progressi tangibili che però richiedono controllo specialistico periodico

Articoli e trasmissioni sulle diete ci opprimono ma solo in pochi casi la dieta assume un ruolo cruciale (obesità, diabete, insufficienza epatica e renale gravi, malnutrizione severa, celiachia). Di recente si sta tentando di definire una dieta atta a prevenire la neo-formazione di ulteriori polipi nella sindrome rara nota come poliposi adenomatosa familiare (PAF), contrassegnata dalla presenza nel colon di centinaia-migliaia di polipi.  Diversa dai polipi dei soggetti di età medio-alta, la PAF è una malattia ereditaria “rara”, che affiora nella seconda decade di vita. La PAF va inesorabilmente incontro entro i 30-40 anni alla degenerazione carcinomatosa di uno o più polipi e per questo è prevista una colonscopia ogni sei mesi a partire dai dieci anni di età, o dall’insorgenza di sintomi improvvisi come stipsi, diarrea, rettorragia, dolori addominali. Per evitare che i polipi degenerino in cancri si ricorre alla rimozione non dei polipi che sono troppo numerosi, ma dell’intero colon (colectomia). Una resezione così precoce del colon in adolescenti (con abboccamento dell’intestino tenue al retto), altera la loro qualità di vita, senza tra l’altro escludere la possibile neoformazione di polipi nel retto qualora non asportato in precedenza. All’Istituto Nazionale dei Tumori (INT) è pertanto in corso uno studio per vagliare se con la dieta sia possibile ridurre fattori alimentari ipoteticamente favorenti  la neoformazione di polipi nei soggetti operati per PAF. La dieta prevede l’esclusione di alimenti che velocizzano l’aumento post-prandiale della glicemia, quali in primis le bevande zuccherate, la farina 00 (il prodotto più raffinato ottenuto dalla macinazione del grano), il pane bianco i dolciumi in genere e le patate. La dieta sperimentale prevede pure riduzione dei formaggi stagionati e degli alimenti ricchi di grassi saturi (carni rosse specie se conservate, burro, ma anche alimenti di origine vegetale, come le margarine). Per la Dr.ssa Patrizia Pasanisi, ricercatrice dell’INT, andrebbero privilegiati invece cereali integrali, noci e farine di legumi, dessert alla frutta, datteri, uvetta, albicocche secche, patate dolci. Al fine di ripristinare l’equilibrio della flora intestinale ritenuta importante dagli sperimentatori, la dieta prevede pure yogurt di vario tipo (kefir, yakult), miso (derivato di semi di soia),  miele, “pre-biotici in forma di fibra solubile (legumi frutta secca, noci, avena, aglio, asparagi) e ai “pro-biotici” (microorganismi vivi, fibre solubili, porri, cipolle, e alimenti fermentati). Chi scrive è piuttosto scettico (ma pronto a ricredersi di fronte a prove) circa la reale efficacia dietetica in una in malattia ereditaria come la FAP, mentre è possibile (ma sempre da dimostrare) che una dieta simile risulti utile negli adulti predisposti alla formazione di polipi anche multipli ma non su base ereditaria.

“Comorbidità” significa coesistenza di più malattie che spesso viene ignorata e l’attenzione si concentra impropriamente solo sulla patologia che ha indotto il paziente a consultare il medico o a ricoverarsi. Nei soggetti con più di 65 anni la comorbidità è ovviamente più frequente, sia perché l’età favorisce l’accumularsi di inevitabili disturbi, sia perché sono percepiti come malattie malanni che spesso sono solo “frutti di stagione” (mal di schiena, disturbi psicosomatici, ansietà esistenziali). Anche nei pazienti affetti da tumore la comorbidità risulta più frequente e in progressivo aumento a causa della maggiore efficacia delle cure antitumorali, che concorrono al  prolungamento della vita ma non sono esenti da effetti collaterali. Dei team multidisciplinari riunitisi periodicamente dovrebbero considerare il malato con speciale attenzione proprio alla comorbidità. Tuttavia, queste riunioni regolari sono in pratica problematiche, perché sarebbe impossibile progettarle in ogni malato over 65, ma potrebbero realizzarsi per malati selezionati, in primis quelli oncologici. Queste consultazioni multidisciplinari andrebbero comunque centrate sul paziente e non impostate automaticamente in base alle linee guida di ciascuna disciplina, come invece non poche volte succede. Proprio per quantificare questo aspetto, un gruppo di oncologi ed epidemiologi di diverse istituzioni in Nuova Zelanda, guidati da J. Stairmand e collaboratori, hanno deciso di analizzare la letteratura riguardante la frequenza e l’impatto della valutazione della comorbidità. L’indagine ha riguardato 21 studi clinici e l’articolo conclusivo è stato pubblicato in Annals of Oncology con il titolo: “Considerazione della comorbidità nelle decisioni terapeutiche prese nel corso di riunioni multidisciplinari: una revisione sistematica”. Dalla inchiesta è emerso che “la situazione è anche peggiore del previsto, perché l’informazione in merito é piuttosto scarsa e le patologie concomitanti possono influenzare in modo talvolta determinante le scelte terapeutiche, senza che peraltro vi siano dimostrazioni convincenti a supporto di tali decisioni”. Tre sono le riflessioni più significative: 1. La prima è che il consenso tra i membri del team multispecialistico è più difficile da raggiungere in presenza di comorbidità importanti; 2. La seconda è che in presenza di patologie multiple concomitanti cresce la tendenza dei vari specialisti a deviare dalle linee guida; 3. Anche quando il consenso tra i membri del team multidisciplinare è raggiunto, iI paziente viene spesso paradossalmente trattato in modo diverso da quanto si era concordato. In conclusione –per gli Autori–  la valutazione della comorbidità in funzione delle decisioni terapeutiche dovrebbe essere più attenta di quanto oggi non accada, magari tentando di definire delle “linee guida inter- e multi-disciplinari”.

“Un bicchiere di buon vino non ha mai fatto del male a nessuno” è un refrain che circola da secoli. I produttori sono…più che d’accordo e non cercano certo di limitarne promozione e consumo. I dati scientifici, tuttavia, suonano un’altra campana. Il prof. Silvio Garattini, nella NEWS 179 dell’Istituto Mario Negri, rileva che mentre ricerche più datate suggerivano che uno o due bicchieri al giorno di vino possono far bene, dati più aggiornati suggeriscono che vino e alcolici, pur in quantità moderata, vanno evitati. Ciò farà gongolare due miei cari amici astemi ostinati (nomi di fantasia Berto e Giulio). In effetti, studi recenti dimostrano che quantità ridotte di alcol etilico non migliorano affatto la salute, mentre i danni da abuso sono ben noti (fegato e cervello). Da qui la raccomandazione dei ricercatori di evitare non solo l’abuso ma anche l’uso abituale di vino. I produttori torcono il naso a questa conclusione e insistono sul cosiddetto “paradosso francese” (già ricordato in rubrica): anni fa in Francia la  bassa frequenza di infarti nonostante l’alto consumo di grassi saturi la si è correlata con il consumo di vino rosso ricco di “resveratrolo” che ostacola la formazione di coaguli intracoronarici. Grande  bufala,  perché sono necessari più di 10 litri di vino al giorno per ridurre il rischio di trombosi coronarica. Linee guida di società autorevoli indicano che si dovrebbero assumere non più di 100 g di alcol alla settimana, il che corrisponde grosso modo a un litro di vino di media gradazione alcolica. La lotta istituzionale contro l’abuso (ma molto meno contro l’uso!) alcolico non è mancata, pur risltando ancora insufficiente e non favorita certo dai produttori. Ma qualche progresso c’è. Scrive Garattini che nel 1990 i maschi bevevano in media 6,1 bicchieri di vino al giorno contro i 4 nel 2016, mentre le donne  son passate da 3,5  bicchieri al giorno a 2,1. A questo calo nel consumo di vino, corrisponde però un aumento dell’abuso alcolico specie nei giovanissimi, che al vino preferiscono dei superalcolici (contenuto di alcol etilico 4 volte maggiore), assunti poi in modo “acuto” durante i weekend, allo scopo prefissato di sbronzarsi. Ne sanno qualcosa i Pronto Soccorso degli ospedali. Tornando al vino, altri amici miei non astemi come quelli citati, ma neanche etilisti cronici, leggendo in confidenziale anteprima questi dati, mi ricordano molti i rischi esistenziali inevitabili (aria inquinata, gas di scarico, incidenti stradali, cibo spazzatura, etc), obiettando: “E noi dovremmo rinunciare all’unico rischio che ci soddisfa il palato?” Difficile controbattere a questo edonismo spicciolo, perché anche il piacere fa parte del nostro vivere. Sempre che il vino piaccia, naturalmente, come a chi scrive, ma senza abusare come invece ha fatto il  Noè biblico, con conseguenze famigliari… su cui si sorvola spesso e volentieri.

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